Viene presentato giovedì 4 dicembre a Bari il volume La riforma di Benedetto XVI (Casale Monferrato, Piemme, 2008, pagine 128, euro 12). Ne pubblichiamo le conclusioni.
Sta nascendo un nuovo movimento liturgico che guarda alle liturgie di Benedetto XVI; non bastano le istruzioni preparate da esperti, ci vogliono liturgie esemplari che facciano incontrare Dio. Solo degli spiriti volontariamente superficiali non se ne accorgerebbero. È un nuovo inizio che nasce dal profondo della liturgia proprio come il movimento liturgico del secolo scorso giunto al culmine col concilio. La liturgia come luogo dell’incontro col Dio vivente, non uno show per rendere interessante la religione, non un museo di forme rituali grandiose. Il popolo di Dio celebra il nuovo rito con rispetto e solennità, ma resta disorientato dalle contraddizioni dei due estremi. La liturgia torna a essere azione ecclesiale, non di specialisti ed équipe liturgiche ma di padri e maestri che grazie alla conoscenza delle fonti vedevano la liturgia occidentale come frutto di uno sviluppo storico e quella orientale riflesso di quella eterna. Questi ultimi si opposero alla mistificazione della liturgia e conoscendo la storia ci hanno mostrato le forme molteplici del suo cammino. Di essi il Santo Padre raccoglie l’eredità e la fa fruttificare, ne ha esaudito l’auspicio che le forme antica e nuova del rito romano coesistessero una accanto all’altra come già avviene con l’ambrosiana e le orientali.
Fidiamoci di lui: egli porta pazientemente la saggezza dell’immaginazione cattolica nella vita della Chiesa odierna. Egli comprende bene quanto l’innovazione non sia ostile alla tradizione ma ne faccia parte come linfa dello Spirito Santo. Non è un conservatore e nemmeno un innovatore, ma un missionario "umile lavoratore della vigna del Signore". Nel libro Gesù di Nazaret egli mette in rilievo la "comprensione" che nel vangelo di Luca – a differenza dagli altri vangeli – Gesù dimostra nei confronti degli israeliti: "A me sembra particolarmente significativo – egli osserva – il modo in cui egli conclude la storia del vino nuovo e degli otri vecchi o nuovi. In Marco si legge: "Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi" (Marco 2, 22). In Matteo, 9, 17 il testo è simile. Luca ci tramanda la stessa conversazione, aggiungendo tuttavia alla fine: "Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: "Il vecchio è buono’" (5, 39) – un’aggiunta che forse è lecito interpretare come un’espressione di comprensione nei confronti di coloro che volevano restare "al vino vecchio" (pp. 216-217)". Non è applicabile questo apologo al dibattito tra usus antiquior e usus novus della messa, seguito al motu proprio?
La liturgia cristiana, come lo stesso avvenimento cristiano, non è fatta da noi. Un termine come attualizzazione ha ingenerato l’idea che noi avessimo le capacità per replicarlo, creare le condizioni giuste perché possa accadere, di organizzarlo, quasi fossimo creatori di ciò che affermiamo di credere. In realtà è Gesù Cristo che fa la sacra liturgia con lo Spirito Santo. A noi tocca seguire, fare spazio alla sua opera. Il metodo a portata di tutti è guardare a quello che accade – si usava dire "assistere" cioè ad-stare – stare davanti alla sua presenza; significa aderire a Qualcosa che viene prima, seguire quello che lui fa in mezzo a noi, capace sempre di capovolgere in un attimo l’idea che il culto sia fatto da noi. La liturgia è sacra e divina perché è una Cosa che viene dall’altro mondo.
Vorremmo aiutare a comprendere e a celebrare degnamente la liturgia come possibilità di incontro con la realtà di Dio e causa della moralità dell’uomo, a leggere le degradazioni sintomo di vuoto spirituale indicando la via per restaurarne lo spirito nel segno dell’unità della fede apostolica e cattolica, a promuovere un dibattito serio e un cammino educativo seguendo il pensiero e l’esempio del Papa che consenta di riprendere il movimento liturgico. Bisogna mirare allo spirito della liturgia come adorazione di Dio Padre per Gesù Cristo nello Spirito Santo e come pedagogia per entrare nel mistero ed esserne trasformati in moralità e santità. È un invito anche ai laici non credenti ma desiderosi del vero, perché nessuno è immune dal dubbio che forse esista Qualcun altro a cui dedicare il tempo! Su questo "forse", che la liturgia non svela del tutto, – per questo si chiede che venga preservato il senso del mistero e del sacro, – si instaurerà la comunicazione tra credenti e non o diversamente credenti.
(©L’Osservatore Romano – 4 dicembre 2008)
