Ministri straordinari
Aggiornamento dei Ministri Straordinari della Comunione 2010.
comunione1.jpgIl titolo di questi incontri ne indica chiaramente il contenuto: vogliamo riflettere sul legame che esiste tra l’adorazione eucaristica e la celebrazione dell’Eucaristia (la Messa), nella convinzione che proprio questo legame ci consente di delineare in maniera adeguata la fisionomia dell’adorazione[1]. A questo scopo, assumiamo come filo condut­tore un testo di G. Moioli, dal titolo Il mistero dell’Eucari­stia[2], che riproduce la predicazione tenuta durante un corso di esercizi spirituali, ormai 25 anni fa. Si tratta, però, di una predicazione che porta l’impronta di una rigorosa rifles­sione teologica e mantiene sostanzialmente la propria attua­lità. La fisionomia dell’adorazione eucaristica viene sinteti­camente tratteggiata in questi termini:“L’adorazione dell’Eucaristia, al di fuori della cele­brazione, è un rivivere personalmente, silenziosamen­te, il senso della celebrazione del mistero… Per questo l’adorazione eucaristica non è, per sé, una pre­ghiera ‘comunque’ davanti all’Eucaristia, non è un pensare o un meditare generico davanti all’Eucaristia; è, piuttosto, un mettersi davanti all’Eucaristia ricollo­cando questa presenza nel suo contesto [il contesto della celebrazione] e lasciandosi interpellare, provo­care dal suo significato”[3].

L’adorazione, dunque, è un sostare, un pregare, un medi­tare che deriva dalla celebrazione, prende forma dalla cele­brazione e rimanda alla celebrazione. L’adorazione ci invita a lasciarci formare dal mistero che abbiamo celebrato, di­stendendo, personalizzando e interiorizzando ciò che, in ma­niera concentrata, è avvenuto nella celebrazione.
Da queste indicazioni introduttive, ricaviamo i tre punti della nostra riflessione: raccogliamo anzitutto qualche osser­vazione sull’atto del “vedere l’ostia”, che diventa - più profondamente - un guardare il mistero (1.)[4]; ci chiediamo cosa significhi lasciarsi formare dal mistero (2.); consideriamo in­fine gli atteggiamenti con cui lasciarci formare dal mistero, ponendoci di fronte a esso in modo disteso (3.).

  
1. Vedere l’ostia, guardare il mistero.
Come accade sempre, quando è in gioco la sensibilità umana, l’atto del vedere unisce insieme un aspetto di passi­vità e uno di attività. Un aspetto di passività, anzitutto: vol­gendoci all’esterno, incontriamo una realtà che è data al no­stro sguardo, perché preesiste a esso. E tuttavia - ecco l’atti­vità - il nostro sguardo non si limita a registrare passiva­mente il materiale che entra nel suo campo visivo. Al contra­rio, lo sguardo elabora tale materiale, lo esplora, seleziona i dati, li collega fra loro... Solo così la realtà che vediamo as­sume significato, si fa presente a noi e resta presente a noi[5]. Ciò che vediamo, quindi, è frutto di un’interazione tra il no­stro sguardo e ciò su cui il nostro sguardo si posa.
Questo vale anche nel caso di quel particolare tipo di “ve­dere” (il “vedere l’ostia”) che si realizza nell’adorazione e che non può che essere il vedere di un credente, di colui cioè che vede attraverso gli occhi della fede. Tale fede nasce dall’ascolto della Parola del Figlio, che rivela il senso del gesto eucaristico; fede che permette di vedere, perché il cuore si sottomette a questa Parola: «Interamente a te si sottomette il cuore», canta San Tommaso d’Aquino nell’inno Adoro te devo­te[6].  Dunque: «Signore, ti vedo perché ti ascolto; e ti ascolto sottomettendo a te il mio cuore».

Il vedere l’ostia, quindi, è il vedere di un credente. Di più: il vedere l’ostia è il vedere di un credente che partecipa alla celebrazione eucaristica, all’interno della quale l’ostia acqui­sta tutto il proprio significato. Anche quando l’ostia viene esposta all’adorazione, la sua identità resta determinata, sta­bilita, fissata dalla celebrazione eucaristica. Di conseguenza, lo sguardo adorante non deve fermarsi all’ostia in sé, ma de­ve ritrovare tutto il mistero di cui l’ostia è parte. Il “vedere l’ostia” è, più profondamente, un “guardare il mistero”.

2. Lasciarsi formare dal mistero.
Il mistero di cui parliamo è evidentemente il mistero eu­caristico, che si realizza attraverso la celebrazione eucaristica. Sulla scia della riflessione di Odo Casel, la teologia con­temporanea riconosce nella celebrazione eucaristica la pre­senza reale sacramentale del sacrificio di Cristo: la Eucari­stia celebra, ripropone, rende sacramentalmente presente il sacrificio della croce[7]. Utilizzando il linguaggio della Sacra Scrit­tura, possiamo qualificare la celebrazione eucaristica come memoriale della croce del Signore[8]: essa rappresenta, cioè, il modo in cui il Signore Gesù rende presente oggi la sua croce per coinvolgere anche noi in quello che fu il gesto supremo della sua obbedienza al Padre e della sua dedizione agli uomini. Se volessimo riprendere un’espressione che si usa nel rito della Messa dei fanciulli, potremmo dire che la celebra­zione eucaristica “è il Signore Gesù che si offre per noi”: at­traverso l’azione celebrativa della Chiesa, il Signore rende presente l’offerta di sé, compiuta una volta per tutte sulla croce, per coinvolgere anche noi in quella sua offerta. E chi si offre come Gesù, chi dona la vita come lui, ritroverà la vi­ta con lui e come lui nella risurrezione. Chi perde la propria vita, donandola col Signore e come il Signore, la ritrova, ri­sorgendo con lui e come lui.

L’affermazione secondo cui l’Eucaristia rende sacramen­talmente presente il sacrificio della croce permette di rileg­gere in maniera unitaria il tema degli effetti dell’Eucaristia, che la teologia dei manuali aveva trattato in due capitoli di­stinti e non collegati fra loro: uno relativo agli effetti della comunione eucaristica, l’altro relativo agli effetti del sacrifi­cio della Messa. Se il “contenuto” della celebrazione eucari­stica è il sacrificio di Cristo, reso presente in maniera sacra­mentale, l’effetto della celebrazione è precisamente la parte­cipazione sacramentale al sacrificio di Cristo, che si realiz­za in pienezza mediante la comunione sacramentale. Questo significa che la comunione sacramentale implica/comporta la comunione col sacrificio di Cristo. In altre parole: la co­munione eucaristica non è anzitutto l’esperienza di una visi­ta individuale del Signore («Gesù che viene nel mio cuore»); più profondamente, essa è coinvolgimento nel sacrificio di Cristo e condivisione della sua dedizione.

Poiché deriva dalla celebrazione eucaristica, la presenza di Gesù nell’ostia consacrata è legata a ciò che accade nella celebrazione. Non è quindi una generica presenza di Cristo, bensì la presenza di Cristo nell’atto del suo sacrificio, nell’atto di dare la vita: “E’ il Signore Gesù che si offre per noi”. Il Cristo presente nell’Eucaristia non è il “piccolo Gesù”, custodito nel tabernacolo, in attesa di compagnia; non è un Gesù diverso rispetto al Gesù della storia. Il Cristo presente nell’Eucaristia è il Gesù della storia: quella storia che è culminata nella croce e nella risurrezione, cioè nella Pasqua. E Cristo resta presente nel pane eucaristico per coinvolgere anche noi nella sua storia, nella sua Pasqua. Staccata dalla storia di Gesù, dalla sua Pasqua, l’Eucaristia finisce per di­ventare il contrario di ciò che dovrebbe essere.

Questo accade, per esempio, quando, invece di chiedere all’Eucaristia di accompagnarci a vivere e a morire come Gesù, le chiediamo altre cose: che ci guarisca dalle malattie, che ci protegga dalle disgrazie, che faccia andare le cose per il verso giusto (evidentemente il verso che vogliamo noi), che ci eviti la morte... Così facendo, però, chiediamo all’Eucaristia di concederci un’esistenza diversa da quella di Gesù, mentre Gesù ha voluto l’Eucaristia proprio per rende­re la nostra esistenza simile alla sua. Lasciarci plasmare dal mistero che adoriamo significa precisamente questo: lasciare che la nostra vita prenda i contorni della vita di Gesù, della sua obbedienza al Padre, della sua dedizione agli altri. Fino alla morte. O, meglio, fino alla risurrezione: perché una vita come quella di Gesù non può rimanere prigioniera della morte, ma è destinata alla risurrezione. 

3. Adorazione come distensione del mistero celebrato.
Il credente che volge lo sguardo adorante al mistero ha l’opportunità di accostarsi ad esso, distendendo, personaliz­zando e interiorizzando quanto si è compiuto nel corso della celebrazione e mediante la comunione eucaristica. Abbiamo detto che il coinvolgimento sacramentale nella Pasqua di Cristo si attua partecipando alla celebrazione eucaristica: partecipazione che trova la propria compiutezza quando il fedele si accosta alla comunione sacramentale[9]. Dobbiamo ricordare, come è stato già detto, che la comunione sacramentale non va pensata anzitutto come l’esperienza di una visita individuale del Signore, ma come la condivisione del suo sacrificio pasquale. In questa prospettiva, anche la relazione col Signore che si attua me­diante l’adorazione non è solo un intimo faccia a faccia fra il credente e Cristo; è piuttosto un modo di riprendere, disten­dere e interiorizzare quella partecipazione alla Pasqua del Signore, che si è attuata grazie alla celebrazione. L’adorazio­ne offre al credente uno spazio dilatato, nel quale lasciar ri­suonare dentro di sé i molteplici aspetti della celebrazione, secondo accenti, sollecitazioni e sottolineature diverse.

Per questo, le linee-forza che strutturano l’adorazione so­no le stesse che caratterizzano la struttura della celebrazio­ne eucaristica. Sono, in particolare, i tre atteggiamenti che emergono dalla preghiera eucaristica: rendere grazie, offrire, intercedere. Riproponendo questi atteggiamenti, l’adorazio­ne non solo prolunga la celebrazione e la comunione sacra­mentale, ma ad esse riconduce. In effetti, l’ “unione del cuo­re» con Cristo, che si realizza grazie alla adorazione, «non può essere completa in se stessa dato che, per sua natura, tende alla comunione sacramentale ove attinge il suo culmi­ne”[10]. In questa linea, l’adorazione non solo prolunga la ce­lebrazione, ma può anche essere un modo per prepararsi convenientemente alla celebrazione e alla comunione. Ri­prendiamo ora, uno per uno, i tre atteggiamenti: rendere gra­zie, offrire, intercedere. 

3.1. Rendere grazie.
Il rendimento di grazie è una dimensione costitutiva della celebrazione eucaristica e, quindi, anche dell’adorazione[11]. E’ l’atteggiamento che assumiamo di fronte a un dono, a qual­cosa di gratuito, che percepiamo come un bene per noi, an­che se non ci è dovuto. Si tratta però di un atteggiamento che chiamerei “inattuale”: in effetti, abbiamo piuttosto la tendenza a consi­derare dovuto tutto quello che riceviamo. Oppure, prevale la tendenza a lamentarci: guardiamo sempre quello che ci man­ca e, quando l’abbiamo raggiunto, restiamo comunque in­soddisfatti. In ogni caso, non ci pare di avere motivi suffi­cienti per rendere grazie.

La celebrazione eucaristica, invece (e con essa l’adora­zione), ci invita a «rendere grazie, sempre e in ogni luogo». E questo è possibile, perché «sempre e in ogni luogo» ci è dato il Signore morto e risorto. Rendere grazie di fronte al Signore morto e risorto significa riconoscerlo come un bene per noi, un bene che ci è dato pur senza esserci dovuto.

Qui nasce, però, una difficoltà. Gesù Cristo è un bene per noi. Qualche volta, però, lo avvertiamo come un bene sco­modo, perché giudica la nostra vita e la mette in discussione. Per questo, a volte, abbiamo difficoltà a riconoscere in Gesù un bene. Qualche volta, vediamo in lui piuttosto una minac­cia alla nostra autonomia. E’ una tentazione che può essere superata, se riconosciamo - nella fede - che Gesù Cristo non è estraneo a noi, anche quando ci scomoda. Gesù Cristo è la verità di noi stessi, è la verità dell’uomo, è l’uomo compiu­to, l’uomo veramente riuscito, anche quando il suo modo di essere uomo ci scomoda, perché giudica il nostro modo di essere uomini.

«E’ cosa buona e giusta rendere grazie sempre...»: il dono che è Gesù Cristo consente di rendere grazie sempre, anche nelle circostanze dolorose e difficili della vita. Rendere gra­zie non perché le circostanze difficili diventano facili, ma perché - comunque si presentino le circostanze - il dono di Gesù morto e risorto resta stabile. Anche quando celebriamo un funerale all’interno della Messa, noi diciamo: “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”. Rendiamo grazie non certo per la morte, ma perché, anche nella morte, resta stabile il dono di Gesù morto e risorto. Neppure lì il dono viene meno. Anzi proprio lì, dove nessuna parola umana è capace di dire cose sensate, il dono di Cristo morto e risorto rende possibile la speranza: perché rivela che la morte non è l’ultima parola.

3.2. Offrire.

Offrire significa restituire noi stessi a Colui che è la no­stra sorgente. E’ ciò che con grande efficacia esprime la cele­bre preghiera di sant’Ignazio di Loyola: “Prendi, Signore, e accetta tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo: tu me lo hai dato; a te, Signore, lo ridono, tutto è tuo, disponine a tuo pieno piacimen­to, dammi il tuo amore e la tua grazia, ché questa mi basta”[12].

Il cammino della libertà umana è il cammino del restituir­si a Dio. Questo è stato anche il senso del cammino umano di Gesù, quel cammino che trova il proprio compimento nell’offerta di sé sulla croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46). La croce è stata essenzialmente il consegnarsi, l’offrirsi del Signore Gesù, il suo restituirsi nel­le mani del Padre. Grazie alla celebrazione eucaristica, que­sto gesto - compiuto una volta per tutte - si fa presente, qui ed ora. E coloro che, grazie all’Eucaristia, partecipano a que­sto gesto, diventano - a loro volta - capaci di restituire se stessi al Padre.
Offrendo noi stessi nell’Eucaristia, dunque, non imitiamo l’offerta di Cristo, non la ripetiamo, non aggiungiamo all’offerta di Cristo una nostra offerta. Piuttosto, partecipando all’Eucaristia, siamo coinvolti nell’offerta di Cristo; proprio tale coinvolgimento suscita e rende possibile l’offerta di noi stessi al Padre. L’Eucaristia, quindi, non è un sacrificio di­verso, nuovo rispetto al sacrificio di Cristo. E’ il rendersi pre­sente del sacrificio/offerta di Cristo sulla croce, cui noi pren­diamo parte per essere capaci, a nostra volta, di offrirci al Padre «per Cristo, con Cristo e in Cristo»[13].

Riflettendo su questo tema dell’offerta, mi sembra utile aprire una parentesi, in riferimento all’invito che padri spiri­tuali e persone devote rivolgono (o forse rivolgevano...) a chi si trova nella sofferenza e nella malattia: «Offri a Dio la tua sofferenza». Su come intendere questa frase, sono illumi­nanti alcune note del moralista francese Xavier Thévenot: “La potenza di questa formula è notevole in quanto decentra da sé la persona sofferente e le fa cogliere che ciò che ha gusto di morte può diventare il luogo di scambio con Colui che lei ama. Ma allo stesso tempo, essa rischia di far dimenticare che la gioia di Dio non potrebbe mai consistere nel ricevere ciò che è cattivo… Il ‘piacere’ di Dio è di vedere che la sua presen­za misteriosa è capace di permettere a quella persona schiacciata dal dolore, di lottare contro le forze di di­sunione che la sofferenza sviluppa e di ritrovare poco a poco il gusto della vita. Se colui che soffre ha qual­cosa da offrire nella sua prova, non sono le sue mise­rie, le sue malattie, le sue sofferenze - tutte cose che dispiacciono a Dio, come mostra l’atteggiamento di Gesù nel vangelo -, bensì è questo lavoro discreto di Dio in lui. [Ciò che il sofferente può offrire] è questa scoperta stupefacente e talvolta anche meravigliata che, se ci si rimette nelle mani di Dio, la vita può an­cora sgorgare anche quando il male sembra sommer­gere tutto”[14].

In modo un po’ maldestro, l’espressione «offrire a Dio la sofferenza» dice qualcosa di vero: è possibile fare anche del­la malattia e della sofferenza un cammino in cui si conosce qualcosa della vicinanza di Dio. Quella vicinanza che per­mette di continuare a nutrire fede, speranza e carità anche nella prova. In verità, quindi, non offriamo a Dio le nostre sofferenze; gli offriamo quel che, grazie a lui, diventiamo nelle sofferenze: persone che anche lì contano sulla sua vici­nanza e da essa traggono ragione di vita. E così raggiungia­mo quel che il Signore stesso ha fatto sulla croce. Gesù non ha offerto al Padre le proprie sofferenze; gli ha offerto quel che lui diventava attraverso quelle sofferenze: un essere ca­pace di andare fino al punto estremo dell’amore. E proprio l’Eucaristia, in quanto memoriale della croce del Signore, ci consente di inserire quello che viviamo in ciò che il Signore ha vissuto sulla croce. L’Eucaristia celebrata, anzitutto; ma poi anche l’Eucaristia adorata, come prolungamento e assi­milazione di quanto è avvenuto nella celebrazione. 
3.3. Intercedere.

La Chiesa che - mediante l’Eucaristia - partecipa al sa­crificio del Signore, entra nella sua preghiera di intercessio­ne al Padre.
Le intercessioni della preghiera eucaristica sono la parte­cipazione della Chiesa alla intercessione perpetua del Cristo glorificato attraverso il suo sacrificio. Poiché il sacrificio che la Chiesa celebra è il sacrificio di Cristo, la sua interces­sione è l’intercessione di Cristo[15].
Intercedere significa «volere con Dio le cose buone che Dio vuole per noi»[16]; significa volere con Dio il dono di Cri­sto e della sua Pasqua per tutti: per la Chiesa, per il mondo, per i vivi, per i defunti, per i peccatori... Nella preghiera di intercessione, quindi, non cerchiamo di cambiare la mente di Dio. Cerchiamo piuttosto di conformarci alla mente di Dio, alla sua volontà, per arrivare a chiedere e - più profonda­mente - a desiderare ciò che lui vuole.
L’intercessione racchiude, però, anche un altro valore[17]. Essa infatti rivela che, tra gli uomini, esiste una responsabi­lità vicendevole, che si deve esprimere non solo attraverso l’agire, ma anche per mezzo della preghiera. Dio ci vuole gli uni per gli altri; desidera che mostriamo per gli altri interes­se, compassione, carità, mutuo aiuto, amore in ogni cosa.
Coloro dunque che possono fare qualcosa per gli altri in senso fisico, materiale, sono chiamati a farlo. Tutti gli altri sono invitati a unire la loro preghiera in una grande interces­sione, una grande preghiera gli uni per gli altri, inserita nella preghiera stessa di Gesù... Colui che intercede si rivela preoccupato non solo del proprio benessere, ma anche del benessere degli altri, coi quali si sente in profonda relazione e coi quali, intercedendo, rafforza la relazione - anche se non li conosce[18].

L’intercessione può dunque utilmente occupare parte del­la nostra adorazione. E, in questo modo, alimentando la rela­zione con gli altri, anche l’adorazione concorre a realizzare la finalità ultima dell’Eucaristia: l’edificazione della Chiesa come il popolo di coloro che, partecipando al sacrificio di Cristo, sono sollecitati a vivere la sua stessa carità. 
Conclusione.

Partecipando alla celebrazione eucaristica e accostandosi alla comunione sacramentale, il credente decide di assumere la forma dell’esistenza di Cristo. L’adorazione si colloca nel­la medesima linea: non si tratta semplicemente di gustare la dolcezza di una presenza, bensì di porsi davanti a Colui che ci interpella in rapporto alla forma della nostra esistenza. E, come cristiani, non possiamo avere una forma di esistenza diversa da quella che ci è presentata dall’Eucaristia: l’esi­stenza umana vissuta come l’ha vissuta Gesù Cristo, cioè vissuta per gli altri e abbandonata totalmente nelle mani del Padre. Un’esistenza così finisce sulla croce; ma una croce che è porta verso la risurrezione.

Di tale risurrezione l’Eucaristia è pegno, cioè anticipo, caparra: «pegno della gloria futura». Ma proprio in quanto pegno della risurrezione e della gloria, l’Eucaristia ci ricorda che, per noi che siamo in questo mondo, tale gloria è ancora futura. Ecco perché l’Eucaristia porta con sé un certo aspetto di “incompletezza”, come un’aspettativa non ancora piena­mente soddisfatta. In ogni celebrazione, annunciamo la mor­te del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta. In questa linea, l’adorazione davanti alla presenza sacramentale suscita il desiderio di contemplare faccia a faccia Colui che ora vediamo sotto le specie del pa­ne e del vino:
«Ti sto guardando, Gesù che ti sei messo un velo. Sono assetato e ti rivolgo una preghiera:  fissare quel tuo volto senza più veli ormai; e, dal veder direttamente la tua divina gloria,

tutto restarne beatificato».


[1] Il legame tra l’adorazione e l’azione celebrativa è chiara­mente affermato dalla normativa liturgica successiva al Vaticano II. Punto di riferimento imprescindibile in proposito resta Sacra Congregatio Rituum, Instructio «Eucharisticum Mysterium de cultu mysterii eucaristici» (25 maii 1967), in AAS 59(1967), 539-573; cf. in particolare la terza parte: «De cultu Sanc­tissimae Eucharistiae prout est Sacramentum permanens», nn. 49­67. Le indicazioni qui contenute trovano attuazione in De sacra communione et de cultu mysterii eucharistici extra Missam (= Rituale Romanum ex Decreto Sacrosancti Oecumenici Concili i Va­ticani II instauratum, auctoritate Pauli PP. VI promulgatum), Edi­tio typica, Typis Polyglottis Vaticanis, 1973 = Rito della comunio­ne fuori della Messa e Culto eucaristico (= Rituale Romano riformato a norma dei Decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI), Libreria Editrice Vaticana, Roma 1979. Tra i commenti all’istruzione e/o al Rito, cf. P. Visentin, Il culto eucaristico "extra Missam" nella dottrina e nelle norme dell’Istruzione, in Eucaristia. Memoriale del Signore e sacramento permanente, Elledici, Leumann (Torino), 1967, 104-126; G. Colombo, Il culto eucaristico nei documenti post-conciliari: lettura critica e prospettive teologico-pastorali, in Rivista Liturgica 67(1980), 29-47; A. Cuva, Io sono il Pane vivo. Rito della comunio­ne fuori della Messa e culto eucaristico, Edizioni Paoline, Roma 1984; R. Falsini, Il rinnovamento del culto eucaristico secondo il Concilio Vaticano II, in Idem. (ed.), Eucaristia. Dalla celebrazio­ne al culto eucaristico. A 30 anni dalla «Eucharisticum myste­rium», OR, Milano 1997, 56-78.
[2] G. Moioli, Il mistero dell’Eucaristia, Glossa, Milano 20022. Si tratta di un corso di esercizi spirituali che l’Autore ha proposto nell’agosto 1983 all’Istituto Secolare «Figlie della Regina degli Apostoli» (FRA) e che viene qui pubblicato, scorporandolo dal volume G. Moioli, Il Salvatore divino, Viboldone 1985.
[3] G. Moioli, Il mistero dell'Eucaristia, op. cit., 42. 
[4] Cf. L. Girardi, Del vedere l’ostia... La visione come for­ma di partecipazione, in Rivista Liturgica 87(2000), 449-458. Sull’evoluzione storica del culto extra Missam - oltre ai testi citati in Ivi, 452, n. 6 – cf. E. Dumoutet, Le désir de voir l’hostie et les origines de la dévotion au Saint-Sacrement, Beauchesne, Paris 1926; E. Bertaud, Dévotion eucharistique. Esquisse historique, in Dictionnaire de spiritualità, Beauchesne, Paris 1961, v. IV/II, coll. 1621-1637; R. Falsini, La prassi eucaristica al di fuori della Messa nella Chiesa occidentale, in Rivista Liturgica 67(1980), 9-28.
[5] A tutti capita di notare per la prima volta (di vedere per la prima volta) qualcosa che si trova su un tragitto che percorriamo abitualmente. Quella cosa è lì, da sempre, è magari entrata nel raggio fisico della nostra vita, ma noi non l’abbiamo mai vista, fino al giorno in cui ci accorgiamo che è lì…
[6] L’inno Adoro te devote, è “il pezzo più bello della poesia tomistica, di cui le ricerche di oggi assicurano l’autenticità con prove definitivamente convincenti”: C. Marabelli, Tommaso d’Aquino poeta eucaristico, in L’intelletto cristiano. Studi in onore di mons. Giuseppe Colombo per l’LXXX  compleanno, Glossa, Milano 2004, 473-491: 488. Una libera traduzione dell’ Adoro te devote si trova in G. Moioli, Il mistero dell’Eucaristia, op. cit., 123 (testo latino a fronte): ad essa mi riferisco, laddove cito frasi dell’inno con la rispettiva traduzione.
[7] Mi riferisco in particolare alla riflessione sviluppata da Giuseppe Colombo (1923-2005) e che si ritrova nei saggi pubblicati in G. Colombo, Teologia sacramentaria (= Quaesitio 6), Glossa, Milano 1997.
[8] Cf. B. Neunheuser, Memoriale, in A.M. Triacca (ed.), Liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, 1163-1180.
[9] Sacrosanctum Concilium 55 designa come “più perfetta” (perfectior) la partecipazione alla Messa comprensiva della comunione; con ciò non si vuole insinuare l’idea che la comunione eucaristica sia un “di più”, che si aggiunge estrinsecamente ad una partecipazione già in se stessa perfetta; si vuole invece affermare che la partecipazione alla Messa trova il suo naturale e logico sbocco nella comunione sacramentale. 
[10] E. Mazza – R. Falsini, Il silenzio nell’adorazione eucaristica, in Rivista Liturgica 76(1989), 413-428: 415. Mazza spiega così il fatto che il Rituale De sacra communione n. 82 corregga Eucharisticum Mysterium n. 60, indicando come frutto dell’esposizione eucaristica non una communio cordis con Cristo (come afferma appunto l’Istruzione), bensì una unio cordis, “quae in communione sacramentali culmen attingit”. In effetti, “ogni ostia consacrata è fatta per essere mangiata… e solo allora essa comunicherà tutti quei frutti che sono divinamente connessi dalla stessa istituzione alla manducazione sacramentale come partecipazione autentica del sacrificio”: P. Visentin, Il culto eucaristico, op. cit., 119.
[11] Il rilievo della preghiera di ringraziamento come “forma fondamentale” (Gestalt) del rito eucaristico è affermato in particolare da J. Ratzinger, Forma e contenuto della celebrazione eucaristica, in Idem., La festa della fede. Saggi di teologia liturgica, Jaca Book, Milano 19902, 33-48. Per un quadro del dibattito, cf. L. Lies, La “forme” théologique de l’eucharistie, in La Maison-Dieu 232(2002), 75-96.
[12] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, Ed. Paoline, Roma 1980, n. 234c.
[13] “Il cristiano non si offre al Padre con un’offerta ‘parallela’ a quella di Cristo, o con una soltanto simile, ma veramente nella sua e attraverso la sua («in lui e con lui»), quella avvenuta appunto «una volta per tutte»”: A. Bozzolo, Mistero, simbolo e rito in Odo Casel. L’effettività sacramentale della fede, Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2003, 230.
[14] X. Thévenot, Souffrance, bonheur, éthique. Conférences spirituelles, Salvator, Mulhouse 19902: citato e tradotto da L. Manicardi, L’umano soffrire. Evangelizzare le parole sulla sofferenza, Qiqajon, Comunità di Bose – Magnano 2006, 117.
[15] R. Kaczynski, Die Interzessionen im Hochgebet, in Th. Maas-Ewerd – Kl. Richter (ed.), Gemeinde im Herrenmahl. Zur Praxis der Meßfeier, Einsiedeln-Freiburg 1976, 303-313: 309; cit. in J. Hermans, La celebrazione dell’Eucaristia. Per una comprensione teologico-pastorale della Messa secondo il Messale Romano, Ellenici, Leumann (Torino) 1985, 341, n. 123.
[16] G. Moioli, Il mistero dell’Eucaristia, op. cit., 39.
[17] Cf. C.M. Martini, La preghiera di intercessione: farsi carico dell’altro presso Dio, http://www.gliscritti.it/index.html, 7febbraio 2008.
[18] In questa linea, possiamo collocare l’intercessione per i defunti, tradizionalmente molto legata alla celebrazione dell’Eucaristia.
 

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