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Si può parlare di Gesù a partire da un'opera d'arte - La voglia di raccontare ciò che l'opera contiene
di Gian Carlo Olcuire

Nel dicembre 2009 uscì su L'Espresso un articolo di Umberto Eco che riferiva d'aver visto, al Louvre, due quindicenni spiazzati di fronte a un'Adorazione dei Magi: privi di cultura biblica, i giovani «non sapevano chi fossero e da dove venissero» quei «tre signori con mantello e corona». «È vero che questo succedeva anche a Matteo - continuava lo scrittore -, ma non è questo il punto». 

E, da una posizione laica, passava a sostenere l'importanza di un'informazione di base su idee e tradizioni delle varie religioni, mandando un suggerimento all'intera educazione scolastica, non solo agli insegnanti di religione. Il pezzo, che era un bell'assist per il mondo cattolico, passò inosservato. Forse perché i ragazzi provenivano - avvertiva Eco - da famiglie non credenti. 
Fossero state credenti, l'articolo sarebbe parso una provocazione e una reazione l'avrebbe indotta: o con i soliti strali verso il provocatore («Come si permette, lui, che era pure cattolico...?») o con le solite chiacchere in progressione, prima sull'ignoranza dei giovani, poi sulle afasie e amnesie di genitori e insegnanti, infine sui grandi colpevoli di tutti i mali (dal Sessantotto a Internet). 
Ma se fossimo stati lì, al Louvre o in un altro museo o in una chiesa qualsiasi, avremmo saputo dare ai ragazzi una spiegazione? Senza rovesciargli addosso un catechismo? Magari cogliendo ciò che l'artista ha aggiunto di suo? E magari aggiungendo ciò che l'artista non è riuscito a dire? 
Il compito non è facile. Una prima pietra d'inciampo sta nel fatto che molte opere a soggetto religioso si stanno trasformando in loghi culturali: ovvero in icone abbaglianti, da cui la storia sparisce per far spazio al simbolo. La più nota è la Creazione di Adamo della Cappella Sistina, con le due mani - di Dio e dell'uomo - che chiunque può utilizzare attribuendo significati a piacere. 
Tali mani funzionano da citazione colta per dire creatività, origine della vita, comunicazione... E non rimandano più alle pagine della Genesi, a meno che qualcuno non le richiami esplicitamente.
Un'opera analoga è il David, ancora di Michelangelo, assunta ormai a simbolo di libertà, di bellezza maschile, di armonia e pure di disarmonia. E addirittura dell'Italia, all'Expo 2015. Ma chi ricorda che la mano sinistra regge una fionda, mentre la destra nasconde un sasso, e che con queste "armi" Davide uccide Golia? E chi è in grado di giustificare quel piccolo tronco dietro la gamba, di solito preso per un rinforzo (poiché vi poggia tutto il peso del corpo), quando invece vuole evocare il tronco di Iesse (e quindi far memoria dei progenitori di Gesù, tra cui Davide)?
È un pericolo, quello della deriva verso il simbolo, che corrono persino i volti santi di Gesù. Per non parlare della croce, quando resta scollegata da Gesù crocifisso e dalla storia della sua passione, morte e risurrezione (che, per fortuna, le liturgie del tempo pasquale ci hanno fatto riascoltare).
Un problema ulteriore è quello della decifrazione delle opere, non sempre chiare anche quando sono figurative. Nel Martirio di San Matteo, di Caravaggio, si intuiscono l'ucciso e l'uccisore, ma non si coglie - se qualcuno non lo spiega - che l'apostolo, in abiti da sacerdote, è davanti all'altare e che in primo piano sono dei catecumeni in attesa del Battesimo per immersione (secondo gli Atti apocrifi di Matteo e la Legenda aurea di Jacopo da Varagine, l'assassinio sarebbe avvenuto in Etiopia, ad opera di un sicario inviato dal re Irtaco).
Un terzo nodo è legato al linguaggio dell'immagine, che, avendo una propria autonomia, non è mai una traduzione fedele al cento per cento della parola in immagine: in certi casi dice di più e di meglio, in altri di meno. Tra le opere che ci restituiscono il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ci sono un sarcofago degli anni di Costantino (prima metà del IV secolo), custodito nei Musei Vaticani, e un bassorilievo nella porta della basilica romana di Santa Sabina (V secolo). 
In ambedue i casi gli ignoti autori hanno avuto un'intuizione raffinata, accostando le ceste dei pani alle anfore del vino. Se anche l'avessero fatto per amore di simmetria, sono riusciti a riunire i segni eucaristici, quasi suggerendo un'idea di moltiplicazione pure per il miracolo di Cana. 
I due segni, tra l'altro, stanno bene insieme perché - per entrambi - Giovanni rimarca l'abbondanza del dono: sia quando, nel racconto di Cana, sottolinea che i servitori riempirono le anfore «fino all'orlo», sia quando, nel racconto della moltiplicazione, scrive che Gesù, a quelli che erano seduti, diede pani e pesci «quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto"». 
Ecco però uno dei limiti dell'immagine, che fa vedere le ceste piene senza far capire quanto venne avanzato. Qui starebbe bene un accompagnamento di parole, perché questo degli avanzi non è un particolare di poco conto: indica la misura dell'amore, che è sempre fuori misura, strabordante, esagerato. In realtà, una raffigurazione degli avanzi esiste in una miniatura, che mostra le dodici ceste (numero sul quale concordano i quattro Vangeli) con le lische dei pesci.
Questo dare spiegazioni non è abbassarsi, ma un lavoro di prim'ordine, che non si può fare "con la mano sinistra". Perché serve a togliere le pieghe, rendendo semplici le cose. Certo, qualche pagina della Bibbia bisogna averla letta (e anche qualcos'altro). Ma, più di tutto, occorre aver voglia di raccontarla. Come Matteo, che, sebbene non sapesse molto dei Magi, quel poco non l'ha tenuto per sé.

(articolo tratto da www.vinonuovo.it)

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