Formazione

3276.jpgIl sacramento dell’Eucaristia (CCC 1322-1419)

 


1. Nomi dell’Eucaristia (CCC 1328-1332)

Con la parola eucaristia (in greco eucharistein [cf. Lc 22, 19; 1Cor 11,24] e eulogein [cf. Mt 26, 26; Mc 14, 22]: ringraziamento, rendimento di grazie) designiamo quel sacramento che nell’ambito cattolico per lo più viene detto messa o sacrificio della messa, e nelle chiese della Riforma, santa Cena.

Altri nomi:

* Cena del Signore (cf. 1Cor 11, 20) perché si tratta della Cena che il Signore ha consumato con i suoi discepoli la vigilia della sua Passione e dell’anticipazione della cena delle nozze dell’Agnello (cf. Ap 19, 9) nella Gerusalemme celeste.

* Frazione del Pane, perché questo rito, tipico della cena ebraica, è stato utilizzato da Gesù quando benediceva e distribuiva il pane come capo della mensa (cf. Mt 14, 19; Mt 15, 36; Mc 8, 6; Mc 8, 19) soprattutto durante l’Ultima Cena (cf. Mt 26, 26; 1Cor 11, 24). Da questo gesto i discepoli lo riconosceranno dopo la sua Risurrezione (cf. Lc 24, 13-35) e con tale espressione i primi cristiani designeranno le loro assemblee eucaristiche (cf. At 2, 42. 46; 20, 7). In tal modo intendono significare che tutti coloro che mangiano dell’unico pane spezzato, Cristo, entrano in comunione con lui e formano in lui un solo corpo (cf. 1Cor 10, 16-17).

* Memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore.

* Santo Sacrificio, perché attualizza l’unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l’offerta della Chiesa; o ancora santo sacrificio della Messa, sacrificio di lode (Eb 13, 15; Sal 116, 13.17); sacrificio spirituale (cf. 1Pt 2, 5), sacrificio puro (cf. Ml 1, 11) e santo, poiché porta a compimento e supera tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza.

* Santa e divina Liturgia, perché tutta la Liturgia della Chiesa trova il suo centro e la sua più densa espressione nella celebrazione di questo sacramento; è nello stesso senso che lo si chiama pure celebrazione dei Santi Misteri.

* Santissimo Sacramento, in quanto costituisce il Sacramento dei sacramenti. Con questo nome si indicano le specie eucaristiche conservate nel tabernacolo.

* Comunione, perché, mediante questo sacramento, ci uniamo a Cristo, il quale ci rende partecipi del suo Corpo e del suo Sangue per formare un solo corpo (cf. 1Cor 10, 16-17).

* Cose Sante - è il significato originale dell’espressione comunione dei santi di cui parla il Simbolo degli Apostoli - pane degli angeli, pane del cielo, farmaco d’immortalità, viatico.

* Santa Messa, perché la Liturgia, nella quale si è compiuto il Mistero della salvezza, si conclude con l’invio dei fedeli (missio) affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana.

Su questo sacramento tanto si è studiato e scritto, che in un paio di incontri non si possono illustrare diffusamente tutti gli aspetti che sono stati messi in luce dalla dogmatica, dall’esegesi, dalla storia dei dogmi e dalla scienza liturgica.


2. Origine, contenuto fondamentale e linee di sviluppo

Il NT parla diffusamente in cinque luoghi di questo sacramento come di un "testamento" di Gesù Cristo. Si tratta innanzitutto dei quattro racconti dell’istituzione, che provengono da due filoni tradizionali: l’uno formato da Mc 14, 22-25 e Mt 26, 26-29, e l’altro, da Lc 22, 15-20 e Paolo con 1Cor 11, 23-25. Ancora più antica fu forse la fonte del racconto di Marco (e di Matteo, che ne dipende), è radicata in un’antica tradizione semitica e risalente al primo decennio dopo la morte di Gesù. In tutti i racconti si riflette già la tradizione liturgica e cioè i testi usati nella liturgia delle comunità.

Come forma originaria sembra di poter riconoscere il testo seguente. «Ed egli prese il pane, pronunciò su di esso la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. E disse: "Questo è il mio corpo, che è dato per i molti. Fate questo in memoria di me!". Ugualmente prese anche il calice dopo la cena, con le parole: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue"». Un ulteriore chiarimento teologico del mistero eucaristico, in collegamento con le precedenti affermazioni, è dato da Gv 6, 48-59.

Uno dei più significativi studiosi dell’eucaristia negli ultimi decenni, il professore di dogmatica Johannes Betz, morto nel 1984, sintetizza così il contenuto di queste affermazioni bibliche: «Se consideriamo con uno sguardo d’insieme le notizie bibliche sulla Cena del Signore, emergono più chiaramente le sue linee dominanti e le idee portanti. Ne risulta la seguente sintesi: il NT annuncia quanto più ripetutamente tanto più chiaramente l’identità dei doni eucaristici con la persona reale di Gesù, che per noi e per la nostra salvezza si offre nella cruenta morte espiatrice di croce - e qui si dà in cibo nel sacramento per donarci così la redenzione realizzata morendo. La redenzione è quindi essenzialmente lui stesso, la sua persona incarnata, che si offre in sacrificio di espiazione e in tutto ciò opera per la nostra salvezza. Con la presenza reale di questa persona è perciò strettamente congiunta anche la presenza attuale della sua opera salvifica di un tempo, e l’eucaristia diventa la presenza sacramentale dell’intero evento salvifico "Gesù", nel quale la persona e la sua opera formano un’unità inscindibile. Tutti i testimoni neotestamentari manifestano questa fede».

I concetti ripetutamente usati da J. Betz di presenza reale (personale) e attuale vogliono render chiaro che nella celebrazione dell’eucaristia non si ha solo la presenza di Gesù, ma anche l’opera salvifica da lui realizzata, opera che culmina nella sua offerta sulla croce per noi e per la nostra salvezza. «Il dono che Gesù lascia dietro a sé non è solo un’idea da annunciare nella parola e da render manifesta nel sacramento, non solo un qualcosa di esistenziale da realizzare nella sequela credente e moralmente impegnata di Gesù; l’ultimo e più grande dono di Gesù, e quindi l’essenza del cristianesimo, è propriamente lui stesso, Gesù Cristo. Questa persona vuole non solo essere raggiunta nella fede, ma vuole essere ricevuta in tutta la sua realtà».

L’ulteriore evoluzione dalla Cena di Gesù alla celebrazione eucaristica della comunità primitiva si è avuta così: dapprima le parole di benedizione sul pane e sul vino furono pronunciate dopo la cena comunitaria, in seguito però furono completamente separate da questa e unite al servizio di preghiera della domenica mattina.

Da uno scritto del martire Giustino risulta che verso la metà del sec. II alla celebrazione eucaristica venne premessa una liturgia della Parola, quale era allora usuale nelle sinagoghe degli ebrei. Le due celebrazioni si fusero in una sola liturgia. Incontriamo per la prima volta il testo completo di un’antica eucaristia cristiana nello scritto Tradizione apostolica del prete romano Ippolito, che deve essere datato verso l’anno 215. Qui, come poi avverrà in seguito, si trovano testi che sono da prendere come modelli e che possono essere variati dal celebrante.

Con l’ulteriore ampliarsi della chiesa si formano numerosi centri liturgici, che elaborano la liturgia e specialmente l’eucaristia ciascuno a modo proprio. Non è possibile qui occuparsi più da vicino delle rispettive particolarità.

Altri particolari storici si trovano nella successiva spiegazione del rito della messa. Qui è il caso solamente di notare un’affermazione dogmatica del concilio di Trento, in cui si dice che la messa è la ripresentazione (repraesentatio), il memoriale (memoria) e l’applicazione del sacrificio della croce compiuto una sola volta da Cristo (DS 1740). Questo concilio ha così messo in evidenza anche all’inizio dell’era moderna i concetti fondamentali, che abbiamo incontrato nella ricerca neotestamentaria.

Lo stesso concilio di fronte ai molti e non sempre felici modi di celebrare la messa ordina una riforma del Messale Romano. Essa entrò in vigore sette anni dopo la fine del concilio, sotto Pio V (1570), e rimase valida per 400 anni circa senza grandi cambiamenti.

Il Vaticano II nel secondo capitolo della sua costituzione liturgica si occupa diffusamente del «santo mistero dell’eucaristia». La sua particolare preoccupazione è «che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente, e attivamente; siano istruiti nella parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio» (SC 48). A questo scopo il concilio richiede una rielaborazione del rito della messa in modo «che appariscano più chiaramente la natura specifica delle singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e attiva partecipazione dei fedeli. Per questo i riti, conservata fedelmente la loro sostanza, siano resi più semplici; si tralascino quegli elementi che col passare dei secoli furono duplicati o meno utilmente aggiunti; alcuni elementi invece, che col tempo andarono ingiustamente perduti, siano riportati alla primitiva tradizione dei Padri, nella misura che sembrerà opportuna o necessaria» (SC 50).

Seguendo queste direttive il "Consilium" romano elaborò dapprima la parte invariabile del messale, l’Ordo Missae il quale dopo alcuni cambiamenti da parte dell’Autorità superiore fu approvato e posto in vigore il 3 aprile 1969 con la Costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI. Seguì quindi un anno dopo l’edizione dell’intero messale. In testa vi si trovano i "Principi e norme per l’uso del messale romano" (= PNMR) e le norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario. Al contrario di quanto avveniva prima, i PNMR contengono non solo disposizioni rubricali, ma anche spiegazioni riguardanti i contenuti.

Dopo due anni di preparazione poté essere ultimata la traduzione in lingua italiana; essa, approvata secondo le delibere dell’Episcopato italiano, fu confermata dalla Congregazione per il Culto Divino il 29 novembre 1972. Il nuovo Messale Romano fu pubblicato il 19 marzo 1973 e divenne obbligatorio il 10 giugno 1973, solennità di Pentecoste. Il 15 agosto 1983 veniva pubblicata una seconda edizione del Messale Romano (conferma della Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino del 29 giugno 1983). Preparata secondo gli orientamenti dei competenti organismi della Santa Sede e sulla base dell’esperienza maturata nei venti anni dalla promulgazione della SC essa conteneva «le variazioni e gli arricchimenti della seconda edizione tipica latina del 1975 ed altri testi eucologici facoltativi di nuova composizione, maggiormente rispondenti al linguaggio e alle situazioni pastorali» delle comunità italiane. Tra le novità di questa edizione va considerata anche la parte con le "Melodie per il rito della messa ed altri riti", di nuova creazione.

Per quanto riguarda i testi latini, dal 10 novembre 1969 era in vigore la norma per cui all’edizione del messale in lingua parlata doveva essere aggiunta un’appendice latina. Un anno dopo Roma pubblicava un Missale parvum, che conteneva testi supplementari latini. Tale Missale parvum fu pubblicato come volume separato, annesso alla prima edizione del Messale Romano. Il messale stesso conteneva dei testi latini importanti dell’Ordinario e del Proprio, poi aumentati di numero nella seconda edizione.

All’inizio dell’estate dell’anno 2000 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha divulgato una nuova edizione dell’Institutio Generalis Missalis Romani, quale estratto e anticipo della terza edizione tipica del Messale Romano.

La terza edizione del Messale Romano fu pubblicata nel 2002, anche se il decreto della sua promulgazione porta la data del 20 aprile 2000. Attualmente è in fase di traduzione in lingua italiana. Finora è stato pubblicato l’Ordinamento Generale del Messale Romano.

 

 


 

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