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Coinvolgere pienamente l'assemblea nella celebrazione attraverso il canto. Questa l'antica esigenza della comunità cristiana, recentemente rivitalizzata dal concilio Vaticano ii, alla quale Joseph Gélineau è stato capace di rispondere mantenendo un elevato livello artistico. La difficoltà in questa impresa era infatti quella di perseguire la semplicità senza scadere nel banale, di garantire la fruibilità evitando ammiccamenti.

Il gesuita, che ha dedicato tutta la vita al canto liturgico in particolare componendo numerosi salmi, è riuscito a evitare la deriva di un facile melodismo trovando una chiave linguistica moderna, evidenziando la stretta relazione che intercorre tra funzione rituale e forma musicale. Lo ha fatto utilizzando, filtrata e adattata, l'intuizione che i minimalisti americani negli anni Sessanta hanno sviluppato per emanciparsi dall'espressionismo astratto senza cadere nei tecnicismi dell'avanguardia europea:  la ripetizione. Si tratta, certo, di due percorsi autonomi, mossi da esigenze diverse e incrociatisi forse inconsapevolmente, ma non è un caso se i minimalisti sono riusciti a coinvolgere un enorme pubblico nelle loro meditazioni sonore così come Gélineau ha favorito la partecipazione attiva dell'assemblea al mistero celebrato.
La reiterazione, di chiara derivazione orientale, ha trovato nel gesuita un adattamento grazie al filtro del canto gregoriano. Già prima del concilio Vaticano ii, il compositore aveva lavorato a lungo al salterio della Bible de Jérusalem convinto - in linea con quanto nel 1956 sottolineava anche Thomas Merton nel breve saggio Praying the Psalms - che "nessuno può dubitare che la Chiesa consideri i salmi la preghiera ideale per i suoi chierici e religiosi. Essi formano la parte più considerevole dell'Ufficio divino", ma "il salterio è anche una perfetta forma di preghiera per il laico". La necessità di trovare una chiave di partecipazione maggiore per l'assemblea, era quindi sentita da tempo da Gélineau, che aveva anche sostenuto la sua posizione come esperto liturgico al Vaticano ii.
Come compositore è riuscito prima ad affinare il concetto in chiave occidentale e poi a renderlo funzionale allo scopo che si prefiggeva. Il  gesuita disegna nelle sue composizioni, largamente utilizzate dalla comunità di Taizé, idee musicali semplici, affidandone l'esposizione all'animatore della liturgia perché le porga all'assemblea che le riprenderà. La tecnica ha trovato immediatamente un buon riscontro, perché stimola in modo creativo la memoria musicale che ognuno possiede. Parallelo il percorso del minimalismo americano, che presenta frasi melodiche stilizzate e le ripete continuamente, per decine di volte, arricchendole di leggeri sfasamenti melodici o di timbri cangianti.
Il processo è simile e porta in entrambi i casi a un dilatamento della concezione del tempo, a una costruzione circolare dei brani che richiama i mantra orientali. Sono questi elementi legati all'evocazione del trascendente in quasi tutte le tradizioni e che anche in ambito non religioso richiamano a un atteggiamento meditativo.
Gélineau è riuscito quindi a trovare una soluzione estetica a un problema pratico, superando contestualmente il principio della durata prefissata, comune nell'arte occidentale. La reiterazione di una stessa idea musicale, infatti, da una parte consente a tutti di apprenderne i contorni e partecipare alla celebrazione, dall'altro di interrompere il canto in qualsiasi momento nel rispetto dei tempi del rito. La ripetizione, inoltre, produce un effetto ipnotico. "Il canto - spiegava lo stesso Gélineau - non impegna la mente con dei concetti" e permette di "liberare lo spirito".

(©L'Osservatore Romano - 14 agosto 2008)