La Messa… in discussione?

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di Paolo Ferrario
La psicologa: i ragazzi voltano le spalle alla religione perché ne sono interessati. Gli adulti imparino ad ascoltarli.
  


Un fatto normale, che non deve gettare nello sconforto i genitori. È rassicurante Cecilia Pirrone, psicologa e autrice, con il teologo Francesco Scanziani, sacerdote della diocesi di Milano, di "I figli ci parlano di Dio" (Ed. Ancora, pag. 160). «La crisi adolescenziale, anche nei confronti della fede – spiega la Pirrone ­- è un fatto "normale", che può avvenire in forme, con tempi e modi molto diversi. Non è neppure necessario che si manifesti con il rifiuto della fede, né all’opposto si deve ingenuamente pensare che l’adolescente che continua ad andare a Messa o non metta in discussione alcune abitudini religiose, non viva comunque dentro di sé il travaglio di una ricerca». Che cosa vuol dire, al genitore, il ragazzo che dichiara: «Non vado più a Messa»? L’affermazione, che indubbiamente può spaventare un genitore, non va letta come una dichiarazione di ateismo, ma è un invito provocatorio ad allargare lo sguardo e ascoltare meglio questi ragazzi.

Che cosa avviene nella testa di chi dice così?

Potrebbe essere che l’adolescente stia lanciando una vera e propria sfida al genitore, che lo provochi per testare, nel nostro caso, che valore ha per l’adulto la Messa. Quando l’adolescente sostiene una scelta come «assoluta, certa, convinta», nel suo linguaggio vuol dire: «Per il momento penso così». Il ragazzo ha bisogno di un punto di riferimento solido che è, prima di tutto, il genitore. Se l’adulto è incerto di fronte alla provocazione, il ragazzo ne deduce che può fare ciò che dichiara.

È una "prova" anche per agli adulti…

Si. Quando ho coinvolto gli adolescenti, attraverso lo stratagemma del gioco, è emerso che loro stessi chiedono con insistenza all’adulto: «Sei tu che devi convincermi». È come se dicessero: «Mi aspetto che mio padre o mia madre siano più forti di me e, se credono nella bontà di una scelta, non devono cedere tanto facilmente». Emerge la convinzione che se i genitori cedono i figli insistono e che il valore di una scelta è modulato sulla base delle convinzioni degli adulti.
Succede più spesso in nuclei più "tiepidi"?

Può succedere a tutti. Paradossalmente, se Dio non interessasse al ragazzo non lo metterebbe neppure in discussione. Il fatto stesso che lo problematizzi è garanzia che l’interrogativo ce l’ha. Il ragazzo che ha sentito parlare di Dio in famiglia fin da quando era bambino potrebbe mettere in questione con maggior forza e determinazione i valori che ha appreso dagli adulti. L’adolescente che non è cresciuto in un contesto religioso potrebbe essere meno insistente e curioso circa Dio, anche se inevitabilmente si pone delle domande esistenziali per il semplice fatto di essere figlio dell’uomo.

Come i genitori devono interpretare queste prese di posizione?

La consapevolezza del passaggio che il ragazzo sta vivendo in questa stagione colloca meglio anche i mutamenti nel suo rapporto con Dio, che ora deve uscire dalle forme infantili per acquisire, progressivamente, una forma adulta e personale. Per il genitore si tratta di un delicato campo in cui sperimentare l’accompagnamento e il distacco del figlio nell’incontro con Dio. Non inganni il termine "parlare", pensando di poter ascoltare chissà quali parole da questi ragazzi, ma ci si alleni a cogliere anche nei gesti e nel comportamento ciò che vogliono comunicare. Gli adolescenti lo fanno spesso attraverso i silenzi, le provocazioni, le domande esistenziali (“Ho bisogno di credere in Dio altrimenti quando penso alla morte mi spavento”), i pianti e i dubbi. Certo, riconoscere ciò che non appare immediatamente visibile e chiaro richiede tempo. Il tempo dell’ascolto, il coraggio di sostare. E il miracolo accade quando i genitori non hanno fretta di capire tutto e subito, non sanno già tutto dall’inizio, ma sono disposti a fermarsi, ascoltando pazientemente.

Sono scelte definitive?

L’adolescenza è una stagione della vita abitata da tanti cambiamenti, è difficile pensare che sia una scelta definitiva. Senza dubbio è un pensiero che viene sottoposto "a giudizio" dall’adolescente, ma la sua maturazione lo può portare a un "sì" nei confronti della fede, come a un "no".
(da Noi genitori § figli. Mensile di vita familiare. Supplemento ad Avvenire del 30 novembre 2008, pp. 29-30)

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