Sono benedette queste palme?

di Giacinto Mancini

Palme     «Padre, posso prendere dall’altare un rametto di ulivo? Purtroppo non sono potuto arrivare all’inizio, quando li avete distribuiti … ma quelli che stanno sull’altare sono benedetti, sì?».

Penso che a tutti i preti sarà capitato di essere protagonisti di questa scenetta in sacrestia, al termine della Messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore.

Per non parlare poi di quelli che non hanno assistito neanche ad un pezzettino di liturgia, ma sentono come un sacrosanto dovere venire in chiesa a fornirsi di un po’ di rami di ulivo. «Portano bene! In casa gli oggetti benedetti allontanano il male!»

Dico subito che non è questa la ragione per cui si benedicono le palme e i rami di ulivo. Non si tratta di confezionare amuleti da portare in casa per salvaguardarla dagli influssi negativi, né tantomeno si vuol benedire un ‘simbolo di pace’ da scambiare tra amici e parenti. La Domenica delle Palme non è la ‘festa della pace’! Anche questa è una corruzione del senso vero del gesto così come si è originato.

Ma come nasce, perché e dove questa tradizione? Traccerò in forma sintetica la storia di quella che il Messale Romano chiama “Commemorazione dell’Ingresso del Signore in Gerusalemme” attingendo a piene mani dallo studio di uno specialista, Patrick Regan. Conoscere le cose potrebbe aiutare a correggere i comportamenti? Chissà! Resto ottimista.

La processione a Gerusalemme
Egeria, che visitò la Città santa dal 381 al 384,9 ci offre una realistica descrizione della processione delle Palme. La comunità si raccoglie in cima al monte degli Ulivi nel tardo pomeriggio. Egeria scrive: «Quando inizia l’ora undecima [cinque del pomeriggio] si legge quel passo del vangelo in cui i bambini con rami e palme andarono incontro al Signore dicendo: Benedetto colui che viene nel nome del Signore». E continua: E subito il vescovo si alza e tutto il popolo con lui e allora dalla cima del monte degli Ulivi ci si muove tutti a piedi. Tutto il popolo cammina davanti al vescovo fra inni e antifone e rispondendo sempre: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. E quanti sono i bambini in quei luoghi, anche quelli incapaci di camminare, perché troppo piccini, e che i loro genitori portano in collo, tutti tengono in mano rami, chi di palme, chi di olivo; così si accompagna il vescovo nel modo in cui allora fu accompagnato il Signore. Dalla cima della montagna fino alla città e di lì all’Anastasi, la rotonda costruita sul sepolcro di Gesù, dove si celebra la preghiera della sera.


In questo racconto di una testimone oculare appare chiaramente la struttura del rito. Scollegato dalla celebrazione eucaristica del mattino, esso comincia con un raduno pomeridiano sul monte degli Ulivi. Si legge il passo evangelico su Gesù che di lì entra nella Città santa. Segue immediatamente la processione, che riproduce l'avvenimento appena proclamato. Vi partecipano tutti i presenti: il vescovo, il clero e i laici, uomini e donne, giovani e anziani. Lungo il percorso la folla tiene in mano rami di palme o di ulivo e canta salmi e antifone. I rami non vengono benedetti o distribuiti in forma rituale, ma vengono portati in processione perché, secondo il vangelo appena letto, è così che Gesù fu accolto. Infine, non si parla della passione del Signore. A Gerusalemme la sua commemorazione avviene più avanti nella settimana.

Sviluppi medievali
Nel corso del medioevo, a nord delle Alpi, la comunità o si raduna fuori città e si reca in processione con rami alla chiesa principale entro le mura cittadine per la messa, oppure inizia la processione in una chiesa e si reca per la messa in un’altra. In entrambi i casi, il luogo del raduno rappresenta il monte degli Ulivi e la chiesa in cui si celebra la messa rappresenta Gerusalemme. Questi sono legittimi adattamenti del contesto originale a nuove condizioni topografiche. Un’aggiunta, con spiacevoli conseguenze, è la benedizione dei rami, che vengono aspersi con acqua benedetta, incensati e distribuiti ai ministri e al popolo dopo il vangelo o l’omelia. Il Pontificale Romano-germanico contiene ben dodici diverse preghiere per la benedizione dei rami: alcune per rami di palma, altre per rami di ulivo, altre per i fiori, altre ancora per tutti insieme. Alcune sono esorcismi.

Ulteriori modifiche
Con la riduzione e la clericalizzazione della processione, il punto focale del rito si sposta su una lunga, complessa benedizione e distribuzione dei rami, preceduta da una liturgia della Parola. Come sottolinea Hansjòrg Auf der Maur, la drammatizzazione di un avvenimento decisivo della storia della salvezza cede il passo a un rito destinato alla produzione di oggetti sacri, le palme benedette.

Il Messale attuale
Il Messale di Paolo VI prescrive che il sacerdote «a mani giunte dica una delle orazioni che seguono». Nessuna viene chiamata benedizione. La prima chiede a Dio: «Benedici questi rami». La seconda prega non per i rami, ma per coloro che li portano. Secondo Paul Turner, «ha il sapore di una preghiera sul popolo». Dice: «Accresci, o Dio, la fede di chi spera in te, e concedi a noi tuoi fedeli, che rechiamo questi rami in onore di Cristo trionfante, di rimanere uniti a lui, per portare frutti di opere buone». La benedizione dei rami, che nei rituali medievali e nel Messale del 1570 aveva assunto proporzioni enormi, nella riforma postconciliare è stata ridotta a «benedici questi rami» in una sola delle due orazioni. Ovviamente l’accento è spostato dalla benedizione dei rami al portarli in processione. Nella seconda forma, i rami non sono benedetti nel senso abituale del termine, anche se, essendo aspersi con l’acqua santa e portati in processione, sono comunque santificati come lo sarebbero se si recitasse su di essi la prima preghiera. […] Ciò che veramente importa è la ragione della presenza dei rami in questa liturgia. Lo scopo principale della loro presenza non è quello di essere benedetti e portati a casa, bensì, benedetti o meno, di essere portati in processione, imitando le folle che accolsero Gesù in quel modo e chiedendo - secondo le parole dell’esortazione iniziale del sacerdote - «la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della risurrezione». Il n. 29 della lettera circolare Paschalis sollemnitatis del 16 gennaio 1988 è chiaro e preciso: «La benedizione delle palme o dei rami si fa per portarli in processione. Conservate nelle case, le palme richiamano alla mente dei fedeli la vittoria di Cristo celebrata con la stessa processione».

Penso ci sia ben poco da aggiungere. Solo voglio sottolineare il vero senso del custodire a casa le palme o i rami portati in processione: richiamare alla mente dei fedeli la vittoria di Cristo celebrata con la processione. Sì, amici miei, la vittoria di Cristo! Vittoria riportata, tra le altre cose, anche sulla congenita disposizione dell’uomo a voler far diventare magico ciò che invece è veicolo di grazia e memoria degli eventi santi nei quali abbiamo ricevuti la salvezza.