Liturgia in generale

coro-liturgiaLa Liturgia, culmine e fonte della vita cristiana

Ceccano - Santa Maria a Fiume, 13 dicembre 2011, ore 20.30.
di don Pietro Jura

1. Perché la liturgia?
Nel Credo che recitiamo durante l’Eucaristia domenicale, la Chiesa confessa il grande Mistero della Ss.ma Trinità e il suo disegno su tutta la creazione: il Padre dona il suo Figlio e il suo Spirito Santo per la salvezza del mondo e per la gloria del suo Nome.
Questo è il Mistero di Cristo (cf. Ef 3, 4), rivelato e realizzato nella storia secondo un piano, una disposizione sapientemente ordinata che San Paolo Ap. chiama “l’economia del Mistero” (Ef 3, 9) e che la tradizione patristica chiamerà “l’economia del Verbo incarnato” o “l’economia della salvezza”.


Nella costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium[1], al n. 5, leggiamo: “Quest’opera della Redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell’Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore, specialmente per mezzo del Mistero pasquale della sua beata Passione, Risurrezione da morte e gloriosa Ascensione, Mistero col quale «morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ci ha ridonato la vita». Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa”.
Per questo, nella liturgia, la Chiesa celebra ed annuncia principalmente il Mistero pasquale per mezzo del quale Cristo ha compiuto l’opera della nostra salvezza.
2. Quale è il significato del termine “liturgia”?
La parola greca λειτoυργία = leiturghía è composta dal sostantivo έργον = érgon (= opera) e dall’aggettivo λέιτος = léitos (= attinente il popolo). Tradotto letteralmente λειτoυργία significa quindi opera-del-popolo.
Allora, possiamo dire che il termine “liturgia”, nella tradizione cristiana, vuole significare che il popolo di Dio partecipa all’opera di Dio (cf. Gv 17, 4). “Attraverso la liturgia Cristo, nostro Redentore e Sommo Sacerdote, continua nella sua Chiesa, con essa e per mezzo di essa, l’opera della nostra Redenzione” (CCC 1069)[2].
3. Quale è l’essenza della liturgia?
Per cogliere quest’essenza, leggiamo un brano della SC: “Giustamente perciò la liturgia è considerata come l’esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo, mediante la quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (n. 7).
Sono queste le parole che con chiarezza colgono l’essenza della liturgia cristiana, nella quale non si tratta principalmente di uno sforzo umano, ma della redenzione (compiuta da Dio in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo) che continua ad operare[3].
Nella liturgia l’iniziativa parte da Dio! In essa la storia della salvezza continua in linea diretta e il protagonista e attore principale di essa è Cristo – il sommo sacerdote. Per questo la liturgia è soprattutto un evento di grazia[4] e lo scopo è la santificazione dell’uomo. La liturgia, come parola e sacramento, è quindi primariamente caratterizzata dalla linea strutturale discendente (linea di catabasi).
Questo però non significa che l’uomo nella liturgia possa comportarsi in modo passivo. A lui viene richiesta soprattutto la disponibilità a udire e a credere, ad ascoltare e ad ubbidire. La parola di Dio lo spinge alla risposta, l’amore di Dio al contraccambio di amore, la sua azione misericordiosa lo chiama alla lode riconoscente, ecc. Questo non è solo voce di un uomo singolo, ma di un membro della comunità che San Paolo chiama Corpo mistico, il cui capo è Cristo stesso. Possiamo allora dire che all’azione salvifica di Dio risponde la lode dell’intera Chiesa, alla quale si associa anche Cristo. Per questo nella liturgia si ha anche la linea strutturale ascendente (linea di anabasi). Così la liturgia cristiana ha un secondo attore, un secondo soggetto attivo, che è la Chiesa.
Dopo aver detto questo, possiamo tentare di dare una più completa definizione alla liturgia: essa è l’operare congiunto del Cristo (Sommo Sacerdote) e della Chiesa per la santificazione dell’uomo e la glorificazione del Padre celeste (cf. CCC 1071). Di conseguenza, la liturgia cristiana non è un percorso a senso unico, bensì un sacrum commercium, cioè un santo scambio[5].
4. Quale è l’ambito o i cosiddetti settori della liturgia?
La liturgia offre un molteplice quadro di forme espressive. Al centro sta la celebrazione eucaristica con la ri-presentazione salvifica del Mistero pasquale di Cristo. Poiché questo è il fondamento e la fonte di tutta la liturgia, i suoi settori vivono più o meno della celebrazione eucaristica, trovano in essa regola e coronamento, e si dispongono come centri concentrici attorno a questo loro centro.
Così attorno all’Eucaristia si dispone la celebrazione degli altri Sacramenti. Primi in ordine di tempo i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana, il Battesimo, la Cresima e l’Eucaristia che introducono il credente nella comunità ecclesiale con tutti gli effetti di grazia che questo processo comporta. I Sacramenti della guarigione, la Penitenza e l’Unzione degli Infermi, vengono in aiuto del cristiano in particolari situazioni. Infine, i Sacramenti al servizio della comunione e della missione, l’Ordine Sacro e il Matrimonio che sono una chiamata ed un’abilitazione, volta a volta, a particolari servizi nella Chiesa.
L’importante settore della liturgia e l’annuncio della Parola di Dio nella lettura (proclamazione) e nell’omelia, sia in connessione con la celebrazione di tutti i Sacramenti sia anche come Liturgia della Parola a sé stante (cf. SC 51 = Mensa della Parola).
Una funzione importante svolge anche la Liturgia delle Ore della Chiesa quale quotidiana liturgia di preghiera e di lettura (non solo per i preti e i religiosi/e, ma anche per i laici).
Infine, si possono pure considerare liturgia in senso lato (anche se in realtà si tratta di paraliturgia), le speciali assemblee liturgiche (ad es. alcune funzioni come l’adorazione comunitaria del Ss.mo Sacramento o Veglie di preghiera).
Per quanto invece riguarda la cosiddetta pietà popolare (ad es. la recita del Rosario, le processioni e le altre manifestazioni) dobbiamo adeguarci a quanto ci insegna la SC 13: “I pii esercizi del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono… raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della Sede Apostolica. Di speciale dignità godono anche i sacri esercizi delle chiese particolari, che vengono celebrati per mandato dei vescovi (e non perché si faceva sempre così!!!)… Bisogna però che tali esercizi siano regolatitenendo conto dei tempi liturgici, in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, da essa in qualche modo traggano ispirazione e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano[6].
5. Che cosa vuol dire che la liturgia è fons et culmen della vita cristiana?
La liturgia, in quanto l’azione di Cristo e del popolo di Dio (cf. CCC 1071), è il centro della vita cristiana. Essa “costituisce il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana la sua forza vitale” (SC 10; CCCComp 219)[7]. Di conseguenza, non c’è l’azione più sacra, più alta ed efficace che la Chiesa possa compiere.
Ma, cerchiamo di capire di più, che cosa vuol dire quest’affermazione conciliare che dice che la liturgia è “fons et culmen” della vita cristiana? Essa vuol dire che la liturgia, in quanto l’azione di Cristo e del popolo di Dio (cf. CCC 1071), è il centro della vita cristiana.
Per poter trarre con abbondanza i frutti di vita cristiana è necessario che chi vi prende parte sia educato ad una partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa (cf. SC 11).
Chiaramente, la liturgia “non esaurisce tutta l’azione della Chiesa” (SC 9): essa deve essere preceduta dall’evangelizzazione, dalla fede e dalla conversione. Solo allora è in grado “di portare i suoi frutti nella vita dei fedeli: la Vita nuova secondo lo Spirito, l’impegno nella missione della Chiesa ed il servizio della sua unità” (CCC 1072).
E ancora, per capire e sperimentare che la liturgia è fonte e culmine della vita cristiana, essa deve essere soprattutto una celebrazione viva, rituale, fatta con segni sensibili, partecipata e consapevole, bella e attrattiva con una partecipazione piena, attiva e comunitaria.
Soffermiamoci un po’ su questi concetti:
a) Una celebrazione viva
Giustamente… la liturgia è considerata come l’esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo, mediante la quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale” (SC 7).
Chiaramente, i segni sensibili richiamati dall’appena citata definizione, sono i riti. La salvezza divina nella storia è la santificazione che deriva dall’esercizio del sacerdozio di Cristo. Infine, il culto pubblico integrale del corpo mistico di Cristo non è altro che la dimensione comunitaria dell’assemblea convocata per celebrare i riti.
Bisogna sottolineare con forza che la liturgia non è un concetto, ma una realtà viva: Dio ci salva! Il nostro Dio è un Dio che salva, che agisce nella nostra storia, che è in noi e vicino a ciascuno di noi, cosicché la storia della salvezza portata a compimento in Cristo e continuata dalla Chiesa, si realizza nella liturgia.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché la celebrazione liturgica può salvare. La risposta è che perché le nostre liturgie letteralmente ci innestano nella realtà divina che celebrano, cioè la Ss.ma Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, punto di partenza e perno della preghiera liturgica della Chiesa. In altre parole, tutte le nostre liturgie sono trinitarie. Il Padre è la meta della preghiera liturgica, il Figlio Redentore è la realizzazione dell’unione perfetta tra Dio e l’uomo, lo Spirito Santificatore rende la celebrazione liturgica portatrice di salvezza.
b) Una celebrazione rituale
La celebrazione liturgica (un insieme di gesti, parole, oggetti che intervengono nella liturgia in funzione dell’evocazione e attualizzazione dell’evento celebrato) è l’azione di un’assemblea riunita per evocare e annunciare un evento salvifico, rendendolo attuale e immediato (qui ed ora), per coloro che vi prendono parte in Cristo e nella Chiesa. La parola annuncia e quanto è evocato, si realizza sacramentalmente per la santificazione dell’uomo e la gloria di Dio.
Grazie alla celebrazione liturgica la comunità non solo partecipa (con il rito) ad un avvenimento di salvezza, ma riceve anche un programma di vita, il quale potrà realizzarsi solo attraverso un serio impegno. In altre parole, i credenti sono chiamati a vivere nella vita quotidiana e anche concretamente ciò che celebrano, perché la celebrazione ha la forza capace di trasformare interiormente gli uomini, non solo nel momento celebrativo, ma per sempre. Ciò vuol dire che i partecipanti alla liturgia devono continuare nel mondo e in mezzo agli impegni della propria vita ad essere sacramento di salvezza per l’umanità. Per questo la celebrazione liturgica non ha fine, ma continua nella vita ordinaria di tutti i giorni. La vita del cristiano non si stacca dal rito, ma rimane presente in esso per ricevere la santificazione dall’evento salvifico che viene celebrato.  
c) Una celebrazione con segni sensibili
Bisogna subito chiarire che i riti della Chiesa sono anche definiti “segni sensibili”; si possono vedere, udire, sentire, ma nello stesso tempo, rimandano ad altre realtà che non sono recepibili direttamente.
Si tratta di azioni rituali costituite dai segni - simboli che nella Chiesa sono conosciute con il nome “sacramenti”. Sono le sette azioni liturgiche che per la fede producono effetti divini nella vita dei cristiani, santificandoli nel corso delle tappe della loro vita (riti del passaggio): Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Ordine, Matrimonio, Unzione degli infermi.
Accanto a queste azioni rituali, la liturgia pone altre diverse realtà, chiamate “sacramentali”, vale a dire segni e strumenti che significano e stabiliscono l’unione con Dio degli uomini che partecipano al mistero di salvezza di Cristo (la “raccolta” di queste si trova nel libro chiamato “Benedizionale[8]).
Nella liturgia non entrano però solo le parole, le azioni e le cose, ma è tutto l’uomo ad essere soggetto ed oggetto del culto gradito a Dio. Si pensi, ad esempio, all’uso dei sensi nella vita di tutti i giorni, anche nella liturgia essi hanno un ruolo. L’udito per la proclamazione della Parola, i canti e le preghiere; la vista per ammirare e la bellezza del luogo di culto, la bellezza e la pedagogia degli oggetti, delle vesti, delle immagini, l’espressività dei gesti e degli atteggiamenti; il tatto per il gesto della pace, per la comunione nella mano, per il contatto con l’acqua; l’olfatto per il profumo dell’incenso, dei fiori, dell’olio; il gusto per il sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, sotto i segni del pane e del vino.
Tutti i partecipanti alla liturgia sono chiamati a capire il significato dei simboli che arricchiscono le celebrazioni con gesti e segni ereditati dalle generazioni precedenti e sono un linguaggio valido anche per noi oggi e se ben compiuti, contengono ancora una grande forza d’espressione.
d) Una celebrazione partecipata e consapevole
Tutto il popolo cristiano, in quanto consacrato dal Battesimo e dalla Cresima, è associato al sacerdozio di Cristo per la propria salvezza e per quella di tutto il mondo: ciò che Gesù ha fatto e fa, deve essere accolto da ogni cristiano per diventare esercizio di un sacerdozio d’offerta e di solidarietà. Si tratta del sacerdozio regale e profetico, vissuto nella vita quotidiana. Nella LG[9] al n. 34, leggiamo: “Tutte le loro opere (dei fedeli), preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e famigliare, il lavoro giornaliero, la distensione spirituale e corporale, se compiuti nello Spirito, e anche le stesse sofferenze della vita, se sopportate con pazienza, diventano sacrifici spirituali graditi a Dio per Gesù Cristo”.
Nel culto della vita e nell’assemblea liturgica, viene così esercitato l’unico sacerdozio di Cristo, al quale i cristiani, nella Chiesa, sono associati come un loro diritto e dovere: il primo conferisce un contenuto di vita ai riti compiuti nella liturgia e questa, dà un senso e un orientamento alla vita, intesa come offerta spirituale.
Per questo, come si legge nella SC al n. 14, è ardente desiderio della Chiesa “che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura della stessa liturgia e alla quale il popolo cristiano, stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato (1Pt 2, 9; cf. 2, 4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo”.
La partecipazione consapevole significa che bisogna conoscere ogni gesto (sapere quello che si fa), ciò che si celebra e come deve essere celebrato, supponendo un minimo della conoscenza biblica e liturgica, penetrando i riti e inserendosi nel mistero, dando vita ed attualità ai simboli e conoscerli per viverli.
e) Una celebrazione bella e attrattiva
Ogni celebrazione dovrebbe essere bella ed allo stesso momento attrattiva. I colori, le forme, le vesti, i suoni, le luci, i toni, i silenzi, ecc., costituiscono una risorsa formidabile delle nostre liturgie. Si può parlare la bellezza dell’assemblea[10], dello spazio liturgico[11], della struttura celebrativa[12], della Parola[13], del sacramento[14], della musica e del canto[15], del linguaggio corporeo[16], delle vesti e degli oggetti[17], delle immagini[18], ecc.
Nella celebrazione la bellezza deve “mostrarsi”, quasi deve far mostra di sé, dimostrarsi e rappresentarsi, esternamente, esteriormente e corporalmente. Ciò che è bello si impone a noi a partire dai nostri sensi: abbiamo bisogno di vederlo, di ascoltarlo, di gustarlo. Insomma deve colpirci in modo sensibile. Questo è il livello su cui opera la liturgia dei singoli sacramenti, perché è un segno solo se per parlarci del nostro rapporto costitutivo con Dio Padre, con il Figlio e lo Spirito, utilizza dei segni visibili e sensibili. Se noi pretendessimo di scavalcare quei segni, di farne a meno, di collegarci alle origini semplicemente con qualche parola scritta o con qualche pensiero ben strutturato nella nostra testa, finiremmo per perdere la possibilità di comprendere chi siamo e chi è il nostro Dio.
Un Dio che “si mostra”, che “si rivela”, ci dà – a modo suo – una lezione di stile. Ci invita a non diffidare troppo dell’apparenza, a investire anche su di essa. Ciò che appare non è semplicemente indifferente: solo questo principio può consentirci di non prendere congedo – una volta per tutte – dalle nostre celebrazioni.
Contrariamente a tutte le aspettative del senso comune, la fede cristiana non alimenta (o, per essere più realisti, non dovrebbe alimentare) una visione negativa del corpo e di ciò che è sensibile. Anche il corpo e la materia sono stati prima creati e poi assunti in Dio attraverso Cristo. Nello Spirito tutto è santo. Per questo San Paolo, formulando mirabilmente una delle sue tipiche espressioni sintetiche, può dire ancora oggi: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio” (1Cor 3, 22-23). La liturgia è una specie di ricentramento del cristiano in questa verità, proposta con il linguaggio simbolico del rito, che coinvolge molto più profondamente della semplice parola, e vissuta comunitariamente, come rinnovazione della relazione che fonda l’uomo fuori di sé, oltre se stesso, prima di se stesso. Questa verità, per la quale ognuno sente una profonda sete, deve essere detta in modo bello. Se la bellezza si addice a qualcosa, si addice a questa verità. Se questa verità rinuncia ad apparire bella, perde qualcosa di sé e finisce col decadere e con lo spegnersi.
Piccole attenzioni qui non sono inopportune, anzi, alla lunga caratterizzano e qualificano la credibilità della liturgia: la puntualità, la prontezza nel silenzio o nella parola, la cura per la relazione agli altri e per l’inserimento comunitario, ecc. sono tutte piccole dimensioni personali che sommate le une alle altre decidono della qualità della liturgia, la quale, alla fine, può rispettare il suo “apparire” solo se di questo è consapevole e sa di doversene prendere cura.
Infine, non si possono neanche trascurare i cosiddetti “linguaggi” della liturgia (visivo, olfattivo, uditivo, rituale, gestuale) dalla cura dei quali dipendono sia la bellezza che l’attrattività della liturgia stessa.
f) Una partecipazione piena
Che cosa significa? Poiché il servizio liturgico è fatto di azioni dette sacre, potremmo essere portati a pensare che va curato solo l’elemento soprannaturale dell’uomo, il suo spirito, e non tenere conto che l’uomo è costituito di corpo ed anima, di carne e spirito.
Ora la partecipazione piena richiede non solo la presenza del cuore, dell’intelligenza e della fantasia, ma anche del corpo (anima e corpo) con tutti i cinque sensi, in sintonia con quanto avviene in modo palese (letture, preghiere, canti, movimenti) e con quanto avviene come mistero di salvezza (perdono, conversione, condivisione, speranza, comunione).
Siamo tutti consapevoli che non possiamo dire determinate formule pensando ad altro; per lo meno non sarebbe corretto, educato, sia nei riguardi di Dio che dei fratelli. Sappiamo che fare un gesto di pace, avendo nel proprio cuore l’odio, la gelosia o la vendetta, non è leale.
Anche il nostro corpo deve partecipare alle celebrazioni, poiché ogni gesto ha un suo valore, un suo significato. Lo stare in piedi, il sedersi, il farsi il segno della croce, la processione ecc., non sono semplicemente dei gesti, ma tutto ha un suo significato ed un suo valore.
Quando poi questi gesti li facciamo insieme (segno della “comunione”), come gruppo o come intera comunità parrocchiale, indichiamo anche esteriormente l’unità di fede.
g) Una partecipazione attiva
Occorre ribadire la nozione che l’assemblea non deve restare “spettatrice” della celebrazione. “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa, che è «sacramento di unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò esse riguardano l’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione attiva” (SC 26).
L’assemblea deve diventare attiva, perché è un dovere ed un diritto di ogni battezzato pregare, pregare comunitariamente ed attivamente, prendendo parte a ciò che si fa, come membra sollecite, ognuno secondo la sua funzione e le sue possibilità, ciascuno svolgendo il ruolo proprio, partecipando con le risposte, il canto, la preghiera, i movimenti, i gesti, il silenzio interiore, vivendo la celebrazione personalmente, in comunione con Dio e con gli altri presenti.
E’ necessario che tutti i cristiani siano convinti che la forma comunitaria e quindi attiva della preghiera cristiana è sempre da preferirsi a quella individuale e privata. “Ogni volta che i riti comportano, secondo la natura particolare di ciascuno, una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli, si faccia capire bene che questa è da preferirsi, per quanto possibile, rispetto alla celebrazione individuale e quasi privata degli stessi” (SC 27).
h) Una partecipazione comunitaria
L’individualismo contemporaneo non ci predispone certo ad entrare in un “popolo”. E’ questo un grosso problema per le attuali nostre liturgie. Molti battezzati non hanno fatto mai (o quasi mai) l’esperienza gioiosa di un popolo radunato attorno alla presenza del proprio Signore, secondo la sua promessa: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20).
Tuttavia la mediazione del popolo è indispensabile. Non raggiungiamo Dio direttamente. Possiamo dire che egli è “il mistero ineffabile, superiore ad ogni creatura”, “il mysterium tremendum[19] che senz’altro, in qualche modo, è fuori dalla nostra portata. E’ Dio che ci raggiunge, e lo fa tramite la Chiesa, suo popolo, segno della sua salvezza per il mondo, segno della sua presenza nel mondo. Questo non significa che noi non avremo relazioni personali con Dio, ma sperimentiamo sempre che questa relazione personale è nella comunione della Chiesa, nella conformità alla fede della Chiesa.
Ora, la celebrazione liturgica non è opera di soli privilegiati, ma è opera di tutto il popolo. Questo è il senso della parola greca “leitourgia” e su questo tema il Concilio Vaticano II insiste molto fortemente. Infatti in uno dei suoi documenti leggiamo: “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa” (SC 26). Il nuovo OGMR[20] precisa: “La celebrazione dell’Eucaristia è… azione di tutta la Chiesa” (n. 5). Ciò significa che il soggetto della celebrazione è tutto il popolo. E’ l’assemblea, riunita “qui e oggi”, il soggetto dell’azione liturgica sotto la presidenza del sacerdote. Oggi siamo tornati alla comunità che suddivide le proprie responsabilità (ministeri) tra i vari credenti, sempre sotto la guida dello Spirito Santo che: “ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4, 11-12). In altre parole, molti battezzati, hanno riscoperto con una gioia profonda il ruolo che loro compete a pieno diritto “in forza del battesimo” in ogni azione liturgica. L’attuale fioritura dei “gruppi liturgici”, dei gruppi per la preparazione dei sacramenti, di coloro che si impegnano attivamente nella preparazione della liturgia, nonché la rivendicazione di una reale partecipazione ne sono la prova e, nello stesso tempo, la promessa di un rinnovamento per tutti.

 



[1] SC = Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia «Sacrosanctum Concilium» (4 dicembre 1963), in AAS 56(1964), 97-134.
[2] CCC = CEI, Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.
[3]Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, pieni di Spirito Santo, non solo perché, predicando il Vangelo ad ogni creatura, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di satana e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del Padre, ma anche perché attuassero, per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunciavano” (SC 6). “Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua chiesa, specialmente nelle azioni liturgiche” (SC 7).
[4] Sia nella proclamazione del messaggio divino che nei Sacramenti (misteri), con il Mistero pasquale di Cristo in essi rappresentato.
[5] La liturgia viene anche definita come un dialogo tra Dio e gli uomini (cf. ad. es. E.J. Lengeling, Liturgie – Dialog zwischen Gott und Mensch, Ed. K. Richter, Freiburg i.Br. 1981).
[6] Cf. ad es. S. Boccaccio, Le feste religiose in Diocesi. Orientamenti e norme, Frosinone 2003.
[7] CCCComp = Catechismo della Chiesa Cattolica. Compendio, Libreria Editrice Vaticana – Ed. San Paolo, Città del Vaticano – Cinisello Balsamo 2005.
[8] Cf. CEI, Benedizionale, Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 1992.
[9] LG = Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa «Lumen Gentium», in AAS 57(1965), 5-67.
[10] Ogni assemblea, anche se povera, piccola e dispersa, è preannuncio della “Gerusalemme celeste”. In tutto ciò che compie quest’assemblea mentre celebra essa è come “una sposa adorna di bellezza” per il suo sposo. Ciò che la rende bella è il sentirsi amata, accolta, perdonata, ecc.
[11] La chiesa-edificio dove l’assemblea celebra è simbolo della comunità ecclesiale in ogni sua dimensione. La ricerca di una bellezza artistica, in una sintesi architettonico-liturgica, cura l’armonia interna dello spazio celebrativo, sta attenta che tutto l’aula liturgica favorisca lo svolgimento della liturgia.
[12] La liturgia deve essere curata tenendo presente il ritmo delle varie sequenze rituali, la scorrevolezza, la proporzione, la correlazione dei vari momenti, il fluire ordinato e armonico dei diversi ministri in vista di una vera partecipazione.
[13] La bellezza del libro (il Lezionario e l’Evangeliario), dell’ambone, come luogo della Parola, di alcuni riti legati alla proclamazione della Parola (l’intronizzazione dell’Evangeliario sull’altare, la processione dall’altare all’ambone, l’incensazione del Vangelo), dei canti come il canto al Vangelo.
[14] La celebrazione di ciascun sacramento va curata in tutti suoi linguaggi.
[15] La musica e il canto fanno parte integrante della celebrazione e per questo vanno curate.
[16] In ogni celebrazione la corporeità può assumere un valore primario: si ascolta con gli orecchi, seduti o in piedi; si vede lo svolgersi della celebrazione, si assaporano il pane e il vino; si odora il profumo dell’incenso e dei fiori, ci si tocca e si viene toccati come nel Battesimo, si viene unti, immersi o bagnati con l’acqua, ci vengono imposte le mani, ecc. Da qui l’importanza della bellezza dei gesti e dei movimenti che devono essere compiuti.
[17] Si tratta degli elementi di cui ci si serve per celebrare la divina liturgia. Per questo devono essere oggetto di cura particolare.
[18] Si tratta di quadri, icone, sculture, rilievi, ecc., che con il loro linguaggio visivo e simbolico possono aiutare ad entrare nel mistero celebrato. Per questo bisogna, da una parte ricercare la loro qualità artistica, ma dall’altra ricordare che esse entrano a far parte di un contesto specifico, quello della celebrazione, ben diverso da quello di un museo.
[19] R. Otto, Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano 1994, 23.
[20] OGMR = CEI, Ordinamento Generale del Messale Romano, Ed. Fondazione di religione Santi Francesco di Assisi e Caterina da Siena, Roma 2004.

 

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