Liturgia in generale

3203.jpgVogliamo con­fessarci? Be­ne. Ciò vuol dire che Dio bussa alle porte del no­stro cuore. Vuol dire che siamo cattolici e che ci riconoscia­mo peccatori. Que­sto è un buon punto di partenza.

La confessione è un atto di fede nel Vangelo. Iniziamo dun­que dal seguente passaggio del Vangelo di Gesù secondo san Giovanni (20, 19-23): «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A  coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”».

Così, dunque, un uomo limitato entrerà nella no­stra coscienza e noi gliela apriremo in compimento del mandato di Gesù Cristo. Ciò è possibile perché quest’uomo è sacerdote e con l’ordinazione sacerdo­tale ha ricevuto il potere di rimettere i peccati, concesso da Cristo stesso ai suoi apostoli.
Il sacerdote si carica davanti a Dio di una pesante responsabilità. Se ci ascolta, non lo fa per affliggerci, ma per servirci; per riconci1iarci con la Chiesa e darci il perdono di Dio. Il suo compito non è facile. Pre­ghiamo per lui perché il Padre dei Cieli gli dia il dono del ascolto, perché Gesù Cristo gli conceda lo zelo per la salvezza dei suoi fratelli, perché lo Spirito Santo lo illumini.
Quando ci confessiamo facciamo un atto di fede in Gesù Cristo e nel suo Vangelo. Onoriamo Dio sot­toponendoci al modo che Egli ha stabilito per la re­missione dei nostri peccati. Facciamo anche un atto di umiltà corrispondente all’atto di superbia quando commettiamo un peccato, preferendo la nostra volontà a quella del Vangelo.

Nell’atto di confessarci conviene aver presente cosa dobbiamo fare. Indichiamo quindi ciò che non dobbiamo fare: non faremo l’elenco dei nostri meriti­ perché il confessore ci faccia i complimenti; non dobbiamo trovare “giustificazioni” ai nostri peccati, ancor meno dobbiamo accusare i peccati degli altri; non dobbiamo andare al confessionale per compiere la formalità al fine di comunicarci, senza maggiori impegni per il futuro. La confessione non è una semplice conversazione né una narrazione di tutti i più infimi dettagli di quanto accaduto.

Gesù non ha istituito per questo il sacramento della penitenza. Senza essere la cosa principale, ci sono altri effetti da raggiungere con la confessione: la consolazione, non puramente umana ma quella che proviene dal perdono di Dio; il consiglio per ri­solvere qualche problema spirituale determinato o per orientare meglio l’insieme della nostra vita cri­stiana; il sollievo della coscienza, tuttavia non quello che si potrebbe aspettare da un buon psicologo o psi­chiatra, perché generalmente il confessore non è uno specialista in queste materie.

Non dimentichiamo che il sacerdote non sempre è un saggio o un profeta. Non tutti i sacerdoti hanno le stesse qualità, né lo stesso talento, né la stessa pre­parazione, né la stessa virtù. Non sono infallibili nei loro consigli e possono sbagliare, soprattutto se il pe­nitente non gli ha fornito antecedenti sufficienti e og­gettivi.

Perciò è importante concentrasi su quello che nella confessione e la cosa principale, ciò che Dio vuol darci mediante questo ministero di qualsiasi sa­cerdote.

 

Cosa è principale nella confessione?

Ci confessiamo anzitutto per cercare di correggere la nostra vita in conformità col Vangelo di Gesù Cristo e ottenere il perdono di Dio Padre per i meriti del Figlio e per la Grazia dello Spirito Santo.

I nostri peccati hanno costituito un rifiuto dell’Al­leanza alla quale Dio ci ha chiamati col Battesimo, ma egli continua offrendoci il suo amore e il suo per­dono. Egli vuole reintegrarci interiormente ed este­riormente alla comunità di salvezza, al suo popolo santo che è la Chiesa.

Tutto ciò si esprime nella parola “conversione”. La “conversione” è rifiuto del peccato e ritorno al­ l’amore di Dio o, se volete, al­lontanamento dal peccato per amore di Dio. Se avessimo se­mpre amato Dio al di sopra di ogni cosa, non avremmo mai peccato.

Nella misu­ra che accettia­mo nella nostra vita il peccato, non possiamo dire che siamo in tutta pienezza “cri­stiani”, cioè, discepoli di Gesù Cristo e membri del­la sua Chiesa. In fondo, la Chiesa è una comunità di “conversi” o almeno una comunità di persone che cer­cano seriamente di “convertirsi”.

Perciò il sacramento della Penitenza (che vuol dire lo stesso che sacramento della conversione) è una “celebra­zione”, un avvenimento gio­ioso: è il trionfo dell’amore di Dio e il ristabilimento della sua Alleanza con un cristiano peccatore.

Adesso comprendiamo perché anche se non ab­biamo ricevuto un consiglio saggio, anche se non “sen­tiamo” una grande consola­zione, anche se abbiamo l’impressione che il confes­sore non ci ha capito bene, se egli, comunque, dopo aver sentito la nostra confessione sincera, ci ha dato l’assolu­zione, siamo riconciliati con Dio e con la sua Chiesa. Questo costituisce la cosa principale. Vi sembra poco?

 

Questione solo personale?

È una questione personale fra Dio e me soltanto? Qualcuno pensa così ma sbaglia di grosso. Perché non abbiamo offeso soltanto Dio ma anche la Chiesa, cioè, la comunità dei cristiani. Con i nostri peccati, spesso abbiamo dato il cattivo esempio agli altri. Non abbiamo dato testimonianza del Vangelo di Gesù Cristo. Abbiamo occultato ai nostri fratelli il viso di nostro Padre Dio, che dovrebbe sempre ri­flettersi in noi, nelle nostre parole e attitudini. Abbiamo scoraggiato il prossimo sulla strada della vita cristiana.

Forse abbiamo indotto altri a fare il male, li ab­biamo associati ai nostri peccati, facendo così un’opera di demolizione del Regno di Dio.

Persino i peccati più occulti e personali, quelli di cui sono testimoni solo Dio e la nostra coscienza, hanno ritardato il nostro dinamismo cristiano: ci hanno resi meno snelli nella carità, meno puri nei no­stri moventi, meno generosi nell’apostolato. E tutto ciò fa danno alla Chiesa.

Non dimentichiamoci che il cristianesimo non è la somma dei rapporti individuali con Dio, bensì la vita secondo il Vangelo nella comunità dei cristiani.

 

Superando i nostri timori

Forse sentiamo timore di accostarci al confessio­nale. Pensiamo che il confessore brontolerà. Verrà meno l’apprezzamento che ha per noi, nel caso ci co­nosca. Oppure che resterà sorpreso di quanto gli di­remo o scandalizzato della nostra malvagità.

Riflettiamo. Se il timore di Dio non ci ha impe­dito di peccare, meno ci dovrebbe impedire il timor umano di confessare i no­stri peccati. Del resto noi non abbiamo offeso il confessore. Più che dispiacere (che anche noi dobbiamo sentire), egli sentirà pena e dolore perché abbiamo of­feso Dio nostro Padre e ab­biamo raffreddato il fervore della carità nella Chiesa, nostra madre.

Ricordiamoci poi che il confessore è vincolato da un segreto assoluto: a nes­suno potrà dire i nostri pec­cati, neanche sotto minac­cia di morte. Neppure può parlare con noi dei nostri peccati fuori dalla confes­sione, a meno che noi glie­lo permettiamo. Né può ne­anche indirettamente far capire cosa gli abbiamo detto in confessione.

Per la dolorosa esperienza acquisita lungo la sua vita personale e l’esercizio del suo ministero, il sa­cerdote conosce abbastanza le debolezze e le catti­verie umane. È difficile trovarlo impreparato. Que­sta esperienza, maggiore o minore secondo ogni caso, lo aiuterà a soccorrerci nella ricerca di Dio.

Forse ci sentiamo confusi, e non sappiamo da dove iniziare, soprattutto se è da molto che non ci confessiamo. Ebbene, se è così, possiamo chiedere al confessore di orientarci. Ma è meglio dirgli subito quali sono le cose più serie che ci pesano sulla co­scienza. In questo modo anche noi lo aiutiamo e gli diamo un orientamento perché ci domandi ciò che è necessario.

Sentiamo vergogna? È naturale. Più vergogna avremmo dovuto sentire quando abbiamo peccato. Ora l’unico atteggiamento giusto è la sincerità. Par­liamo col confessore come se dovessimo parlare con Gesù Cristo. Ed egli cercherà di ascoltarci come se ci ascoltasse Cristo stesso. Indirizziamo tutti questi sentimenti verso ciò che è fondamentale: verso il do­lore e il pentimento per avere offeso Dio e verso la conversione del cuore per vivere d’ora in poi secondo gli insegnamenti del Vangelo.

In altre parole, in accordo con la bella espressione di san Paolo, perché sia Gesù Cristo che vive in noi. O, come dice lo stesso Gesù nel Vangelo di san Gio­vanni, perché viviamo uniti a Lui come i rami dell’albero sono uniti al tronco. Perché possiamo essere membri vivi della Chiesa e possiamo dare il nostro generoso contributo con la testimonianza di fede in Gesù Cristo, incoraggiando così i nostri fratelli ad avere fedeltà al Signore.

 

Liturgia del Giorno

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