Liturgia in generale

La pietà popolare, le sue manifestazioni e la liturgia.


1. La pietà popolare e le sue principali caratteristiche

"Nell’uomo anche il meno pio, o prima o dopo suona sempre l’ora e viene il momento della pietà: non c’è un uomo senza pietà".

Il fenomeno della pietà poplare è spiegato da diversi punti di vista. Basta sfogliare i vari dizionari teologici o gli studi sull’argomento, dove ci vengono offerti dei concetti diversi, come religione popolare, religiosità popolare, pietà popolare, fede popolare, cattolicesimo popolare, devozione popolare, religione del popolo, religione delle classi subalterne…ecc. Vorrei aggiungere che questo binomio viene letto anche da prospettive differenti.

Tutto ciò rende difficile la convergenza delle interpretazioni e delle stesse denominazioni. È studiato da storici, antropologi, fenomenologi, sociologi, teologi, psicologi... ecc., che, a seconda del proprio specifico approccio, parlano di questo fenomeno. Come conseguenza, i diversi autori si dichiarano a favore sia dell’uno come dell’altro termine. Non abbiamo tempo di soffermarci su questo aspetto!

Diversi studiosi ritengono che il termine più illuminante par la comprensione del fenomeno sia quello della pietà popolare. Anche nell’insegnamento della Chiesa viene privilegiata questa espressione, ad es. Paolo VI nell’Evangelii Nuntiandi (n. 48), Giovanni Paolo II nell’esortazione Catechesi Tradendae (n. 54) o la Congragazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti nel "Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti".

L’uomo, lungo i secoli, è stato definito in vari modi, ad es. come sapiens, faber, ludens, politicus, religiosus e festivus. È stato descritto anche come animale cerimoniale. Le feste e le cerimonie sono parte essenziale della vita umana. Nell’Europa cristiana l’anno era punteggiato dalle celebrazioni la cui origine era religiosa; molte di queste feste rimangono tuttora come vacanze, anche se spesso il loro significato originario è stato dimenticato. Perfino in quei paesi dove la religione era o è ancora ufficialmente bandita, la società sente il bisogno di trovare sul calendario date importanti e celebrazioni di feste siano pure secolari. Ad onta delle tante predizioni degli ultimi secoli circa la sparizione della religione - ricordiamo Marx, Engels e Lenin - o riguardo al superamento, da parte dell’uomo, del suo bisogno di avere una religione, la pietà popolare non è scomparsa. Anzi, sembra che sia cresciuta.

Il Concilio Vaticano II ricorda chiaramente che "la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia" (SC 12), perché ad alimentare la vita spirituale dei fedeli vi sono anche "i pii esercizi del popolo cristiano" (SC 12); però questi esercizi devono essere ordinati in modo da essere in armonia con la liturgia, dalla liturgia devono in qualche modo trarre ispirazione, e alla liturgia devono condurre il popolo cristiano (cf. SC 13).

Sui parla chiaramente delle espressioni raccomandati dalla Santa Sede e praticati su mandato o con l’approvazione del Vescovo locale!

Generalmente si potrebbe dire che la pietà popolare è "la maniera in cui il cristianesimo si incarna nelle diverse culture e stati etnici e viene vissuto e si manifesta nel popolo". La pietà popolare è radicata nella tradizione ed esprime la memoria di un popolo, qualcosa che spesso perdiamo in una cultura tutta tesa verso il futuro, una cultura incantata dalla sua fede nel progresso (cf. SRS 27) .

Il cristianesimo, come anche ogni religione, ha bisogno di una sana e ben orientata pietà popolare, perché è necessario che la fede si incarni nella vita e nelle azioni concrete della comunità.

Nell’Evangelii Nuntiandi (n. 48), Paolo VI indica gli aspetti positivi della "pietà popolare": se la religiosità popolare "è ben orientata... è ricca di valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo... genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione...".

Proviamo a specificare alcune linee caratteristiche delle pietà popolare:

a)
La spontaneità e la ricchezza di sentimenti
Si potrebbe quasi parlare del popolare come di qualcosa di opposto a ciò che è di carattere ufficiale. Per cui il popolare sarebbe appunto ciò che è spontaneo, naturale, primigenio, pieno dei sentimenti, ciò che sgorga dalle radici, da una profondità immanente a un gruppo. Questa spontaneità, legata con il sentimento, nasce dalla passione del "sentire" anziché da una sicurezza del ragionare. La logica del cuore prevale decisamente su quella della mente. La pietà popolare si esprime spesso in creatività spirituale e non in "fredda ripetitività rituale". Questa religiosità esprime "bisogni, tensioni, speranze, attese, soddisfazioni e insoddisfazioni: tutti elementi dinamici che traducono la spontaneità del vissuto che fluisce piuttosto che l’esigenza di ingabbiarlo in quadri concettuali e istituzionali".

b) La festività
La festività fa parte della vita umana e ha un compito comunitario: "il popolo celebra le feste come un momento di più intensa vita collettiva, realizza in essa una evasione dagli interessi e dagli impegni quotidiani e tende a favorire con esse un ravvicinamento dei membri della comunità anche nella espressione delle sue esigenze religiose". L’uomo non vive di solo lavoro, ma vive anche di riposo, di festa, di gratuità, di dono. Anzi è proprio in queste dimensioni che sperimenta in maggior pienezza la gioia di vivere e la propria autenticità.
Il celebrare la festa rappresenta una sospensione della normale routine in un modo che dà nuovo vigore alla persona e la libera dalla schiavitù della monotonia. La festività, allora, è un’estasi "sul monotono, un superamento della routine quotidiana".

c) La povertà radicale ed apertura al Trascendente
"Il vissuto nella pietà popolare si fa linguaggio che non è concettualizzazione ma simbolica immediatezza ed esperienza di una «povertà» esistenziale che tende al superamento dell’io e che rivela un bisogno di trascendersi". Si tratta allora di una possibilità di assunzione immediata, all’interno della fede, del Trascendente, della presenza di Dio umanamente percepita e talvolta vitalmente sofferta, al di là di ogni discorso razionale.


d) La memoria e la condivisione
La pietà popolare è "memoria" perché rivela un bisogno di cogliere la vita sostenendola nel ritmo di quanto si è sperimentato e visto e verso quanto anela. Tale esperienza del vissuto, tale animo "povero", l’espressività simbolica, aprono all’umanità e alla partecipazione.


e) Il bisogno di aiuto, di protezione e la ricerca della sicurezza
Si può parlare qui di una specie di filo conduttore della pietà. Nella maggior parte delle sue espressioni la pietà popolare è animata, appunto, da un fiducioso bisogno di aiuto e di protezione e dalla ricerca di sicurezza.


f) Il richiamo alla tradizione
Questo richiamo alla tradizione significa "desiderio di identificazione, senso di appartenenza e di radicamento in una collettività, in un ambiente". La pietà popolare non è disposta a innovazioni, perché "il popolo è legato al suo passato, alle sue radici e che, se il tradizionale può diventare anche sinonimo di acritico, ciò avviene perché le esigenze fondamentali dell’uomo si ripetono e vi è un’identità inconscia cui rimanere fedeli".

Si può parlare pure di alcuni "carismi" della pietà popolare:

*
 la pietà popolare ci parla in nome di una riscoperta del valore dei segni e dei simboli religiosi;
* ci suggerisce un atteggiamento meno intellettuale e meno formale nei confronti del religioso;
* è vicina alla natura, alla terra, a tutto ciò che ci circonda (attenzione "ecologica");
* in essa, è sempre il popolo ad essere protagonista; è quindi una pietà gestita dal popolo.

In questa pietà popolare, la Vergine Maria occupa un posto speciale. Nella sua figura, la fede popolare ha sempre colto la presenza di un rapporto meraviglioso attraverso la realtà terrena e la forza soprannaturale. "Nella sua maternità si vede attuata una delle più belle e misteriose potenzialità della natura umana; nella concezione verginale adora e ammira l'azione onnipotente di quel Dio che si è fatto uomo nel suo seno. Nel mistero della maternità verginale i fedeli da sempre hanno intuito un rapporto privilegiato tra Dio e la Vergine Santa". Di conseguenza, si potrebbe dire che privare la pietà popolare dal riferimento mariano è come se, in un certo qual modo, la si ferisse nel cuore, nella sua essenzialità, nel suo dinamismo e in un largo strato delle sue molteplici espressioni.

In un discorso durante l’udienza del 24 novembre 1976, rivolgendosi ai partecipanti al XII Convegno dei Rettori dei Santuari d’Italia, Paolo VI affermò: "Vogliamo lodare l’intenzione di approfondire il rapporto, che diremmo di corrispondenza e quasi di compenetrazione, che tradizionalmente unisce la Vergine benedetta e la pietà popolare. E’ proprio vero che Maria, come occupa il posto privilegiato nel mistero di Cristo e della Chiesa, così è sempre presente nell’anima dei nostri fedeli, e ne permea nel profondo, come all'esterno, ogni espressione e manifestazione religiosa".

2. Il primato della liturgia
Dobbiamo ricordare che "ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado" (SC 7). Per questo motivo si deve superare l’equivoco che la liturgia non sia "popolare". E’ da notare che il rinnovamento del Vaticano II ha inteso promuovere la partecipazione attiva del popolo nelle celebrazioni liturgiche, favorendo modi e spazi, ad. es. lingua del popolo, canti, coinvolgimento attivo, ministeri laicali…(cf. DPPL 11).

L’eminenza della liturgia rispetto ad ogni altra possibile forma di preghiera cristiana deve trovare riscontro nella coscienza dei fedeli: "se le azioni sacramentali sono necessarie per vivere in Cristo, le forme della pietà popolare appartengono all’ambito del facoltativo…Ciò chiama in causa la formazione dei sacerdoti e dei fedeli, affinché venga data la preminenza alla preghiera liturgica e all’anno liturgico su ogni altra pratica di devozione" (DPPL 11).

La pietà popolare deve essere purificata e rinnovata! "Vale per la pietà popolare quanto asserito per la liturgia cristiana, ossia che «non può assolutamente accogliere riti di magia, di superstizione, di spiritismo, di vendetta o a connotazione sessuale»" (DPPL 12). In essa devono percepirsi: "l’affato biblico, essendo improponibile una preghiera cristiana senza riferimento diretto o indiretto alla pagina biblica; l’afflato liturgico, dal momento che dispone e fa eco ai miseri celebrati nelle azioni liturgiche; l’afflato ecumenico, ossia la considerazione di sensibilità e tradizioni cristiane diverse, senza per questo giungere a inibizioni inopportune; l’afflato antropologico, che si esprime sia nel conservare simboli ed espressioni significative per un dato popolo evitando tuttavia l’arcaismo privo di senso, sia nello sforzo di interloquire con sensibilità odierne" (DPPL 12).


E ancora: la differenza oggettiva tra la pietà popolare e la liturgia deve essere visibile, ciò significa la non "commistione delle formule proprie di pii esercizi con le azioni liturgiche; gli atti di pietà e di devozione trovano il loro spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti" (DPPL 13). Di conseguenza si deve evitare la sovrapposizione, poiché il linguaggio, il ritmo, l’andamento, gli accenti teologici della pietà poplare si differenziano dai corrispondenti delle azioni liturgiche; si deve superare, dove è il caso, la concorrenza o la contrapposizione con le azioni liturgiche (va salvaguardata la precedenza da dare alla domenica, all solennità, ai tempi e giorni liturgici); si deve pure evitare di apportare modalità di "celebrazione liturgica" ai pii esercizi, che debbono conservare il loro stile, la loro semplicità e il proprio linguaggio (cf. DPPL 13). Si deve inoltre ricordare che la pietà popolare deve essere sempre cristologica!

3. I linguaggi della pietà popolare

La pietà poplare possiede i suoi linguaggi. Si tratta soprattutto di linguaggio verbale, simbolico, corporeo e gestuale. Essi pur conservando la semplicità e la spontaneità d’espressione, devono essere curati, "in modo da far trasparire in ogni caso, insieme alla verità di fede, la grandezza dei misteri cristiani" (DPPL 14).

Si pensi ad esempio "all’uso di baciare o toccare con la mano le immagini, i luoghi, le reliquie e gli oggetti sacri; intraprendere pellegrinaggi e fare processioni; compiere tratti di strada o percorsi «speciali» a piedi scalzi o in ginocchio; presentare offerte, ceri e doni votivi; indossare abiti particolari; inginocchiarsi e prostrarsi; portare medaglie e insegne…" (DPPL 15). Questi e simili espressioni che sono tarmandati da secoli di padre in figlio costituiscono modi diretti e semplici di manifestare esternamente "il sentire del cuore e l’impegno di vivere cristianamente". Senza questa componente interiore c’è un grande rischio che la gestualità simbolica diventi una consuetudine vuota, formale, di routine (perché si faceva sempre così) e peggio ancora una superstizione.

Per quanto riguarda il linguaggio verbale, si deve ricordare che i testi di preghiere e formule di devozione devono "trarre ispirazione dalle pagine della Sacra Scrittura, della liturgia, dei Padri e del Magistero, concordare con la fede della Chiesa" (DPPL 16). Questi testi devono essere approvati dall’Ordinario del luogo (cf. CIC 826§3).

Tutto quello che si fa deve essere manifestazione di vera preghiera comune e non diventare mai un spettacolo (cf. DPPL 17).

Un posto privilegiato all’interno della pietà popolare occupano le immagini sacre. Si deve ricordare che l’iconografia per gli edifici sacri non è lasciata all’iniziativa privata. Di conseguenza si deve impedire che "quadri o statue ispirati da devozioni private di singoli siano imposte di fatto alla venerazione comune" (CIC 1188). Si deve stare attenti "affinché le immagini sacre variamente riprodotte ad uso dei fedeli, per essere esposte nelle case o portate al collo o custodite presso di sé, non scadano mai nella banalità néinducano in errore" (DPPL 18).

4. La responsabilità e le competenze
"Le manifestazioni della pietà popolare sono sotto la responsabilità dell’Ordinario del luogo: a lui compete la loro regolamentazione, di incoraggiare nella funzione di aiuto ai fedeli per la vita cristiana, di purificarle dove è necessario e di evangelizzarle; di vegliare che non si sostituiscano né si mescolino con le celebrazioni liturgiche; di approvare i testi di preghiere e di formule connesse con atti pubblici di pietà e pratiche di devozione" (DPPL 21; CIC 826§3).

Nella nostra diocesi un chiaro ordinamento è stato emanato dal vescovo Salvatore Boccaccio nel 2003: "Le feste religiose in Diocesi. Orientamenti e norme". E’ un documnento che deve essere studiato e messo in pratica!

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