ABC della Liturgia

L'ABC della liturgia/66-69

Il corpo nella liturgia: gli atteggiamenti

Ascoltare - tacere (fare silenzio)
P
er qualcuno forse sembrerà strano, ma la liturgia ci educa all’ascolto. E questo non soltanto quando, per mezzo dei lettori, ci trasmette il messaggio della parola di Dio, ma anche quando il sacerdote presidente rivolge a Dio la preghiera a nome di tutti. L’atteggiamento della comunità riunita dovrebbe essere quello d’ascolto attento. “…tutti devono ascoltare con venerazione le letture della parola di Dio” (OGMR 29); “La Preghiera eucaristica esige che tutti l’ascoltino con riverenza e silenzio” (OGMR 78).


Bisogna ricordare che “ascoltare” non significa qualcosa di passivo. “Per mezzo del silenzio i fedeli non sono ridotti ad assistere passivamente all’azione liturgica come spettatori muti ed estranei, ma sono più intimamente associati al mistero che si celebra, grazie alla disposizione interiore che nasce dall’ascolto della parola di Dio… e dall’unione spirituale con il celebrante nelle parti che egli recita” (Musicam sacram, 17).

Di conseguenza, ascoltare è un atteggiamento positivo ed attivo. E’ più che un semplice sentire. E’ interessarsi, assimilare quello che si sente, ricostruire interiormente il contenuto del messaggio. Questo costituisce la sorgente e l’alimento della fede: “La fede si attua continuamente con l’ascolto della Parola rivelata” (OLM 47). “La Chiesa si edifica e si sviluppa con l’ascolto della parola di Dio” (OLM 7). Possiamo dire che la comunità cristiana è fondamentalmente una comunità che ascolta. Ogni comunità ha bisogno però di colui che la guida. Ma, anche il presidente della celebrazione “ascolta… la parola di Dio proclamata dagli altri” (OLM 38). Se il presidente, durante le letture fatte da altri ministri, è occupato a cercare fogli o a distribuire incarichi agli aiutanti, non favorisce l’atteggiamento di fede degli altri.

(Pubblicato su Lazio Sette, 30 novembre 2008, p. 11)

Senz’altro, oggi, il silenzio è uno dei gesti simbolici meno compresi (e meno praticati) della nostra liturgia. Nella SC leggiamo “Si osservi…, a tempo debito, il sacro silenzio” (n° 30). E l’OGMR ricorda che “si deve anche osservare, a suo tempo, il sacro silenzio, come parte della celebrazione” (n° 45).

Nella nostra società frastornata dai rumori, spesso non si coglie più il valore positivo del silenzio e dell’ascolto, come aiuto prezioso per rientrare in se stessi. Lo scrittore ebreo Manes Sperber, ha annotato con senso critico: “La nostra epoca, la più verbosa di tutte, si esprime senza sosta e non riesce tuttavia a dire nulla”

Il silenzio è un atteggiamento che favorisce il raccoglimento e aiuta ad interiorizzare la celebrazione liturgica, a meditarla dentro di noi, per far risuonare le parole ascoltate: è il momento in cui siamo chiamati a calare nella nostra vita la Parola. “Il dialogo tra Dio e gli uomini, sotto l’azione della Spirito Santo, richiede brevi momenti di silenzio, adatti all’assemblea, durante i quali la parola di Dio penetri nei cuori e provochi in essi una risposta nella preghiera” (Introduzione al Lezionario, in Lezionario festivo, n° 28).

Il silenzio è un atteggiamento la cui espressione più bella sono le mani unite a coppa aperte verso l’alto. In questo atteggiamento il biblico Samuele disse a Dio: “Parla, Signore, il tuo servo ascolta” (1Sam 3, 10).

Senz’altro, fare silenzio non significa il mutismo di chi non vuole cantare o partecipare alla preghiera della comunità, rifugiandosi in se stesso! Nella liturgia il vero silenzio è segno di partecipazione (cf. SC 30). Esso mette in comunione l’assemblea, perché in quel particolare momento tutti i cuori sono uniti nella preghiera o nella meditazione.

(Pubblicato su Lazio Sette, 7 dicembre 2008, p. 13)

E’ nel silenzio che ci apriamo al mistero, perché Dio si manifesta e tocca i cuori. E’ il nostro gesto simbolico di riverenza di fronte al mistero. In seguito, a tempo opportuno, sgorgheranno dalle nostre labbra la parola e il canto, la lode e la supplica.

Infine, possiamo dire che il silenzio è l’apertura a Dio e alla comunità con la quale condividiamo la preghiera, è un reincontro con se stessi.

A chi sa tacere e fare silenzio tutto parla, tutto è eloquente. Il mistero si rende accessibile come incontro e comunione. Il silenzio, a volte esterno e sempre interno, è qualcosa di connaturale alla preghiera. Proprio perché le nostre celebrazioni constano di molte parole, dobbiamo apprezzare anche il silenzio per favorire l’incontro in profondità con il Cristo presente e gli atteggiamenti propri della celebrazione: lode, supplica, azione. Tutto in spirito e verità!

Nell’attuale liturgia il silenzio è previsto (cf. OGMR 45):

- prima della stessa celebrazione (è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia, nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla celebrazione);

- durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera (aiuta il raccoglimento);

- dopo le letture bibliche o l’omelia (è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato);

- dopo la Comunione (favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica);

Inoltre, il silenzio viene osservato:

- all’inizio della liturgia del Venerdì Santo, quando il sacerdote viene accolto dall’assemblea nel silenzio, che accompagna il ministro sacro anche durante la sua prostrazione; questo particolare momento ha lo scopo di aiutare i fedeli ad entrare nel mistero della passione di Gesù; è un segno eloquente di rispetto e omaggio al mistero di quel giorno, che non può essere disturbato da parole e musiche;

- durante il gesto dell’imposizione delle mani sul capo degli ordinandi; si tratta di un silenzio non rotto da canti o ammonimenti, così il gesto acquista una densità che non ha bisogno di molte spiegazioni.
(Pubblicato su Lazio Sette, 21 dicembre 2008, p. 13)

“Devo tacere di più affinché la parola possa di  nuovo crescere in me”, ha detto una volta il poeta Reiner Kunze. Anche i cristiani dovrebbero tacere di più, quantomeno nella liturgia, affinché il Verbo eterno incarnato possa prendere forma in essi e per mezzo di essi.

Bisogna stare attenti e non riempire le nostre celebrazioni liturgiche di parole e suoni, con un profluvio di monizioni ed esortazioni moraleggianti che, anziché favorire la vera sintonia con il mistero celebrato, la rendono talora impossibile. Purtroppo l’udito è il senso più bombardato nelle nostre liturgie. Non si dovrebbe superare la misura della buona pedagogia: la liturgia non è una lezione di catechesi, ma una celebrazione rituale, e la celebrazione, è prima di tutto, comunione.

Bisogna permettere alle nostre celebrazioni un certo tono di contemplazione e serenità, senza cadere nella tentazione d’eccessiva creatività e continui cambiamenti. Si dovrebbe avere più confidenza con i testi e i riti stessi, che sono pensati, se ben compiuti, per guidare alla sintonia interiore (il bisogno urgente di formazione dei nostri laici; la necessità dell’esistenza del gruppo liturgico parrocchiale!).

Non si tratta di creare lunghi vuoti di silenzio (cf. PNLO 202): la liturgia non è un tempo per la preghiera personale silenziosa, che in altri momenti dobbiamo essere invece capaci di realizzare. Neppure si tratta di tornare alla “Messa in silenzio” o alla Preghiera eucaristica “in segreto”, come prevede il Messale di S. Pio V. Anzi, dopo la riforma del Concilio Vaticano II, bisogna far sì che questa Preghiera – e le altre preghiere e letture – siano ascoltate nelle migliori condizioni dalla comunità, non disturbata né da commenti superflui, né da accompagnamenti musicali (cf. OGMR 32).

Si dovrebbe ottenere un clima di pace e serenità rifuggendo sia dalla precipitazione che da una noiosa lentezza (cf. OLM 28). Non è inutile insistere sul danno che possono venire alla calma e al silenzio interiore dalle megafonie esagerate, dalle musiche aggressive, e dagli opprimenti interventi dei ministri.

E’ necessario ricordare ai ministri, e in particolare al presidente, che sono loro a dover dare l’esempio dell’atteggiamento di silenzio e d’ascolto! “C’è un’esigenza decisiva: il presidente deve dare l’impressione di essere penetrato di silenzio, di pregare lui stesso e di guidare i partecipanti alla preghiera evitando eccessive esortazioni” (A. Prado, in Phase [1978], 338).

Saper realmente fare silenzio, saper ascoltare, dà profondità alla nostra preghiera. Certamente però, non basta ascoltare. S. Giacomo ci ammonisce: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori” (Gc 1, 22). Ma ascoltare è la via per assimilare e impegnarsi.
Un buon augurio: che diventi realtà per tutti l’affermazione del profeta: “Ogni mattina (il Signore) fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati” (Is 50, 4).
(Pubblicato su Lazio Sette, 28 dicembre 2008, p. 15)

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