
La psicologa: i ragazzi voltano le spalle alla religione perché ne sono interessati. Gli adulti imparino ad ascoltarli.
Un fatto normale, che non deve gettare nello sconforto i genitori. È rassicurante Cecilia Pirrone, psicologa e autrice, con il teologo Francesco Scanziani, sacerdote della diocesi di Milano, di "I figli ci parlano di Dio" (Ed. Ancora, pag. 160). «La crisi adolescenziale, anche nei confronti della fede – spiega
Potrebbe essere che l’adolescente stia lanciando una vera e propria sfida al genitore, che lo provochi per testare, nel nostro caso, che valore ha per l’adulto
È una "prova" anche per agli adulti…
Si. Quando ho coinvolto gli adolescenti, attraverso lo stratagemma del gioco, è emerso che loro stessi chiedono con insistenza all’adulto: «Sei tu che devi convincermi». È come se dicessero: «Mi aspetto che mio padre o mia madre siano più forti di me e, se credono nella bontà di una scelta, non devono cedere tanto facilmente». Emerge la convinzione che se i genitori cedono i figli insistono e che il valore di una scelta è modulato sulla base delle convinzioni degli adulti.
Succede più spesso in nuclei più "tiepidi"?
Può succedere a tutti. Paradossalmente, se Dio non interessasse al ragazzo non lo metterebbe neppure in discussione. Il fatto stesso che lo problematizzi è garanzia che l’interrogativo ce l’ha. Il ragazzo che ha sentito parlare di Dio in famiglia fin da quando era bambino potrebbe mettere in questione con maggior forza e determinazione i valori che ha appreso dagli adulti. L’adolescente che non è cresciuto in un contesto religioso potrebbe essere meno insistente e curioso circa Dio, anche se inevitabilmente si pone delle domande esistenziali per il semplice fatto di essere figlio dell’uomo.
Come i genitori devono interpretare queste prese di posizione?
La consapevolezza del passaggio che il ragazzo sta vivendo in questa stagione colloca meglio anche i mutamenti nel suo rapporto con Dio, che ora deve uscire dalle forme infantili per acquisire, progressivamente, una forma adulta e personale. Per il genitore si tratta di un delicato campo in cui sperimentare l’accompagnamento e il distacco del figlio nell’incontro con Dio. Non inganni il termine "parlare", pensando di poter ascoltare chissà quali parole da questi ragazzi, ma ci si alleni a cogliere anche nei gesti e nel comportamento ciò che vogliono comunicare. Gli adolescenti lo fanno spesso attraverso i silenzi, le provocazioni, le domande esistenziali (“Ho bisogno di credere in Dio altrimenti quando penso alla morte mi spavento”), i pianti e i dubbi. Certo, riconoscere ciò che non appare immediatamente visibile e chiaro richiede tempo. Il tempo dell’ascolto, il coraggio di sostare. E il miracolo accade quando i genitori non hanno fretta di capire tutto e subito, non sanno già tutto dall’inizio, ma sono disposti a fermarsi, ascoltando pazientemente.
Sono scelte definitive?
L’adolescenza è una stagione della vita abitata da tanti cambiamenti, è difficile pensare che sia una scelta definitiva. Senza dubbio è un pensiero che viene sottoposto "a giudizio" dall’adolescente, ma la sua maturazione lo può portare a un "sì" nei confronti della fede, come a un "no".
(da Noi genitori § figli. Mensile di vita familiare. Supplemento ad Avvenire del 30 novembre 2008, pp. 29-30)
