Formazione

cresimaIl rinnovamento dell’iniziazione cristiana: criteri teologico-pastorali alla luce delle tre Note della CEI, ovvero: L’IC nella Chiesa italiana: a 40 anni dal documento Base, di fronte all’imperativo del primo annuncio.

di don Luca Bressan


Apro questo mio intervento dichiarando il taglio, la prospettiva a partire dalla quale ho immaginato questa mia comunicazione (ciò che abitualmente indichiamo con l’oggetto formale): si tratta di un esercizio di teologia pratica, ovvero di un tentativo di lettura e comprensione teologica di quello spazio pastorale che la Chiesa italiana designa con il termine sintetico di iniziazione cristiana. Più analiticamente potremmo dire che si tratta di un lavoro di rinvenimento degli itinerari e degli strumenti che le istituzioni ecclesiali attuali mettono in atto per permettere a dei ragazzi e a degli adulti di diventare cristiani nella nostra Chiesa italiana. L’obiettivo: aiutare la Chiesa a sviluppare una lettura delle sue pratiche, una lettura di come queste pratiche costruiscono la sua identità storica, permettono la custodia e la trasmissione della memoria cristiana, immaginano quell’atto fondamentale per il futuro della nostra fede che è la generazione di altri cristiani.

Proprio questo taglio, la prospettiva scelta, ci aiuta a dare contenuto all’oggetto che intendiamo analizzare. Potremmo dire che in questa comunicazione intendiamo l’iniziazione cristiana come la cifra sintetica che allude ai vari processi del diventare cristiani. Più che assumere un riferimento astratto come principio di osservazione (il riferimento al RICA, ad ex.), la riflessione teologico-pratica è chiamata a cercare di reperire dentro la pastorale quotidiana i tratti dei dispositivi (sono più di uno) grazie ai quali la Chiesa oggi genera cristiani. Per cui, stanti queste premesse, per iniziazione cristiana intendiamo qui l’insieme organizzato dei passi, degli strumenti, degli attori, delle norme e delle celebrazioni, dei valori attraverso i quali i cristiani vengono inseriti nell’unico popolo di Dio che attraversa la storia.

Analizzeremo tutti questi dispositivi, questo spazio ecclesiale che è l’iniziazione cristiana, attraverso questi passi: ci introdurremo anzitutto attraverso la costruzione di un quadro di comprensione; cercheremo di identificare le sfide con cui la Chiesa italiana è chiamata a misurarsi; metteremo a fuoco alcune regole essenziali che la riflessione teologico pratica ci permette di scoprire, per abitare in modo fruttuoso e maturante le sfide rinvenute; lavoreremo infine su due situazioni che possono essere assunte come riferimento esemplare.


Il contesto dei dispositivi odierni di IC.

Per poter comprendere in modo corretto la situazione dell’iniziazione cristiana, le sue evoluzioni, le sfide con cui è chiamata a misurarsi, non possiamo dimenticarci di un dato fondamentale: anche questa pratica ecclesiale si trova inserita in quel cammino di recezione del concilio Vaticano II che è in atto ormai da 40 anni, e che segna il nostro vissuto con una storia molto meno lineare di quanto comunemente immaginato. Il concilio Vaticano II è all’origine di tutto quel cammino di riforma della catechesi e dei percorsi di educazione alla fede che tanto hanno segnato questi decenni della Chiesa italiana: si pensi allo strumento che la Chiesa italiana si è data con il famoso documento base del 1970 “il rinnovamento della catechesi”; si pensi alle conseguenze che questo strumento ha generato (nuovi itinerari di catechesi, nuovi strumenti, un modo nuovo di immaginare la trasmissione e di pensare le figure incaricate di questa operazione, catechisti in primis), e a tutto il cammino di trasformazione che ha saputo innescare nella Chiesa italiana. Fino ad arrivare alle tre note CEI (1997, 1999, 2003) menzionate in modo esplicito nel titolo dell’intervento.

Ritengo che per ben valutare tutto questo lavoro di recezione in atto valga la tesi interpretativa espressa da E. Biemmi: il primo compito che ci è affidato è aiutare le nostre Chiese locali ad uscire in modo compiuto e voluto da un modello (quello tridentino) che funziona ancora da mito fondatore, pur non essendo più vissuto nella realtà concreta. Il nostro modo attuale di vivere l’iniziazione cristiana infatti non è più il modello della catechesi tridentina, e questo da più di una generazione; siamo in un contesto di sperimentazione prolungata e non ancora compiuta, che dura ormai da più di quarant’anni, e che deve essere guidata, aiutata a raccogliere i passi fatti, a rileggere errori e ingenuità, a condividere guadagni e certezze maturate. Questo lungo travaglio è costellato di segnali di maturazione e allo stesso tempo di fatica: come guadagno possiamo ormai vantare un approccio sempre più competente alla problematica; come fatica non possiamo non segnalare il restringimento degli attori interessati (i catechisti sono sempre quelli, e con qualche anno in più), e una costante e progressiva emarginazione del soggetto comunitario nei processi di rielaborazione dell’iniziazione cristiana (l’attuale revisione in atto in molte diocesi è fatta da pochi, non è capace di coinvolgere secondo uno stile sinodale il più ampio contesto ecclesiale). Tra i segni di maturazione vanno collocati tutti quei tentativi di superamento della frammentazione e della dispersione, con i quali in questi decenni abbiamo saputo contenere le ripetute crisi culturali ed educative con cui la Chiesa italiana ha dovuto misurarsi, nel suo lavoro di ricostruzione della pratica catechetica; mentre tra le fatiche non possiamo non segnalare il rischio di un idealismo spirituale che con le sue esuberanze sopporta con fatica il peso della storia quotidiana (molte mete che ci siamo prefissi di raggiungere con la riforma della IC sono davvero eccessive, se comparate con le risorse, gli strumenti e lo spazio di intervento a nostra disposizione). Al di là dei singoli elementi analitici rimane tuttavia come dato diffuso un forte clima di insoddisfazione, se da più di un catecheta è stata avanzata l’ipotesi di abbandonare lo stesso progetto di RdC e del DB del 1970 (ultimamente E. Biemmi a Padova nel 2008: cf Catechesi 2009).


Le sfide comuni dei differenti dispositivi di IC.

Un simile contesto di recezione e di trasformazione non poteva non generare alcune sfide con le quali i dispositivi messi in campo per generare alla fede nella nostra Chiesa oggi sono chiamati a misurarsi. Queste sfide sono: il rischio di avere un campo della pratica ecclesiale animato da molte logiche di intervento e di ricostruzione, logiche che in più di un caso agiscono in modo parallelo, senza troppo ascoltarsi e confrontarsi; la progressiva identificazione di un punto di appoggio, di un terreno comune a partire dal quale immaginare e realizzare il processo di ricostruzione dei dispositivi di iniziazione cristiana (il concetto di catecumenato); alcuni punti chiari raggiunti dalla riflessione teologica, che la pratica pastorale può assumere come strumenti regolatori della trasformazione in atto.


Logiche ecclesiali al plurale e non sempre convergenti.

Le sperimentazioni che si sono succedute in questi decenni, e anche alcune loro traduzioni istituzionali, mettono bene in luce come i dispositivi di iniziazione cristiana rispondano a logiche plurali e ad accentuazioni diverse: ecclesiali, storiche, simboliche, sistematiche, pedagogiche, istituzionali e sociali. La combinazione diversa di questi ingredienti e la maggiore o minore accentuazione dei loro contenuti ha dato vita ad una iniziazione cristiana che si presenta come uno spazio variopinto e molto articolato: si va da chi vede l’ iniziazione cristiana come lo strumento per superare un cattolicesimo popolare ritenuto inadeguato alla cultura e alla società in cui abita la Chiesa (si vedano i vari progetti di riforma IC messi in atto da vari soggetti ecclesiali spontanei negli anni ’70; in parte l’applicazione della riforma stessa della CEI di quegli anni segue questa tendenza), a chi invece vede l’ iniziazione cristiana come uno strumento pedagogico per formare dei cristiani finalmente adulti, maturi ed autonomi (la revisione dei catechismi degli anni ’80, in seguito alla spinta di revisione delle riforme innescata da Ratzinger, con al centro gli imperativi della integralità e della sistematicità, in funzione apologetica nei confronti di un mondo da convertire di nuovo: cf CEI anni ’80 dopo Loreto), a chi ritiene l’ iniziazione cristiana lo spazio adatto per reintrodurre una figura tradizionale di cristianesimo, individuale, devozionale e morale (alcune spinte attuali di ritorno alla forma e alla struttura del catechismo di Pio X, alcune delle componenti che hanno portato alla ideazione di un CCC).

Le nostre pratiche sono lo specchio di una Chiesa che non ha ancora sufficientemente ed in modo consapevole elaborato e fissato i tratti fondamentali dell’identità cristiana odierna, la figura di cristianesimo da vivere in questo nostro presente storico. Anche perché al primo shock, al primo fattore di aggiornamento, tutto endogeno (il Vaticano II come evento che chiede al nostro cristianesimo l’assunzione di uno stile più qualitativo, maggiormente capace di incidere nel presente attraverso la forma della testimonianza), si è aggiunto un secondo shock, un secondo fattore di trasformazione e di crisi: la crisi culturale del maggio ’68, che in un attimo ha reso obsoleti linguaggi, riti, strumenti pedagogici sui quali contavamo di poter appoggiare il nostro lavoro di riforma e di ricostruzione degli itinerari di generazione alla fede.


Il concetto del catecumenato come luogo di convergenza.

In modo sinergico (teologia, pastorale, magistero) il concetto di catecumenato ha guadagnato spazio dentro il terreno di rielaborazione e di ristrutturazione dei dispositivi di generazione alla fede, dell’iniziazione cristiana. Le tre note CEI a cui ci riferiamo in modo particolare sono il luogo più significativo che testimonia la recezione in ambito italiano (in ritardo rispetto ad altre Chiese europee) di questo concetto in funzione di categoria riorganizzatrice. Che cosa si intende con il termine di catecumenato?

IC/2: « Essa fa parte di un progetto con cui il Consiglio permanente della Conferenza episcopale Italiana si ripromette di indicare contenuti, finalità e modalità per itinerari di iniziazione cristiana che conducano alla maturità della fede, a divenire cioè discepoli di Gesù in cammino con lui verso il Padre, vivendo un';esistenza secondo lo Spirito, membri coerenti e attivi della chiesa, testimoni autentici del Vangelo nel mondo. […] Il testo che viene ora pubblicato fa seguito alla prima parte, edita in data 30 marzo 1997 e dedicata agli Orientamenti per il catecumenato degli adulti, e propone un adattamento del Rito per l'iniziazione cristiana degli adulti alle esigenze dei fanciulli e dei ragazzi, nel quadro della missione evangelizzatrice della chiesa e dell'inserimento del cammino di iniziazione nella pastorale ordinaria, offrendo criteri per un'efficace azione di annuncio e catechesi, per una pertinente educazione alla testimonianza e per una corretta celebrazione dei sacramenti dell'iniziazione, chiedendo il coinvolgimento delle famiglie e della comunità parrocchiale nelle scelte dei fanciulli e dei ragazzi, riservando un'attenzione particolare alle situazioni dei più deboli ».

Il concetto di catecumenato designa al tempo stesso un luogo, uno stile, un’azione. L’azione, ovvero il nesso sacramento - fede: proprio attraverso il sacramento la fede giunge ad essere compiutamente se stessa (il legame Chiesa – Pasqua di Cristo, attuato nel sacramento). Grazie al catecumenato l’ iniziazione cristiana può essere vissuta come lo strumento per apprendere una fede non astratta, quanto piuttosto comunitaria, celebrata, memoriale, cristocentrica e legata al ruolo dello Spirito. Il luogo, ovvero il catecumenato assunto in funzione di dispositivo linguistico: il catecumenato si rivela essere un concetto in grado di organizzare attraverso una funzione di regia gli attori e le azioni che un credente incontra e vive nel suo percorso di crescita della fede. La comprensione dei percorsi di iniziazione cristiana attraverso lo strumento del catecumenato permette di strutturare le pratiche pastorali realizzate per generare alla fede evidenziandone la grammatica di funzionamento: la strutturazione degli itinerari di iniziazione cristiana come una sorta di narrazione forte, riorganizzazione strutturata e codificata della nostra fede in funzione dell’annuncio. Infine, lo stile, meglio ancora la mistagogia, primo annuncio come stile che descrive bene una iniziazione cristiana pensata secondo la grammatica catecumenale.

Grazie al catecumenato, l’iniziazione cristiana non viene più intesa semplicemente come un dispositivo intellettuale (un insieme di lezioni di catechesi) – sempre che lo sia stata: spesso il racconto di una catechesi ridotta a solo percorso di lezioni è in realtà una caricaturizzazione di un passato in funzione catartica, per poter annunciare in modo enfatico i cambiamenti del presente – ma molto più profondamente come un luogo antropologico in cui la Chiesa accompagna i primi passi del dispiegarsi del dono sacramentale nella vita di colui che l’ha ricevuto.

Riletta in questa chiave mistagogica, l’iniziazione cristiana assume dello stile del primo annuncio i seguenti elementi da declinare dentro il proprio contesto: sceglie i contesti di prossimità come luoghi antropologici dentro i quali vivere la dinamica di trasmissione della fede; fa dell’ordinarietà e del quotidiano le caratteristiche che ne descrivono il funzionamento; accetta la sfida della diversità e dell’ambiguità come punti di partenza e luoghi di riconoscimento dei diversi attori della relazione; sostiene una gelosa custodia della propria memoria, della differenza cristiana che la spinge come uno stimolo ad abitare questi territori, a tessere queste relazioni. È proprio grazie a questi elementi che l’iniziazione cristiana può fare delle sue frontiere, dei suoi confini – di tutti quei luoghi e quelle situazioni ritenute come problematiche e difficoltose – un luogo davvero significativo di primo annuncio. In sintesi potremmo dire che la logica catecumenale applicata alla iniziazione cristiana dà un contenuto chiaro e logico alla dimensione missionaria che la Chiesa italiana si è dato come primato e principio regolatore della riorganizzazione delle proprie azioni pastorali.


Due principi teologici come punto di riferimento.

Nel suo percorso di revisione e di ricostruzione dei propri dispositivi, l’iniziazione cristiana è chiamata a confrontarsi con i passi fatti e i punti fermi elaborati dalla riflessione teologica, che rappresentano al tempo stesso utili guadagni ma anche domande critiche rivolte alle nostre pratiche. Questi punti fermi possono essere raccolti attorno a due principi chiave: la centralità dell’eucaristia, la declinazione pedagogica della figura catecumenale.


L’eucaristia vertice del cammino di iniziazione cristiana.

IC/3: « 38. Le celebrazioni strutturano tutto il cammino, in modo particolare scandiscono le varie tappe, come espressione della grazia di Dio e della maturazione spirituale di chi è in cammino. Vi è una progressione anche nell'esperienza liturgica, che tende alla partecipazione piena all'eucaristia, culmine dell'itinerario. L'eucaristia, infatti, è il sacramento della maturità cristiana. Prendere parte all'assemblea eucaristica in modo consapevole e pieno è il frutto di un graduale cammino di fede. Ricorda il Concilio: «Prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, è necessario che siano chiamati alla fede e si convertano. Punto qualificante dell'itinerario lungo l'anno liturgico è la celebrazione del giorno del Signore, la domenica, pasqua della settimana, giorno dell'incontro della comunità per celebrare la memoria della risurrezione di Cristo, giorno dell'eucaristia, della carità e della missione.

L’eucaristia come vertice del cammino di iniziazione cristiana: partecipando al corpo eucaristico di Cristo, il credente diventa pienamente parte del suo corpo ecclesiale. La confermazione (la cresima) va perciò compresa dentro questo orientamento: da un lato, sottolinea il legame tra la Chiesa e lo Spirito Santo come autore della presenza di Cristo oggi; dall’altro evidenzia la sottolineatura ecclesiale di un itinerario che porta un singolo individuo a professare la sua fede personale dentro un noi che lo sostiene (la tradizione, la Chiesa del presente).

Una declinazione pedagogica della figura catecumenale.

IC/2: « 22. L'iniziazione cristiana è un itinerario: il progressivo attuarsi nel tempo del progetto salvifico di Dio che chiama l'uomo alla vita divina del Figlio, inserendolo stabilmente nella chiesa e ricolmandolo in abbondanza della grazia dello Spirito Santo. Se è vero che con la celebrazione dei tre sacramenti i fanciulli e i ragazzi sono pienamente iniziati alla vita cristiana, tuttavia, proprio per la legge della progressione della storia della salvezza, anche l'itinerario che a essi conduce partecipa di quella grazia preparandola, anticipandola, favorendola.

23. Per questa ragione i fanciulli e i ragazzi compiono il loro itinerario di iniziazione cristiana guidati e rafforzati dallo Spirito, fino alla sua particolare effusione nei sacramenti dell'iniziazione, quando lo Spirito prende stabilmente dimora in loro con i suoi doni. Tutti - iniziandi, padrini, accompagnatori, catechisti - interagiscono animati dall'unico Spirito, obbedienti alla sua voce e alla sua azione.

24. Proprio perché guidati dallo Spirito, i fanciulli e i ragazzi non sono soggetti passivi. L'azione dello Spirito si esprime infatti nello sviluppare la loro soggettività, nel renderli protagonisti del loro itinerario. È lo Spirito che li muove al dialogo con Cristo, a quella conformazione a lui fino a dire: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20); fino a dire in lui: «Padre nostro che sei nei cieli» (Mt 6,9). L'itinerario dell'iniziazione cristiana si sviluppa in ogni momento in forma dialogica fra Cristo e gli iniziandi, sotto l'azione dello Spirito.

25. Ogni iniziando intraprende il suo itinerario portando con sé tutta la propria storia: familiare, culturale, religiosa, psicologica... Egli poi viene a inserirsi in contesti ecclesiali tra loro diversi: situazione di antica, recente o incipiente cristianizzazione; celebrazione distanziata dei tre sacramenti dell'iniziazione e non secondo l'ordine tradizionale; forme diverse di catechesi... Tutto questo postula che non si possa proporre un modello uniforme di itinerario; tutti gli itinerari però devono tener conto della situazione della persona e rispettare la realtà dei sacramenti ».

Una declinazione in chiave pedagogica della figura catecumenale: il concilio Vaticano II fornisce gli elementi (soggetti, strumenti, ritmi, contesti) per immaginare e costruire percorsi di ingresso e di crescita nell’esperienza cristiana (non più soltanto adorazione e confessione, ma anche ascolto della Parola di Dio, discernimento, esperienza dell’essere raccolti in comunità, ecumenismo …). All’interno di questo modo rinnovato di pensare la trasmissione della fede cristiana (il catecumenato) vengono individuati ed indicati gli obiettivi del compito educativo (cf il legame tra GE e AG). Gli elementi tipici del catecumenato vengono così declinati come principi pedagogici, strumenti per dare esecuzione al compito educativo; e al riguardo il concilio Vaticano II consegna una mappa molto articolata dell’azione educativa, intesa come strumento per introdurre alla fede, che assume parecchi degli elementi che si erano sviluppati nel momento mitico della nascita del ministero educativo ecclesiale, quello della riforma cattolica: si veda il ruolo e l’ampiezza dei soggetti, gli strumenti e gli spazi educativi pensati, le finalità.

La recezione del Vaticano II si mostra così allo stesso tempo interessante e impegnativa. Questo concilio infatti sull’identità cristiana ci ha fornito elementi interessanti, che vanno ad integrare la trilogia chiara e definita (eucaristia, confessione, vita cristiana/morale), frutto del concilio di Treno: il ruolo della Parola di Dio; la figura della Chiesa locale; un diverso modo di intendere i sacramenti, la liturgia e la preghiera (il concetto di actuosa participatio); il catecumenato come forma e struttura del percorso educativo. Quest’ultimo elemento, in particolare, si rivela come lo strumento che il concilio consegna per riorganizzare ed articolare in modo più approfondito il concetto di educazione cristiana. Un confronto sinottico tra il testo di Ad Gentes 14 e il capitolo 2 della dichiarazione Gravissimus Educationis permette di scoprire che il principio, la sorgente del concetto di educazione caro ai padri conciliari è proprio l’idea del catecumanto, che consente di riarticolare la pedagogia cristiana facendo forza su questi punti: un’idea di educazione non più soltanto intellettuale; un itinerario educativo scandito da tappe e celebrazioni, in un contesto comunitario, in grado di trasmettere valori e una tradizione, con figure che hanno il compito di generare (dei padri nella fede e nella vita), dando un ruolo attivo e di piena partecipazione all’educato.


Alcune regole per abitare il cambiamento.

Le sfide appena evidenziate ci consegnano una iniziazione cristiana in piena effervescenza. Come abitare, come vivere questa situazione di trasformazione? Alcune regole per orientarci in questa epoca di passaggio.


Superare la sindrome di onnipotenza del riformatore.

L’impressione che ci sia un luogo e un punto a partire dal quale è possibile decidere in modo tecnico e astratto i cambiamenti da operare in questa pratica ecclesiale è sbagliata ecclesiologicamente e impossibile da realizzare nella pratica. Decidere in modo astratto quale sia il modello da seguire nella riforma in atto dell’IC tra i due paradigmi attorno ai quali si va condensando il cambiamento in atto (formazione [RdC, principio della correlazione, antropologico, istituzionale], generazione [Theobald/Fossion, principio della relazione, pneumatologico, intimistico]), è davvero pericoloso. È molto meglio usare i due modelli come strumenti ermeneutici per integrare le diverse prospettive riformatrici in campo, per consentire alla pratica, al popolo di Dio che cammina nella storia, di realizzare la sua propria sintesi, che solo la storia successiva potrà leggere e interpretare. Il compito di portare consapevolezza e competenza in una trasformazione che ha subito già troppo i rischi della improvvisazione, della inesperienza, della mancanza di conoscenza della nostra tradizione.


Il compito: attivare e motivare i soggetti che già operano.

Un punto di partenza praticabile e fruttuoso da un punto di vista ecclesiale: analizzare il funzionamento attuale dei cammini di iniziazione cristiana, per ridare ai diversi soggetti in campo lo spazio per una loro attivazione. Si possono così ricoinvolgere, rimotivare e ridefinire: la comunità parrocchiale (consiglio pastorale, assemblea domenicale), i catechisti (non più individui ma gruppo di accompagnamento, non più soltanto legati al singolo momento della proposta ma alla famiglia, riprendendo le tracce della figura del padrino), i genitori (alleanza educativa), i preti (nel ruolo di regia del percorso, promozione, discernimento sui candidati e sui vari educatori), il vescovo (la Chiesa diocesana e il suo compito di strutturare, nutrire, gestire lo spazio dei percorsi di iniziazione cristiana).

A partire dal quadro che si viene a creare diventa così possibile lavorare ad una ristrutturazione dei percorsi di iniziazione cristiana rivedendo i tempi, i ritmi e gli obiettivi reali dei cammini. Sapendo che il nostro scopo, più che disegnare una quadro sintetico difficilmente attuabile, è intuire il punto da cui cominciare a trasfigurare la pastorale.

IC/3: « 4. L'uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri, più all'esperienza che alla teoria, più ai fatti che alle parole. La prima e insostituibile forma di evangelizzazione è la testimonianza della vita. È dunque con la vita ordinaria della comunità ecclesiale, con il suo stile fatto di accoglienza e di perdono, di povertà e di distacco; è con la presenza sollecita di pastori e fedeli, con l'esempio di famiglie cristiane e di comunità religiose, che gli umili discepoli del Signore, pur con tutti i limiti e i difetti umani, saranno apostoli credibili del suo Vangelo di verità, di libertà e di amore. In una parola, per evangelizzare occorre innanzitutto la santità. Tale «misura alta della vita cristiana» è stata riproposta con vigore dal papa Giovanni Paolo II, il quale ha indicato la santità come l'obiettivo irrinunciabile di una pastorale missionaria. È ora di riproporre a tutti con convinzione questa "misura alta" della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione.

35. Essenziale e insostituibile è il ministero del catechista accompagnatore. Egli è fratello nella fede, che indica la strada e nello stesso tempo considera le forze e il ritmo di chi accompagna; è testimone che, con le parole e con la vita, presenta il fascino esigente della sequela di Cristo; è amico che accoglie, segue e introduce nella comunità. Egli si mette in ascolto delle domande per comprenderle; valorizza la situazione della persona; aiuta a discernere i segni di conversione. Nell'attuale contesto di missionarietà il ministero del catechista accompagnatore richiede una particolare cura ecclesiale, che deve esprimersi in un'adeguata formazione che lo abiliti a rapportarsi con gli adulti, ad ascoltare le loro domande, a dare risposte convincenti e sicure intorno alla fede cristiana, così da aprire alla speranza e all'obbedienza della fede in Cristo. Spetta al catechista accompagnatore predisporre l'itinerario e le esperienze di vita cristiana. In questo servizio è guidato dal presbitero e può essere aiutato da altre persone coinvolte nel compito di formazione. Tale compito può essere svolto da una persona singola, da un gruppo di due o tre persone, o anche da una famiglia ».


Gli obiettivi verso cui tendere. 

Le sperimentazioni mettono in evidenza una serie di obiettivi verso i quali ci stiamo incamminando (cf C. Cacciato Insilla, L’iniziazione cristiana in Italia dal Concilio Vaticano II ad oggi. Prospettiva pedagogico-catechetica, LAS, Roma 2009). A breve termine (la ricostruzione di una grammatica religiosa e cristiana che parli la lingua dei ragazzi e dei giovani di oggi), a medio termine (l’immaginazione di percorsi di maturazione e di crescita del cristiano: ingredienti, strumenti, attori, riti, passaggi, regole, obiettivi), a lungo termine (riaffrontare in modo sistematico la questione della trasmissione della fede, la custodia della memoria cristiana come strumento che edifica la Chiesa: la sfida da Catechesi Tradendae in qua. Cambiando la razionalità, come assumere le nuove forme di razionalità per rendere ragione della speranza che ci abita, della fede che viviamo?). Questi obiettivi tengono conto del contesto attuale del nostro cristianesimo: un cattolicesimo popolare di cui farsi carico. Questi obiettivi tengono conto anche del necessario mutamento di paradigma: da una logica organizzativa e di appartenenza, ad una della relazione, dell’itineranza (un primo annuncio da declinare non tanto in termini temporali, ma spaziali, rideclinando in campo catechetico una felice intuizione canonistico/ecclesiologica di A. Borras).


Due esemplificazioni paradigmatiche. 

1. La cura per il battesimo dei bambini.

«Dare corpo» alla fede della Chiesa: prospettare una prassi pastorale nella quale i genitori vengono aiutati a lavorare (riflettere, approfondire, scoprendone le dimensioni nascoste) sul senso della loro richiesta ed, eventualmente, accompagnati in un compito di educazione alla fede cui, da soli, non sarebbero in grado di far fronte. Il momento della richiesta del battesimo si presenta come un nodo ecclesiale interessante: permette di entrare in relazione con una famiglia, prendendosene cura; pone il problema della trasmissione della fede; consente di verificare la capacità della comunità cristiana a raccogliere i suoi fedeli; apre la comunità all’ascolto delle fatiche e dei bisogni di chi è impegnato a generare il futuro della Chiesa e della società. Le parole che su questo argomento il card. Ruini spende nelle conclusioni al Convegno ecclesiale di Roma devono rimanere per noi uno stimolo forte.

« Questa tensione missionaria rappresenta anche il principale criterio intorno al quale configurare e rinnovare progressivamente la vita delle nostre comunità. Dal nostro Convegno emerge chiara l’esigenza di superare le tentazioni dell’autoreferenzialità e del ripiegamento su di sé, che pure non mancano, come anche di non puntare su un’organizzazione sempre più complessa, per imboccare invece con maggiore risolutezza la strada dell’attenzione alle persone e alle famiglie, dedicando tempo e spazio all’ascolto e alle relazioni interpersonali, con particolare cura per la confessione sacramentale e la direzione spirituale. In un contesto nuovo e diverso, avremo così il ricupero di una dimensione qualificante della nostra tradizione pastorale. Per essere pienamente missionaria, questa attenzione alle persone e alle famiglie deve assumere però un preciso orientamento dinamico: non basta cioè “attendere” la gente, ma occorre “andare” a loro e soprattutto “entrare” nella loro vita concreta e quotidiana, comprese le case in cui abitano, i luoghi in cui lavorano, i linguaggi che adoperano, l’atmosfera culturale che respirano. È questo il senso e il nocciolo di quella “conversione pastorale” di cui sentiamo così diffusa l’esigenza ».


2. Un percorso tradizionale da trasformare con gradualità.

L’inserimento dell’elemento di una «prima evangelizzazione» o «primo annuncio» non tanto come una fase ma piuttosto come una prospettiva a partire dalla quale organizzare tutto l’itinerario (ovvero, almeno dal punto di vista della proposta, la progettazione di un itinerario globale di introduzione alla vita cristiana). La logica catecumenale va giocata come stimolo per la riattivazione di una struttura educativa che ripensi oggi l’introduzione e la maturazione dentro l’esperienza cristiana avendo come modello il dispositivo linguistico assunto in chiave educativa (che la tradizione cristiana dimostra di conoscere già, come mostrano le tre dimensioni che strutturano il catecumenato: intro-ducere, tra-ducere, e-ducere: iniziare, trasmettere, educare, come ho avuto modo di spiegare altre volte negli articoli che ho dedicato alla riflessione su questa problematica).

Come intendere il primo annuncio? Con “primo annuncio” intendo indicare un principio organizzativo, uno stile, una sorta di elemento paradigmatico che descrive e definisce il comportamento che l’istituzione ecclesiale assume in situazioni di frontiera, di incontro con realtà, persone e situazioni esterne ai suoi circuiti abituali. Il vissuto quotidiano delle nostre realtà ecclesiali è ricco di tali situazioni; e il modo con cui noi solitamente ci accingiamo a viverle è davvero un dispositivo comunicativo, in grado di comunicare agli altri non soltanto il messaggio cristiano ma anche una immagine della nostra identità, della nostra figura.

È possibile immaginare una sorta di grammatica del primo annuncio? 1. Vivere lo stile del primo annuncio significa saper riconoscere dentro la cultura e la società che si abitano, le esperienze antropologiche fondamentali, attraverso le quali le singole persone e i gruppi sociali simbolizzano la propria identità e il senso dell’esistenza (il senso della vita: l’esperienza della nascita, della morte, della sofferenza…; il senso del tempo: la fatica maturante del lavoro, la gioia della festa, le celebrazioni della memoria…; il senso della relazione: la trepidazione dei momenti di passaggio, delle tappe della crescita, l’esperienza dell’amore e degli affetti, la forza istituente del costume e della legge; il significato identitario della memoria collettiva, dei riti e dei valori che la esprimono, della religione…). 2. In secondo luogo, occorre imparare ad abitare queste esperienze, attivando trame di relazioni profonde e significative, capaci di entrare in risonanza con la promessa di vita buona e felice e con la ricerca di senso che abita come una speranza il cuore di ogni uomo, ancorandosi agli elementi fondanti l’esperienza umana, alle sue dinamiche istituenti (favorendo continuamente il riconoscimento dell’altro nelle relazioni istituite, adoperandosi per orientare queste relazioni al bene di tutti e di ciascuno). 3. È a questo punto che si potrà far entrare in gioco, nel processo comunicativo attivato, la memoria cristiana come terreno linguistico in grado di dischiudere il senso profondo delle esperienze vissute e condivise, strumento paradigmatico capace di attivare dinamiche trasfiguratici dell’esperienza e dei significati che ne definiscono l’identità. 4. Questa operazione di condivisione della memoria cristiana potrà fungere da ingresso all’incontro e all’esperienza di quei luoghi e di quegli elementi che per noi costituiscono il luogo istituente la nostra identità: le Scritture (la Parola), l’Eucaristia come luogo e codice che custodisce la verità delle parole dette, e l’esperienza ecclesiale prova e testimonianza dell’esperienza vissuta.

 

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