ABC della Liturgia

L'Abc della liturgia/62

Il corpo nella liturgia: gli atteggiamenti

Stare in ginocchio – inginocchiarsi
(Prima Parte)

Davanti a Dio, l’uomo s’inginocchia. San Paolo Ap. lo ricorda ai cristiani: “Per questo, io piego le ginocchia davanti al Padre” (Ef 3, 14). Meno usata di una volta, la posizione di pregare in ginocchio o l’atto di inginocchiarsi, esprime innanzitutto: 

- la fede nella presenza di Dio, come dice il Salmo: “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati” (Sal 95, 6); 

- l’umiltà, il sentirci piccoli, peccatori; 

- la venerazione del Mistero, l’adorazione, l’intercessione, la supplica (soprattutto quella personale e privata), la sottomissione, la piccolezza e la compunzione davanti a Dio, senza umiliazione, ma con la convinzione che Dio colma la povertà della nostra vita con i suoi doni;

- la completa disponibilità ad accogliere la sapienza di Gesù, come fece quel tale che corse incontro a Gesù e si gettò in ginocchio davanti a lui chiedendogli che cosa dovesse fare per avere la vita eterna (cf. Mc 10, 17).

- la penitenza: nei primi secoli il gruppo dei penitenti era anche chiamato dei “genuflettenti”; ricordiamo ancora nei giorni penitenziali l’invito ad inginocchiarsi in determinate circostanze.

Nella Bibbia, quest’atteggiamento è presente nei contesti in cui si vuole manifestare umiltà, adorazione e penitenza: Daniele prega in ginocchio nell’esilio (Dn 6, 11); i fratelli di Giuseppe, in Egitto, si prostrano davanti a lui con sentimenti di colpa e di timore (Gn 42, 6); i ventiquattro anziani dell’Apocalisse si prostrano in atteggiamento umile ed adorante davanti a colui che sta seduto sul trono (Ap 4, 10); Paolo prega in ginocchio nel commiato dai suoi discepoli di Tiro e Mileto (At 20, 36; 21, 5); Pietro s’inginocchia e prega prima di risuscitare la donna morta (At 9, 40); Gesù prega in ginocchio (cf. Lc 22, 41).


(Pubblicato su "Lazio Sette", 12 ottobre 2008, p. 15)

(Seconda Parte)
Nella liturgia dopo la riforma del Concilio Vaticano II, l’inginocchiarsi è riservato per di più al presidente (tre genuflessioni, cioè: dopo l’ostensione dell’ostia, dopo l’ostensione del calice e prima della Comunione). “Se nel presbiterio ci fosse il tabernacolo con il Ss.mo Sacramento, il sacerdote, il diacono e gli altri ministri genuflettono quando giungono all’altare o quando si allontanano, non invece durante la stessa celebrazione della Messa” (cf. OGMR 274).

Il gesto viene consigliato ai fedeli durante la consacrazione (precisamente, dal gesto dell’imposizione delle mani fino all’elevazione del calice inclusa), a meno che lo “impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione” (OGMR 43). Si può però anche rimanere, durante la consacrazione, in piedi, come fanno i sacerdoti concelebranti, e come hanno fatto tutti i fedeli nel primo millennio. Comunque in una stessa assemblea ci dovrebbe essere uniformità.

La genuflessione che è il segno d’adorazione, è riservata al Ss.mo Sacramento e alla santa Croce (dalla solenne adorazione nell’azione liturgica del Venerdì Santo fino all’inizio della Veglia pasquale; cf. OGMR 274).

Inoltre, nelle Ordinazioni gli ordinandi s’inginocchiano (o si prostrano) al momento in cui si prega per loro.

Scrive Romano Guardini: “Quando pieghi il ginocchio, non farlo né frettolosamente né sbadatamente. Dà all’atto tuo un’anima! Ma l’anima del tuo inginocchiarsi sia che anche interiormente il cuore si pieghi dinanzi a Dio in profonda reverenza” (Lo spirito della liturgia. I santi segni, Brescia 1996, p. 132).
Sarebbe un peccato che sparisse l’abitudine di pregare in ginocchio in alcuni momenti della nostra vita da credenti: nella preghiera personale, nell’adorazione del Ss.mo Sacramento, passando davanti al tabernacolo, nella preghiera penitenziale.

(Pubblicato su "Lazio Sette", 19 ottobre 2008, p. 15)

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