Formazione

Il 25 e il 26 marzo, organizzato dalla Pontificia Accademia di Teologia e altre realtà e riviste liturgiche, si svolge un simposio presso l'Istituto salesiano Sacro Cuore di Gesù di Roma a quarant'anni dall'edizione del Missale Romanum di Paolo VI e a 440 anni da quello di Pio V tra teologia ed ermeneutica della continuità. Anticipiamo le conclusioni di una delle relazioni.
 

di Matías Augé

Non bisogna dimenticare gli arricchimenti che il Missale Romanum di Paolo VI e di Giovanni Paolo ii (1970-2002) offre alla stessa riflessione teologica e alla spiritualità eucaristica. Il Papa nel motu proprio Ecclesia Dei adflicta (1988) incita i teologi e gli altri esperti nelle scienze ecclesiastiche a fare il possibile per mettere in luce la sostanziale continuità del Vaticano ii con la Tradizione, "specialmente nei punti di dottrina che, forse per la loro novità, non sono stati ancora ben compresi da alcuni settori della Chiesa" (n. 5). Si tratta, infatti, di una novità non arbitraria, ma fedele alla tradizione che ci viene dai Padri, dalle fonti liturgiche del primo millennio e dalla teologia sottostante ai documenti del concilio Vaticano II.

Credo che sul versante dei testi eucologici emerge la continuità nonché un certo progresso del Messale 1970-2002 in rapporto alle edizioni anteriori. Sul versante della forma e della gestualità, bisogna aver presente che "la forma liturgica non può essere semplicemente giustapposta al contenuto, anzi essa è per sua stessa natura manifestazione del contenuto" (Claudio Crescimanno, La riforma della riforma liturgica, Verona, Fede & Cultura, 2009, p. 38). Per quanto concerne questo mio intervento, mi limito a dire che la deriva conviviale che, secondo alcuni critici, caratterizzarebbe il Messale è più nel modo con cui talvolta si celebra che nella normativa. D'altra parte, però, occorre ricordare che la celebrazione eucaristica nel suo insieme, così come è stata istituita, nella sua forma di banchetto, è memoriale del sacrificio di Cristo. "La convivialità ha una storia biblica nella sua forma particolarmente di cena pasquale, ma la precisa relazione con il sacrificio di Cristo è "creata" da lui stesso" (Inos Biffi, in "La Scuola Cattolica" 117, 1989, p. 347). La forma conviviale offre la possibilità di esprimere la realtà del sacrificio come dono di sé. Ciò non significa che si intenda la celebrazione come un "incontro amichevole intorno a un tavolo" dove i presenti sono interessati anzitutto ai rapporti vicendevoli. Il banchetto eucaristico è sempre un banchetto simbolico, cultuale che esige uno stile rituale. Ciò che Dio ci offre in Cristo, noi lo riceviamo nella lode, e in questa lode noi restituiamo la benedizione ottenuta a Colui che ci ha benedetti. Non di rado, però, ancora oggi in alcuni autori il concetto religioso e naturale di sacrificio emerge e si sovrappone all'atto centrale della persona di Cristo. In ogni modo, non è da sottovalutare il fatto che il dettato della Sacrosanctum concilium, n. 34, secondo cui i riti devono splendere per nobile semplicità, può essere attuato in modi diversi secondo le sensibilità culturali del momento.
Vorrei chiudere questo discorso con alcune parole del colloquio che Joseph Ratzinger, appena creato cardinale, ebbe nel 1977 con la redazione della rivista internazionale "Communio":  "Per quanto riguarda il contenuto (a prescindere da singole critiche), sono molto grato per il nuovo Messale, per l'allargamento del tesoro delle orazioni, dei prefazi, per le nuove preghiere eucaristiche, per l'aumento dei formulari di Messa dei giorni feriali, eccetera, senza dimenticare la possibilità dell'uso della lingua materna. Considero però infelice che sia presentato come un nuovo libro, anziché in continuità con la storia della liturgia (...) La consapevolezza della ininterrotta unità interna della storia della fede, unità che si esprime nella sempre presente unità della preghiera derivante da tale storia, è essenziale per la Chiesa. Questa consapevolezza è ridotta in frantumi sia dove si opta per un libro che sarebbe stato fatto quattrocento anni fa, sia dove si vorrebbe avere la liturgia il più fresca possibile fatta da sé" (Theologie der Liturgie, Freiburg im Breisgau, Herder, 2008, pp. 619-620).

(©L'Osservatore Romano - 25 marzo 2010)

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