Ministri straordinari

Aggiornamento annuale per i Ministri Straordinari della Comunione

Domenica, tempo di Dio nel tempo dell’uomo - approfondimento della Letetra del Vescovo


Frosinone, Chiesa di San Paolo Apostolo, 2 marzo 2011


1. Quando celebrare?

«Facendosi uomo, il Figlio di Dio è entrato nel tempo. Ha introdotto nel tempo degli uomini la lode eterna che egli fa salire al Padre. Ma ha anche santificato il tempo, facendo sua la preghiera del suo popolo. Egli pregava tutti i giorni nelle ore prescritte, era assiduo alle riunioni nella sinagoga al sabato e, ogni anno, andava a Gerusalemme per le feste. La preghiera cristiana delle ore, il memoriale settimanale e annuale della morte e risurrezione del Signore rientrano nelle forme periodiche della santificazione del tempo nelle quali il corpo di Cristo comunica con la preghiera del suo capo»[1].

“Fin dalla legge mosaica il Popolo di Dio ha conosciuto feste in data fissa, a partire dalla Pasqua, per commemorare le stupende azioni del Dio Salvatore, rendergliene grazie, perpetuarne il ricordo e insegnare alle nuove generazioni a conformare ad esse la loro condotta di vita. Nel tempo della Chiesa, posto tra la Pasqua di Cristo, già compiuta una volta per tutte, e la sua consumazione nel Regno di Dio, la Liturgia celebrata in giorni fissi è totalmente impregnata della novità del Mistero di Cristo” (CCC 1164).
Possiamo affermare che la Liturgia della Chiesa è la celebrazione del mistero di Cristo, centro della storia della salvezza. Tutte le azioni liturgiche, con il loro coronamento nell’Eucaristia, sono celebrazioni e proiezioni di questo mistero, attualizzazioni e comunicazioni della pienezza del sacramento della salvezza, che é Cristo Gesù.

Ora, quando la Chiesa celebra il Mistero di Cristo, “una parola scandisce la sua preghiera: Oggi!, come eco della preghiera che le ha insegnato il suo Signore (cf. Mt 6, 11) e dell’invito dello Spirito Santo (cf. Eb 3, 7-4, 11). Questo «oggi» del Dio vivente in cui l’uomo è chiamato ad entrare è l’ «Ora» della Pasqua di Gesù, che attraversa tutta la storia e ne è il cardine” (CCC 1165).
Nell’Anno liturgico, il protagonismo di Cristo nell’insieme e in tutte, e in ciascuna delle celebrazioni, è qualcosa che zampilla dalla viva coscienza della Chiesa apostolica che vide in Gesù di Nazaret, il Cristo - Figlio di Dio, il perfetto esecutore e realizzatore nella sua vita e nelle sue opere di quanto hanno annunziato, prefigurato e significato le antiche feste di Israele, e in genere di tutta la storia del popolo di Dio prima di lui.
Dai Sinottici fino a San Giovanni, dagli Atti degli Apostoli fino all’Apocalisse, Cristo appare come l’autentico e vero protagonista delle feste dell’anno liturgico ebraico:
- della Pasqua, perché è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo o, come dirà san Paolo, “la nostra Pasqua immolata” (1Cor 5, 7);
- della Pentecoste, perché è salito al cielo per ricevere dal Padre ed effondere sugli uomini la nuova Legge dello Spirito, come primizia di salvezza escatologica;
- delle Tende, perché è la fonte dell’Acqua viva dello Spirito e, come Luce del mondo, riempie con la sua presenza tutta la terra;
- dell’Espiazione, perché è entrato una volta per tutte nel tabernacolo eterno con il suo sangue che ha ottenuto la purificazione degli uomini;
- dell’Anno Nuovo, perché egli, novità assoluta, ha inaugurato una nuova era, un anno di grazia e di amnistia che non avrà mai fine;
- della Dedicazione, perché egli è il nuovo Tempio dove si rende culto al Padre in Spirito e verità;
- delle Sorti perché egli è il primogenito, vincitore della morte e restauratore della vita;
- del Sabato, perché egli è il suo Signore e Padrone dal momento che ha compiuto le opere del Padre accettando la morte per rigenerare l’uomo e restituirgli l’immagine e la somiglianza divina con la quale fu creato[2].
Da quest’intreccio di feste liturgiche, che avevano già dato al popolo di Dio un potente strumento sacramentale e un irresistibile ritmo di crescita nella fedeltà allo spirito dell’Alleanza, la Chiesa antica prese con libertà e discernimento molti elementi che si integrarono nell’Anno liturgico cristiano. Nella luce del Mistero pasquale, sotto la potente assistenza dello Spirito che dà l’intelligenza delle Scritture, nella costante esperienza della fede nel Signore risorto e, conseguentemente, nella sua promessa d’essere presente tra i suoi, non senza sforzo, la liturgia cristiana organizzò il suo proprio ciclo festivo, sottolineando ora un aspetto ora un altro, ma sempre mettendo in rilievo tutti i misteri della vita di Gesù Cristo. In questo modo afferma con vigore la signoria di Cristo su tutta la storia e lo rende di nuovo protagonista e centro di ognuna delle feste o cicli dell’Anno liturgico, che perciò diventa l’anno di Cristo, l’anno cristiano che vive di Cristo. Egli, il Signore, nel suo mistero sovra storico continua a possedere il tempo e a renderlo l’ambito della sua presenza salvifica. 

2. Domenica – Giorno del Signore[3].
Già negli scritti del NT il primo giorno della settimana ebraica, che noi chiamiamo domenica, raggiunge un significato rilevante. E’ il giorno della risurrezione del Signore come tutti gli evangelisti concordemente riferiscono, il giorno preferito delle sue apparizioni (cf. Mt 28, 9; Lc 24, 13; Gv 20, 19s.) e il giorno nel quale il Signore glorificato effonde il dono dello Spirito Santo promesso (cf. Gv 20, 22; At 2, 1s.). Nella consapevolezza dei discepoli esso diventa così “il giorno fatto dal Signore” (Sal 117, 24), e il giorno preferito delle riunioni della comunità (cf. At 20, 7); il giorno per fare la carità per i bisognosi (cf. 1Cor 16, 1s.).
Certo la celebrazione comunitaria domenicale non conosceva alcun rituale unitario[4], però colpisce il fatto che San Paolo Ap. considera la Cena del Signore come centro delle assemblee (cf. 1Cor 11, 17-34)[5]. Una conferma è fornita da antichissimi testimoni non biblici, come la Didachè[6] (Insegnamento dei Dodici Apostoli), la Lettera di Plinio all’imperatore Traiano[7] e Giustino martire[8]. Secondo Ignazio di Antiochia la celebrazione della domenica diventa proprio il segno di distinzione dei cristiani nei confronti di coloro che secondo l’antico ordinamento festeggiano ancora il sabato. I cristiani però sono chiamati ad una nuova speranza e vivere “nell’osservanza del giorno del Signore, nel quale anche la nostra vita è sorta, per mezzo di lui e della sua morte”[9].Poiché la domenica era allora un giorno di lavoro ordinario i cristiani dovevano tenere i loro incontri nella tarda serata o, dopo il divieto di riunioni serali da parte dell’imperatore Traiano (†117), nel primo mattino. Ciò comportava sicuramente una certa scomodità e richiedeva un’alta misura di spirito di sacrificio. Non deve quindi neppure stupire che già la Lettera agli Ebrei dovesse richiamare alla regolare frequenza (10, 25). Lo stesso fa ancora più insistentemente la Didascalia degli apostoli a metà del sec. III[10]. Poco dopo il 300 il Concilio di Elvira (Spagna) stabilisce: “Se qualcuno che abita in città, per tre domeniche non va alla chiesa deve essere escluso dalla comunità per breve tempo affinché appaia richiamato all’ordine”[11].
Il significato della domenica nel cristianesimo primitivo si riflette anche nelle sue denominazioni:
- il primo giorno: si tratta del nome più antico che voleva indicare non solo l’inizio della settimana, ma conteneva pure un’allusione al primo giorno della settimana della creazione, che era il giorno della luce; con la domenica inizia la “nuova creazione” (cf. 2Cor 5, 17); 
- il giorno del Signore: già in Ap 1, 10 incontriamo questo nome, in seguito molto frequente, che come dies dominica si è mantenuto non solo nella lingua ufficiale della Chiesa, ma anche nelle lingue romanze; - il giorno ottavo: significa che dopo i sette giorni della settimana della creazione con il suo sabato, il giorno della risurrezione introduce la nuova creazione, che sbocca nell’eterno riposo sabbatico del compimento finale; - il giorno della risurrezione: si trova in Tertulliano (†230 ca.), in numerosi autori greci e in talune lingue slave;- il dies solis: questo nome è stato accolto dopo un’esitazione iniziale; esso deriva dalla settimana planetaria greco-romana. “Se esso (il giorno del Signore) è chiamato dai pagani giorno del sole, anche noi siamo volentieri d’accordo: poiché oggi è sorta la luce del mondo e il sole della giustizia, e tra le sue ali trova riparo la salvezza”[12].Per l’ulteriore sviluppo della domenica fu di grande importanza la legge dell’imperatore Costantino (†337) del 3 marzo 321. Essa dichiara “il venerabile giorno del sole” giorno di riposo per tutti i giudici, gli abitanti delle città e coloro che esercitano una professione. Gli abitanti delle campagne devono attendere al loro lavoro per non perdere le ore di tempo favorevoli[13]. Poche settimane più tardi un’altra legge dispone che l’auspicabile liberazione degli schiavi non cada sotto il comando del riposo[14]. Con queste disposizioni la celebrazione liturgica della domenica era sostanzialmente facilitata. Lentamente però il riposo dal lavoro si pone sempre più al centro della santificazione della domenica e ne diventa il criterio essenziale. Le opere servili in domenica diventano fatti passibili di pena e al riguardo si prende a modello la dura legislazione sabbatica veterotestamentaria[15]. L’alta Scolastica distingue di nuovo chiaramente la domenica dal sabato ebraico e motiva il divieto dei lavori servili dicendo che ciò facilita la partecipazione alla liturgia[16]. Anche nei secoli seguenti il divieto del lavoro domenicale fu troppo in primo piano e quindi oscurò il senso cristologico primario. Nel tardo Medioevo e nell’epoca moderna s’insistette fortemente sul precetto della messa domenicale e ogni infrazione al riguardo fu dichiarata colpa grave[17]. 

3. Domenica nell’epoca attuale.
Riguardo alla celebrazione cristiana della domenica largamente compromessa, il Concilio Vaticano II ha chiaramente rilevato il significato cristiano della domenica come celebrazione del Mistero pasquale. “In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all’Eucaristia, e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendere grazie a Dio...” (SC 106; cf. CCC 1166).  La domenica deve essere nello stesso tempo un giorno di riposo e di tempo libero. Poiché essa è “fondamento e nucleo di tutto l’Anno liturgico” (SC 106) non le devono essere preferite altre celebrazioni a meno che non siano veramente di grandissima importanza. Anche il CIC del 1983 ha felicemente ripreso quasi alla lettera la prospettiva cristologica della domenica, propria di SC 106 (cf. can. 1246 § 1 ); invece circa il riposo dal lavoro, afferma che i fedeli “si astengano da quei lavori e da quelli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore e il dovuto riposo della mente e del corpo” (can. 1247). Dove per la mancanza di sacerdote o per un altro motivo non è possibile una celebrazione eucaristica domenicale viene raccomandata caldamente la partecipazione a una liturgia della Parola o un particolare tempo di preghiera (come preghiera personale o familiare; can. 1248 § 2).
Il pericolo che corre attualmente la domenica cristiana appare con particolare evidenza dal decremento della partecipazione alla liturgia. Da statistiche risulta che in certi paesi europei la percentuale della frequenza alla Messa si è ridotta drasticamente (da noi circa 10-12%). La giovane generazione diserta la Messa domenicale fino al 90%. Tra i motivi addotti per la mancata partecipazione potrebbe stare al primo posto il calo della fede cristiana. Nelle chiese della Riforma la problematica è uguale, se non ancora più acuta.“Sine dominico non possumus!” – senza il dono del Signore, senza il Giorno del Signore non possiamo vivere: così risposero nell’anno 304 alcuni cristiani di Abitene nell’attuale Tunisia quando, sorpresi nella celebrazione eucaristica domenicale, che era proibita, furono portati davanti al giudice e fu loro chiesto perché avevano tenuto di domenica la funzione religiosa cristiana, pur sapendo che questo era punito con la morte[18]. E noi?  

4. Centralità dell’Eucaristia domenicale.
Molti oggi sono sfasati nel loro comportamento religioso dall’abitudine del self-service e dalla comodità del supermercato o dei centri commerciali. Soprattutto nelle città, ma anche nei paesi, dove le chiese parrocchiali o no sono numerose. Ogni chiesa propone il suo “prodotto” e negli orari diversi. E ciò per soddisfare, adescare e conservare i loro “praticanti”. Di conseguenza ogni fedele cerca di trovare l’articolo conforme alla propria domanda, ai propri desideri, alle proprie comodità, ecc.
Attenti: l’Eucaristia non è una prestazione modificabile al gusto delle indicazioni del marketing, né i cristiani detti praticanti possono diventare una specie di clientela che sceglie secondo i gusti e le esigenze il luogo della celebrazione. Noi, non andiamo a Messa per soddisfare la nostra sensibilità religiosa, né perché il tal giorno e alla tale ora ne abbiamo voglia e bisogno. Noi partecipiamo all’Eucaristia la domenica (che secondo l’antica usanza liturgica comincia il sabato sera), perché il Signore Gesù ci convoca, lo Spirito Santo ci raduna e Dio nostro Padre ci ha donati come discepoli al Figlio suo[19]. Sarebbe forse il caso di rivedere sia gli orari che i molteplici luoghi (spesso non chiese parrocchiali) in cui si celebra l’Eucaristia domenicale.

Ora, la liturgia in generale e l’Eucaristia in particolare, in quanto l’azione di Cristo e del popolo di Dio (cf. CCC 1071), è il centro della vita cristiana. Essa “costituisce il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme la fonte da cui promana la sua forza vitale” (SC 10; CCCComp 219).

Chiaramente, la liturgia “non esaurisce tutta l’azione della Chiesa” (SC 9): essa deve essere preceduta dall’evangelizzazione, dalla fede e dalla conversione. Solo allora è in grado “di portare i suoi frutti nella vita dei fedeli: la Vita nuova secondo lo Spirito, l’impegno nella missione della Chiesa ed il servizio della sua unità” (CCC 1072). 

5. Radunarsi nella propria parrocchia.
La parrocchia è il luogo dove gli uomini e le donne si radunano soprattutto per rendere culto a Dio. Da sottolineare che essi non si sono scelti tra di loro. Anzi, sono stati scelti da Dio mediante il loro Battesimo. Essi si trovano uniti dalla vicinanza fisica e concreta dell’esistenza, ma essi devono anche farsi prossimi gli uni agli altri (cf. Lc 10, 36-37).
L’eucaristia parrocchiale deve essere accessibile ad ogni cristiano. Una volta, per soddisfare, come si diceva al “precetti domenicale o festivo”, si doveva assistere alla Messa in una chiesa parrocchiale. Qualcuno si potrebbe domandare: “ma dove è la differenza? La Messa è sempre la Messa!”. Sicuramente! Ma la comunità che la celebra, non è senza significato! L’Eucaristia è sempre un atto pubblico della Chiesa che si raduna attorno al suo Vescovo e ai Sacerdoti che l’assistono nel suo mandato di accogliere tutti i fedeli. La domenica, ogni Chiesa particolare (cioè diocesi) rende visibile l’unità del popolo di Dio. Ogni parrocchia celebra l’Eucaristia in comunione con il proprio Vescovo e con il Papa.
Dobbiamo sentirci come coloro che sono stati invitati dal re al banchetto di nozze del suo figlio (cf. Mt 22, 1-14): il padrone manda a chiamare gli invitati e questi declinano l’invito. Allora egli dice ai suoi servi: “andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze” (v. 9). Così è dell’Eucaristia domenicale. Tutti vi hanno diritto, quali che siano le differenze sociali, etniche, ecc. Tutti hanno gli stessi diritti, perché tutti si ritrovano davanti al nostro Signore e Padrone di casa che si è fatto servo di tutti. In altre parole: l’assemblea eucaristica non è selettiva secondo criteri umani. L’unica condizione richiesta per potervi partecipare è di essere conformati a Cristo, di essere immersi, mediante il Battesimo, nella sua morte e risurrezione.  

6. Celebrazione eucaristica oggi.

Bisogna partire dal senso del celebrare. La Costituzione sulla Liturgia, insegna che “la liturgia…, mediante la quale, soprattutto nel divino sacrificio dell’eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e l’autentica natura della vera chiesa” (SC 2).

Attraverso la liturgia, i cristiani rivelano il mistero di Cristo nella loro vita e lo dimostrano agli altri: è il momento originario e sintetico che dà forma e senso autentico al cammino di fede dei credenti, alla loro speranza e al loro impegno caritativo. Per questo la liturgia è alimento insostituibile per la vita di ciascuno e insieme, luogo in cui ogni vissuto personale e comunitario si innesta in Cristo e nella Chiesa.

Non è facile spiegare il senso del celebrare, perché non  si tratta solo di capire le parole che si dicono, ma anche i gesti che si fanno, le vesti che si indossano, gli oggetti che si usano e i vari servizi che si svolgono nei diversi spazi liturgici, ecc. Tutto il popolo deve conoscere e capire. Infatti la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano solo in silenzio come estranei spettatori alla liturgia, ma che la comprendino bene attraverso i riti e le preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente ed attivamente (cf. SC 14).

Certamente sono soprattutto i Parroci e i catechisti che devono occupare un ruolo importante in questa educazione - formazione. A loro spetta il compito di studiare e spiegare attentamente il senso talora recondito, ma inesauribile e vivo, dei segni e riti liturgici, osservando non tanto il loro simbolismo naturale, ma considerando piuttosto il valore espressivo proprio che essi hanno assunto nella storia dell’antica e della nuova alleanza.

Sappiamo che grazie alla celebrazione liturgica la comunità non solo partecipa (attraverso il rito) ad un avvenimento di salvezza, ma riceve anche un programma di vita, il quale potrà realizzarsi solo attraverso un serio impegno. In altre parole, i credenti sono chiamati a vivere nella vita quotidiana e anche concretamente ciò che celebrano, perché la celebrazione ha la forza capace di trasformare interiormente gli uomini, non solo nel momento celebrativo, ma per sempre. Ciò vuol dire che i partecipanti della liturgia devono continuare nel mondo e in mezzo agli impegni della propria vita ad essere sacramento di salvezza per l’umanità. Per questo la celebrazione liturgica non ha fine, ma continua nella vita ordinaria di tutti i giorni. La vita non si stacca dal rito, ma rimane presente in esso per ricevere la santificazione dall’evento salvifico che viene celebrato.

Tutto il popolo cristiano, in quanto consacrato dal Battesimo e dalla Cresima, è associato al sacerdozio di Cristo per la propria salvezza e per quella di tutto il mondo: ciò che Gesù ha fatto e fa, deve essere accolto da ogni cristiano per diventare esercizio di un sacerdozio d’offerta e di solidarietà. Si tratta del sacerdozio regale e profetico, vissuto nella vita quotidiana. Nella LG 34, leggiamo “Tutte le attività dei fedeli, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e famigliare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo”.

Nel culto della vita e nell’assemblea liturgica, viene così esercitato l’unico sacerdozio di Cristo, al quale i cristiani, nella Chiesa, sono associati come loro diritto-dovere: il primo conferisce un contenuto di vita ai riti compiuti nella liturgia e questa dà un senso e un orientamento alla vita, intesa come offerta spirituale.
Per questo, come si legge nella SC 14, “La Madre Chiesa desidera ardentemente che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della Liturgia e alla quale il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo di acquisto» (1Pt 2, 9)[20] ha diritto e dovere in forza del Battesimo”. 

a) Celebrazione viva.

“Giustamente… la liturgia è considerata come l’esercizio della missione sacerdotale di Gesù Cristo, mediante la quale con segni sensibili viene significata e, in modo proprio a ciascuno, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale” (SC 7).

Chiaramente, i segni sensibili richiamati dall’appena citata definizione, sono i riti. La salvezza divina nella storia è la santificazione che deriva dall’esercizio del sacerdozio di Cristo. Infine, il culto pubblico integrale del corpo mistico di Cristo non è altro che la dimensione comunitaria dell’assemblea convocata per celebrare i riti.

Bisogna sottolineare con forza che la liturgia non è un concetto, ma una realtà viva: Dio ci salva! Il nostro Dio è un Dio che salva, che agisce nella nostra storia, che è in noi e vicino a ciascuno di noi, cosicché la storia della salvezza portata a compimento in Cristo e continuata dalla Chiesa, si realizza nella liturgia.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché la celebrazione liturgica può salvare. La risposta è che perché le nostre liturgie letteralmente ci innestano nella realtà divina che celebrano, cioè la SS.ma Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, punto di partenza e perno della preghiera liturgica della Chiesa. In altre parole, tutte le nostre liturgie sono trinitarie. Il Padre è la meta della preghiera liturgica, il Figlio Redentore è la realizzazione dell’unione perfetta tra Dio e l’uomo, lo Spirito Santificatore rende la celebrazione liturgica portatrice di salvezza.  

b) Celebrazione rituale.

La celebrazione liturgica è l’azione di un’assemblea riunita per evocare e annunciare un evento salvifico, rendendolo attuale e immediato (qui ed ora), per coloro che vi prendono parte in Cristo e nella Chiesa. La parola annuncia e quanto è evocato, si realizza sacramentalmente per la santificazione dell’uomo e la gloria di Dio.

Bisogna ricordare che in quanto azione di un’assemblea, la celebrazione liturgica comprende sempre quattro elementi:

- l’avvenimento che motiva la celebrazione e viene evocato e attualizzato, in modo che tutti i presenti lo contemplino, lo rivivano, lo trasformino in propria carne;

- la comunità che si fa assemblea, popolo unito in comunione che “vibra” di fronte all’evento celebrato e si riconosce come Chiesa di Cristo nell’azione celebrativa;

- la situazione di festa che coinvolge tutto e tutti, esteriorizzata nei gesti, nei canti, nei suoni, nelle vesti, nella bellezza dell’ambiente, nello stile, ecc.;

- il rituale che viene eseguito, un insieme di gesti, parole, oggetti che intervengono nella liturgia in funzione dell’evocazione e attualizzazione dell’evento celebrato.  

Grazie alla celebrazione liturgica la comunità non solo partecipa (con il rito) ad un avvenimento di salvezza, ma riceve anche un programma di vita, il quale potrà realizzarsi solo attraverso un serio impegno. In altre parole, i credenti sono chiamati a vivere nella vita quotidiana e anche concretamente ciò che celebrano, perché la celebrazione ha la forza capace di trasformare interiormente gli uomini, non solo nel momento celebrativo, ma per sempre. Ciò vuol dire che i partecipanti alla liturgia devono continuare nel mondo e in mezzo agli impegni della propria vita ad essere sacramento di salvezza per l’umanità. Per questo la celebrazione liturgica non ha fine, ma continua nella vita ordinaria di tutti i giorni. La vita del cristiano non si stacca dal rito, ma rimane presente in esso per ricevere la santificazione dall’evento salvifico che viene celebrato.  

c) Celebrazione con segni sensibili.

Bisogna subito chiarire che i riti della Chiesa sono anche definiti “segni sensibili”; si possono vedere, udire, sentire, ma nello stesso tempo, rimandano ad altre realtà che non sono recepibili direttamente. Vengono anche definiti come “misteri”. Questo termine però non vuole indicare qualcosa di incomprensibile o di irrealizzabile, perché il piano eterno di salvezza di Dio si realizza in Cristo Signore per mezzo del suo Mistero pasquale (morte e risurrezione) ed è continuato nella Chiesa con la forza dello Spirito Santo.

Si tratta di azioni rituali costituite dai segni - simboli che nella Chiesa sono conosciute con il nome “sacramenti”. Sono le sette azioni liturgiche che per la fede producono effetti divini nella vita dei cristiani, santificandoli nel corso delle tappe della loro vita (riti del passaggio): Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Ordine, Matrimonio, Unzione degli infermi. 
Accanto a queste azioni rituali, la liturgia pone altre diverse realtà, chiamate “sacramentali”, vale a dire segni e strumenti che significano e stabiliscono l’unione con Dio degli uomini che partecipano al mistero di salvezza di Cristo (la “raccolta” di queste si trova nel libro chiamato “Benedizionale”[21]).

Nella liturgia non entrano però solo le parole, le azioni e le cose, ma è tutto l’uomo ad essere soggetto ed oggetto del culto gradito a Dio. Si pensi, ad esempio, all’uso dei sensi nella vita di tutti i giorni, anche nella liturgia essi hanno un ruolo. L’udito per la proclamazione della Parola, i canti e le preghiere; la vista per ammirare e la bellezza del luogo di culto, la bellezza e la pedagogia degli oggetti, delle vesti, delle immagini, l’espressività dei gesti e degli atteggiamenti; il tatto per il gesto della pace, per la comunione nella mano, per il contatto con l’acqua; l’olfatto per il profumo dell’incenso, dei fiori, dell’olio; il gusto per il sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, sotto i segni del pane e del vino. 

Tutti i partecipanti alla liturgia sono chiamati a capire il significato dei simboli che arricchiscono le celebrazioni con gesti e segni ereditati dalle generazioni precedenti e sono un linguaggio valido anche per noi oggi e se ben compiuti, contengono ancora una grande forza d’espressione.   

d) Celebrazione partecipata e consapevole.

Tutto il popolo cristiano, in quanto consacrato dal Battesimo e dalla Cresima, è associato al sacerdozio di Cristo per la propria salvezza e per quella di tutto il mondo: ciò che Gesù ha fatto e fa, deve essere accolto da ogni cristiano per diventare esercizio di un sacerdozio d’offerta e di solidarietà. Si tratta del sacerdozio regale e profetico, vissuto nella vita quotidiana. Nella Lumen Gentium al n. 34, leggiamo: “Tutte le loro opere (dei fedeli), preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e famigliare, il lavoro giornaliero, la distensione spirituale e corporale, se compiuti nello Spirito, e anche le stesse sofferenze della vita, se sopportate con pazienza, diventano sacrifici spirituali graditi a Dio per Gesù Cristo”.

Nel culto della vita e nell’assemblea liturgica, viene così esercitato l’unico sacerdozio di Cristo, al quale i cristiani, nella Chiesa, sono associati come un loro diritto e dovere: il primo conferisce un contenuto di vita ai riti compiuti nella liturgia e questa, dà un senso e un orientamento alla vita, intesa come offerta spirituale. 

Per questo, come si legge nella Sacrosanctum Concilium al n. 14, è ardente desiderio della Chiesa “che tutti i fedeli vengano guidati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione delle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura della stessa liturgia e alla quale il popolo cristiano, stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato (1Pt 2, 9; cf. 2, 4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo”.

La partecipazione consapevole significa che bisogna conoscere ogni gesto (sapere quello che si fa), ciò che si celebra e come deve essere celebrato, supponendo un minimo della conoscenza biblica e liturgica, penetrando i riti e inserendosi nel mistero, dando vita ed attualità ai simboli e conoscerli per viverli.  

e) Celebrazione bella e attrattiva.

Ogni celebrazione dovrebbe essere bella ed allo stesso momento attrattiva. I colori, le forme, le vesti, i suoni, le luci, i toni, i silenzi, ecc., costituiscono una risorsa formidabile delle nostre liturgie. Si può parlare la bellezza dell’assemblea[22], dello spazio liturgico[23], della struttura celebrativa[24], della Parola[25], del sacramento[26], della musica e del canto[27], del linguaggio corporeo[28], delle vesti e degli oggetti[29], delle immagini[30], ecc. Nella celebrazione la bellezza deve “mostrarsi”, quasi deve far mostra di sé, dimostrarsi e rappresentarsi, esternamente, esteriormente e corporalmente. Ciò che è bello si impone a noi a partire dai nostri sensi: abbiamo bisogno di vederlo, di ascoltarlo, di gustarlo. Insomma deve colpirci in modo sensibile. Questo è il livello su cui opera la liturgia dei singoli sacramenti, perché è un segno solo se per parlarci del nostro rapporto costitutivo con Dio Padre, con il Figlio e lo Spirito, utilizza dei segni visibili e sensibili. Se noi pretendessimo di scavalcare quei segni, di farne a meno, di collegarci alle origini semplicemente con qualche parola scritta o con qualche pensiero ben strutturato nella nostra testa, finiremmo per perdere la possibilità di comprendere chi siamo e chi è il nostro Dio.
Un Dio che “si mostra”, che “si rivela”, ci dà – a modo suo – una lezione di stile. Ci invita a non diffidare troppo dell’apparenza, a investire anche su di essa. Ciò che appare non è semplicemente indifferente: solo questo principio può consentirci di non prendere congedo – una volta per tutte – dalle nostre celebrazioni. Contrariamente a tutte le aspettative del senso comune, la fede cristiana non alimenta (o, per essere più realisti, non dovrebbe alimentare) una visione negativa del corpo e di ciò che è sensibile. Anche il corpo e la materia sono stati prima creati e poi assunti in Dio attraverso Cristo. Nello Spirito tutto è santo. Per questo San Paolo, formulando mirabilmente una delle sue tipiche espressioni sintetiche, può dire ancora oggi: “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio” (1Cor 3, 22-23). La liturgia è una specie di ricentramento del cristiano in questa verità, proposta con il linguaggio simbolico del rito, che coinvolge molto più profondamente della semplice parola, e vissuta comunitariamente, come rinnovazione della relazione che fonda l’uomo fuori di sé, oltre se stesso, prima di se stesso. Questa verità, per la quale ognuno sente una profonda sete, deve essere detta in modo bello. Se la bellezza si addice a qualcosa, si addice a questa verità. Se questa verità rinuncia ad apparire bella, perde qualcosa di sé e finisce col decadere e con lo spegnersi.
Piccole attenzioni qui non sono inopportune, anzi, alla lunga caratterizzano e qualificano la credibilità della liturgia: la puntualità, la prontezza nel silenzio o nella parola, la cura per la relazione agli altri e per l’inserimento comunitario, ecc. sono tutte piccole dimensioni personali che sommate le une alle altre decidono della qualità della liturgia, la quale, alla fine, può rispettare il suo “apparire” solo se di questo è consapevole e sa di doversene prendere cura. Infine, non si possono neanche trascurare i cosiddetti “linguaggi” della liturgia (visivo, olfattivo, uditivo, rituale, gestuale) dalla cura dei quali dipendono sia la bellezza che l’attrattività della liturgia stessa.  

f) Partecipazione piena.

Che cosa significa? Poiché il servizio liturgico è fatto di azioni dette sacre, potremmo essere portati a pensare che va curato solo l’elemento soprannaturale dell’uomo, il suo spirito, e non tenere conto che l’uomo è costituito di corpo ed anima, di carne e spirito.

Ora la partecipazione piena richiede non solo la presenza del cuore, dell’intelligenza e della fantasia, ma anche del corpo (anima e corpo) con tutti i cinque sensi, in sintonia con quanto avviene in modo palese (letture, preghiere, canti, movimenti) e con quanto avviene come mistero di salvezza (perdono, conversione, condivisione, speranza, comunione). 

Siamo tutti consapevoli che non possiamo dire determinate formule pensando ad altro; per lo meno non sarebbe corretto, educato, sia nei riguardi di Dio che dei fratelli. Sappiamo che fare un gesto di pace, avendo nel proprio cuore l’odio, la gelosia o la vendetta, non è leale.

Anche il nostro corpo deve partecipare alle celebrazioni, poiché ogni gesto ha un suo valore, un suo significato. Lo stare in piedi, il sedersi, il farsi il segno della croce, la processione ecc., non sono semplicemente dei gesti, ma tutto ha un suo significato ed un suo valore.

Quando poi questi gesti li facciamo insieme (segno della “comunione”), come gruppo o come intera comunità parrocchiale, indichiamo anche esteriormente l’unità di fede.

g) Partecipazione attiva.

Occorre ribadire la nozione che l’assemblea non deve restare “spettatrice” della celebrazione. “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa, che è «sacramento di unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò esse riguardano l’intero corpo della chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione attiva” (SC 26).

 L’assemblea deve diventare attiva, perché è un dovere ed un diritto di ogni battezzato pregare, pregare comunitariamente, pregare attivamente, prendendo parte a ciò che si fa, come membra sollecite, ognuno secondo la sua funzione e le sue possibilità, ciascuno svolgendo il ruolo proprio, partecipando con le risposte, il canto, la preghiera, i movimenti, i gesti, il silenzio interiore, vivendo la celebrazione personalmente, in comunione con Dio e con gli altri presenti.

E’ necessario che tutti i cristiani siano convinti che la forma comunitaria e quindi attiva della preghiera cristiana è sempre da preferirsi a quella individuale e privata. “Ogni volta che i riti comportano, secondo la natura particolare di ciascuno, una celebrazione comunitaria con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli, si faccia capire bene che questa è da preferirsi, per quanto possibile, rispetto alla celebrazione individuale e quasi privata degli stessi” (SC 27).

h) Partecipazione comunitaria.

L’individualismo contemporaneo non ci predispone certo ad entrare in un “popolo”. E’ questo un grosso problema per le attuali nostre liturgie. Molti battezzati non hanno fatto mai (o quasi mai) l’esperienza gioiosa di un popolo radunato attorno alla presenza del proprio Signore, secondo la sua promessa: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18, 20).
Tuttavia la mediazione del popolo è indispensabile. Non raggiungiamo Dio direttamente. Possiamo dire che egli è “il mistero ineffabile, superiore ad ogni creatura”[31], “il mysterium tremendum”[32] che senz’altro, in qualche modo, è fuori dalla nostra portata. E’ Dio che ci raggiunge, e lo fa tramite la Chiesa, suo popolo, segno della sua salvezza per il mondo, segno della sua presenza nel mondo. Questo non significa che noi non avremo relazioni personali con Dio, ma sperimentiamo sempre che questa relazione personale è nella comunione della Chiesa, nella conformità alla fede della Chiesa.

Ora, la celebrazione liturgica non è opera di soli privilegiati, ma è opera di tutto il popolo. Questo è il senso della parola greca “leitourgia” e su questo tema il Concilio Vaticano II insiste molto fortemente. Infatti in uno dei suoi documenti leggiamo: “Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della chiesa” (SC 26). Il nuovo OGMR precisa: “La celebrazione dell’Eucaristia è… azione di tutta la Chiesa” (n. 5). Ciò significa che il soggetto della celebrazione è tutto il popolo. E’ l’assemblea, riunita “qui e oggi”, il soggetto dell’azione liturgica sotto la presidenza del sacerdote. Oggi siamo tornati alla comunità che suddivide le proprie responsabilità (ministeri) tra i vari credenti, sempre sotto la guida dello Spirito Santo che: “ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad  altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4, 11-12). In altre parole, molti battezzati, hanno riscoperto con una gioia profonda il ruolo che loro compete a pieno diritto “in forza del battesimo” in ogni azione liturgica. L’attuale fioritura dei “gruppi liturgici”, dei gruppi per la preparazione dei sacramenti, di coloro che si impegnano attivamente nella preparazione della liturgia, nonché la rivendicazione di una reale partecipazione ne sono la prova e, nello stesso tempo, la promessa di un rinnovamento per tutti. 

 


[1] P. Jounel, Celebrare nel tempo, in J. Gélineau, Assemblea Santa. Manuale di liturgia pastorale, Ed. Dehoniane, Bologna 1991, 97. 

[2] Cf. T. Federici, L’anno liturgico nei riti orientali, Pont. Ist. Liturgico, Roma 1975, 32-33.

[3] Cf. CCC 1166-1667.

[4] Cf. 1Cor 14 in connessione con  1Cor 12.

[5] Si veda anche: At 20, 7.

[6] 14, 1, in Quacquarelli, I Padri…, Paoline, Roma, 38.

[7] Testo e risposta di Traiano in C. Kirch – L. Ueding, Enchiridion fontium historiae ecclesiasticae antiquae, Barcelona 19659, 22-24.
[8] S. Giustino, Le due apologie, Ed. Paoline, Roma 1983;  Qui: Apologia 67, 3-6, in I. Giordani, Le apologie, Paoline, Roma, 124 s.
[9] Ad Magnes. 9, 1s., in Quacquarelli, I Padri…, 112.

[10] II 59, 2s., in F.X. Funk, Didascalia et constitutiones Apostolorum, Paderborn 1905,  v. I, 170-172.

[11] Can. 21, in C. Kirch – L. Ueding, Enchiridion fontium historiae ecclesiasticae antiquate…, op. cit., 202.

[12] San Girolamo, In die dominica Paschae homilia, in G. Morin (ed.), Anecdota Maredsolana, III/2(1897), 418.

[13] Codex Iustiniani III, 12, 2.

[14] Idem., II, 8, 1. Si veda anche: W. Rordorf, Sabato e domenica nella Chiesa antica, Ed. SEI, Torino 1975.
[15] Esempi in A. Adam, L’anno liturgico celebrazione del mistero di Cristo, LDC, Torino 1984.  
[16]  Cf. H. Huber, Geist und Buchstabe der Sonntagsruhe..., Salzburg 1957, 194-222.
[17] Con ricchezza di particolari in: G. Troxler, Das Kirchengebot der Sonntagsmesspflicht..., Freiburg i.Br. 1971, 159s.

[18] Cf. Benedetto XVI, Omelia nel Duomo di Santo Stefano a Vienna (9 settembre 2007), in Idem., «Sine dominico non possumus!». Senza il Giorno del Signore non possiamo vivere. Viaggio Apostolico in Austria in occasione dell’850° anniversario di fondazione del Santuario di Mariazell (7-9 settembre 2007), Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2007, 50.

[19] Quest’affermazione urta di fronte a quelli che dicono: “Oggi vado a Messa nella tale chiesa perché quella mi piace”, o: “Non vado più a Messa, ma colpa è dei preti o della Chiesa”. Simili affermazioni mostrano quale progresso nella fede devono fare ancora queste persone per essere davvero discepoli/e di Gesù. 

[20] Cf. 1Pt 2, 4-5.

[21] Cf. CEI, Benedizionale, Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 1992.

[22] Ogni assemblea, anche se povera, piccola e dispersa, è preannuncio della “Gerusalemme celeste”. In tutto ciò che compie quest’assemblea mentre celebra essa è come “una sposa adorna di bellezza” per il suo sposo. Ciò che la rende bella è il sentirsi amata, accolta, perdonata, ecc. 

[23] La chiesa-edificio dove l’assemblea celebra è simbolo della comunità ecclesiale in ogni sua dimensione. La ricerca di una bellezza artistica, in una sintesi architettonico-liturgica, cura l’armonia interna dello spazio celebrativo, sta attenta che tutto l’aula liturgica favorisca lo svolgimento della liturgia.

[24] La liturgia deve essere curata tenendo presente il ritmo delle varie sequenze rituali, la scorrevolezza, la proporzione, la correlazione dei vari momenti, il fluire ordinato e armonico dei diversi ministri in vista di una vera partecipazione.

[25] La bellezza del libro (il Lezionario e l’Evangeliario), dell’ambone, come luogo della Parola, di alcuni riti legati alla proclamazione della Parola (l’intronizzazione dell’Evangeliario sull’altare, la processione dall’altare all’ambone, l’incensazione del Vangelo), dei canti come il canto al Vangelo. 

[26] La celebrazione di ciascun sacramento va curata in tutti suoi linguaggi. 

[27] La musica e il canto fanno parte integrante della celebrazione e per questo vanno curate.

[28] In ogni celebrazione la corporeità può assumere un valore primario: si ascolta con gli orecchi, seduti o in piedi; si vede lo svolgersi della celebrazione, si assaporano il pane e il vino; si odora il profumo dell’incenso e dei fiori, ci si tocca e si viene toccati come nel Battesimo, si viene unti, immersi o bagnati con l’acqua, ci vengono imposte le mani, ecc. Da qui l’importanza della bellezza dei gesti e dei movimenti che devono essere compiuti.

[29] Si tratta degli elementi di cui ci si serve per celebrare la divina liturgia. Per questo devono essere oggetto di cura particolare.

[30] Si tratta di quadri, icone, sculture, rilievi, ecc., che con il loro linguaggio visivo e simbolico possono aiutare ad entrare nel mistero celebrato. Per questo bisogna, da una parte ricercare la loro qualità artistica, ma dall’altra ricordare che esse entrano a far parte di un contesto specifico, quello della celebrazione, ben diverso da quello di un museo.

[31] R. Otto, Il sacro. L’irrazionale nell’idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano 19945, 23.

[32] Idem., 23.      

Liturgia del Giorno

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