Per un Natale speciale doniamo noi stessi

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Alla ricerca del significato più profondo del regalo: è per sempre e non chiede nulla in cambio. E se per una volta mettessimo in gioco il nostro tempo?

di Maria Carla e Carlo Volpini


Ancora una volta ci troviamo immersi nel clima natali­zio e non importa se nel cielo c’è il sole o le nuvole, e fa freddo o se piove, perché Natale ha un clima tutto suo: è quello delle luci e dei bagliori, delle ghirlande e dei festoni, dei suoni che senti nell’aria, del profumo di festa che pian piano coinvolge tutti. Ci avviciniamo a que­sto tempo dell’anno con un misto di sentimenti: a volte prevale il desiderio di entrarci pienamente per godere di quest’atmosfera così particolare, a volte invece vorremmo prendere le distanze da una situazione che troppo spesso, anno dopo anno, appare ai nostri occhi artificiale e comun­que lontana dal suo più autentico significato.

Non sono sentimenti sbagliati, sono il frutto di questo nostro vivere che non ci dà più il tempo di pensare al "come" vogliamo vivere e a quale senso vogliamo dare ai nostri giorni. Allora la cosa più semplice potrebbe essere fermarsi un attimo a riflettere, a considerare le cose con una maggiore attenzione, per divenire un po’ più consape­voli delle scelte che facciamo, per non cadere nel turbinio di un fare che diventa confuso affaccendamento e che non ci procura, alla fine, alcuna gioia.

Tra le cose che rendono significativo il clima natalizio, dob­biamo annoverare la consuetudine dello scambio dei doni, un rito che parte da molto lontano, consolidato negli anni, comune a tutti i paesi del mondo, e che dovrebbe essere fonte di allegria mentre nel tempo ha spesso finito per per­dere il suo significato e diventare, invece, causa di ansia e segno di consumismo.
È possibile però riscoprire il valore di questo momento. La parola "dono" ha un’origine latina, "donum", che porta insito il concetto del dare. Si tratta però di un dare molto particolare, perché non prevede alcuna restituzione: Aristotele diceva che il dono era una "irreddibilis datio", cioè una consegna irrevocabile e non restituibile. Dunque non ha nulla a che vedere con un prestito; inoltre non prevede un "do ut des", cioè un dare per avere, quindi non è uno scambio. Il dono allora acquista un valore molto specifico: è un qualcosa che si dona per sempre e che non attende riscontro. Ciò significa che l’atto del donare deve esse­re accompagnato da un valore illimitato nel tempo e soprattutto da gratuità.
Non a caso quando parliamo di nascita parliamo di "dono della vita", e il dono della vita è fatto per sempre ed è totalmente gratuito. Non a caso il nostro Dio «ha tanto amato gli uomini da donare loro il suo Figlio Unigenito»: un atto d’amore per sempre e sen­za alcuna richiesta in cambio, gratuitamente. I tanti, piccoli o grandi, doni che rallegrano i nostri giorni di festa non hanno e non debbono avere questa valen­za di assoluto, tuttavia donare qualcosa deve poter significare ai nostri occhi e al nostro cuore ben altro che non il semplice scambio in osservanza di un rito e di un’atmosfera particolari. Fare o ricevere doni deve diventare qualcosa che trasmette all’altro molto più dell’oggetto in se stesso. Nel nostro fare doni, e dav­vero non importa il loro valore materiale, ci dovrà essere tutta l’attenzione e la cura verso la persona alla quale abbiamo pensato, il dono deve poter dire «Ti ho avuto presente», «Mi sono ricordato che…», «Ti conosco e…». Un’attenzione e una cura che escludo­no l’acquisto dell’ultimo momento, che evitano l’af­fanno della corsa, che rifiutano il dono per semplice dovere di scambio. Allo stesso modo, nel nostro ricevere doni, non possiamo limitarci a un distratto "gra­zie" o anche a un entusiastico "Ohh!", legato maga­ri al valore materiale dell’oggetto o alla sua origina­lità. Ricevere doni deve significare essere capaci di dire con lo sguardo «Grazie perché mi hai pensato», «Perché ti sei ricordato che…», «Perché dimostri di conoscere i miei desideri». Allora il dono diventa opportunità nuova di comunicazione di sentimenti e occasione di stabilire una diversa relazione, fondata su sentimenti forse più delicati, meno eclatanti, ma senza dubbio più autentici e veri.

C’è infine un’altra possibilità per chi amiamo: esse­re dono. Diventare noi stessi dono per un figlio, per la moglie o il marito, per un amico, per la padre o la madre. Questo implica fermarsi per cercare di comprendere cosa davvero si aspetta l’altro da noi. Cosa si può donare al coniuge che possa arrivargli come un rinnovato messaggio di amore? Cosa potrebbe ren­dere felici i genitori? E cosa fare perché l’amico senta tutto il valore del nostro affetto? Scopriremo forse che un figlio da tanto tempo attende un pomeriggio da passare insieme con noi, che il marito o la moglie aspetta ancora un sorriso o forse un "perdono" lasciato sospeso nel tempo, che una madre o un padre attendono due ore di compagnia senza altro scopo che quello di ricordare insieme eventi sereni vis­suti, che l’amico attende un gesto di comprensione che per puntiglio o per ripicca gli abbiamo negato.

Questo Natale faremo certamente dei regali ed altri ne riceveremo, ma perché non pensare di mettere sotto l’albero un dono un po’ particolare: un bigliet­to con scritto «Ti regalo il mio tempo», oppure «Se mi guardi e mi vedi sorridere, questo sorriso è per te», o ancora «Prometto di ascoltarti per due ore senza interromperti», «Ho dimenticato quello sgarbo rice­vuto, anzi, di che sgarbo parliamo?». Un dono di que­sto genere sarà davvero una sorpresa per chi lo riceve e forse riusciremo a ritrovare il gusto antico e vero di Natale e a godere pienamente di tutta la gioiosa atmosfera che questo tempo dell’anno ci porta… in dono.

(da Noi genitori § figli. Mensile di vita familiare. Supplemento ad Avvenire del 30 novembre 2008, pp. 3-4)

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