Scuola dei Ministeri

3203.jpgSacramenti della guarigione (CCC 1420-1532)

Attraverso i sacramenti dell’iniziazione cristiana, l’uomo riceve la vita nuova di Cristo. Ora, questa vita, noi la portiamo “in vasi di creta” (2Cor 4, 7). Ogni uomo vivente si trova nella “abitazione sulla terra” (2Cor 5, 1), “sottomessa alla sofferenza, alla malattia e alla morte. Questa vita nuova di figlio di Dio può essere indebolita e persino perduta a causa del peccato” (CCC 1420).

E allora, ci insegna il CCC, “il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei nostri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo (cf. Mc 2, 1-12), ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito Santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra. E’ lo scopo dei due sacramenti di guarigione: del sacramento della Penitenza e dell’Unzione degli infermi” (1421).

 

Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione (CCC 1422-1498) 

Per approfondimento personale:


1) Paolo VI, Costituzione sulla Sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium” (4 dicembre 1963), in AAS 56(1964), 97-134. 
 

2) Rituale Romanum ex Decreto sacrosanti Oecumenici Concilii Vaticani II Instauratum Auctoritate Pauli PP. VI Promulgatum “Ordo Paenitentiae”. Editio Typica, Typis Polyglottis Vaticanis, Città del Vaticano 1974.  


3) CEI, Rito della Penitenza, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1974.

 

4) AA.VV., La Penitenza. Studi biblici, teologici e pastorali. Il nuovo Rito della Riconciliazione, EDC, Torino-Leumann, 1989 (Quaderni di Rivista Liturgica. Nuova Serie, 3).

 
5) Colombo G., I Segni della fedeltà di Dio. La Riconciliazione e l’Unzione dei malati, EDC, Torino- Leumann 1986 (I Santi segni, 4).  
Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera” (LG 11).
 

1. Nomi di questo Sacramento (CCC 1423-1424)

* sacramento della conversione:  poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione (cf. Mc 1, 15), il cammino di ritorno al Padre (cf. Lc 15, 18) da cui ci si è allontanati con il peccato;

* sacramento della Penitenza: poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore;

* sacramento della confessione: poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. “In un senso profondo esso è anche una “confessione”, riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore” (CCC 1424).

* sacramento del perdono: poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente “il perdono e la pace” (cf. formula dell’assoluzione);

* sacramento della Riconciliazione: perché dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia. San Paolo dice: “Lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5, 20). “Colui che vive dell’amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all’invito del Signore: «Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello» (Mt 5, 24)” (CCC 1424).


2. Fondamenti biblici

Per intendere rettamente questo sacramento, occorre una valutazione secondo la fede di ciò che chiamiamo peccato. Esso è l’evadere consapevolmente e liberamente la vincolante volontà di Dio, è il no superbo ed egocentrico a Dio e ai suoi ordini (= un’offesa a Dio). Esso significa aprire una separazione tra il Creatore e la creatura. Per noi cristiani esso è insieme un tradimento della chiamata di Dio e della vera realizzazione di sé nella sequela di Cristo. Il peccato ha però anche una dimensione sociale, poiché esso infrange con l’arbitrio gli intimi fondamenti e ordinamenti della società umana e porta all’ingiustizia verso gli altri. Questo aspetto sociale assume particolare peso se si considera la comunità dei credenti che chiamiamo chiesa e che Cristo ha chiamato e ha impegnato nella ricerca della santità. Ogni peccato grave dei suoi membri significa un appesantimento e un danno per la sua vitalità e credibilità e quindi anche per la sua forza d’urto missionaria. Ciò che i santi con la grazia di Dio e con sforzi spesso eroici costruiscono, i peccatori talvolta distruggono. Così il peccato contrasta con quell’intenzione di Gesù, con la quale egli “ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola”(Ef 5, 25-26). Possiamo così parlare di un aspetto negativo del peccato dal punto di vista teologico, antropologico, sociale ed ecclesiale (cf. CCC 1440).

E’ facile capire che tali affermazioni di vasta portata valgono solo per quei comportamenti sbagliati che, nel senso della 1Gv 5, 6, chiamiamo peccato mortale, un’azione di totale e libero allontanamento da Dio e dal suo ordine.
L’odierna teologia e la psicologia pastorale inclinano a considerare il peccato mortale vero e proprio come un fatto piuttosto raro perché la conformazione psicologica e il contesto ambientale spesso fanno apparire come dubbia una cosciente opzione fondamentale contro Dio. Ma anche quando non c’è tale peccato, si possono avere gravi incoerenze e colpevoli rifiuti, che non si possono contare tra quelli peccati detti veniali dei quali tutti ci rendiamo colpevoli (cf. Gc 3, 2). E’ stato proposto così di designare questa categoria media come peccati gravi[1].

Gesù Cristo, il cui cibo era di fare la volontà del Padre (cf. Gv 4, 34), secondo la testimonianza dei vangeli, ha preso molto seriamente il peccato e ha avuto contro di esso parole dure (cf. ad es. Mt 18, 6-9; 23, 13s.). Ma egli era non solo il predicatore penitenziale risoluto, bensì si dedicava ai peccatori, preparava la loro riconciliazione e rimetteva egli stesso i peccati (cf. Mt 9, 2). Punto culminante della sua misericordia  verso l’umanità peccatrice è la sua passione e morte per l’espiazione e la riconciliazione (cf. ad es. Rm 5, 8). A quest’azione riconciliatrice unica egli ha conferito perpetuità istituendo il sacramento del suo corpo offerto in sacrificio per noi, e del suo sangue versato “per la remissione dei peccati”. Ai suoi discepoli egli diede il compito e il potere di predicare “a tutte la genti la conversione e il perdono dei peccati” (Mt 28, 19; Mc 16, 16). Inoltre egli fa della chiesa il segno e lo strumento della riconciliazione allorché, nella potenza dello Spirito Santo le conferisce il potere di perdonare i peccati: “a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 22; cf. 2Cor 5, 18).


3. Ministro della riconciliazione (CCC 1461-1467)

Che sia chiaro: Dio solo perdona i peccati (cf. Mc 2, 7). Poiché Gesù è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: “Il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati” (Mc 2, 10) ed esercita questo potere divino: “Ti sono rimessi i tuoi peccati!” (Mc 2, 5; Lc 7, 48). Ancor di più: in virtù della sua autorità divina dona tale potere agli uomini (cf. Gv 20, 21-23) affinché lo esercitino nel suo nome (CCC 1441). E’ lui che ha voluto che la sua Chiesa fosse il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione. E più precisamente, ha affidato l’esercizio del potere di assolvere i peccati ai suoi discepoli (cf. Gv 20, 23; 2Cor 5, 18). Di conseguenza, i vescovi, loro successori, e i presbiteri, collaboratori dei vescovi, continuano ad esercitare questo ministero. Infatti sono i vescovi e i presbiteri che hanno, in virtù del sacramento dell’Ordine, il potere di perdonare tutti i peccati “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

  

4. Perché la riconciliazione dopo il Battesimo? (CCC 1425-1426)

San Paolo dice: “Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!” (1Cor 6, 11). L’Apostolo San Giovanni afferma: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1Gv 1, 8). E poi, è il Signore stesso che ci ha insegnato a pregare: “Perdonaci i nostri peccati” (Lc 11, 4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe (CCC 1425).

In altre parole, possiamo dire che “la vita nuova ricevuta nell’iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato” (CCC 1426). E allora bisogna mettere in atto il dinamismo della conversione in vista della santità e della vita eterna alla quale il Signore non cessa di chiamarci (cf. LG 40; CCC 1427-1429).

 

5. Conversione dei battezzati (CCC 1427-1429)

Gesù, durante il suo ministero pubblico, diverse

volte ha richiamato, chi lo ascoltava,  alla conversione: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15).

Nella predicazione della Chiesa quest’invito si rivolge soprattutto a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Di conseguenza il Battesimo è il luogo principale della prima e fondamentale conversione. “E’ mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo (cf. At 2, 38) che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova” (CCC 1427).

L’invito di Gesù alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che “comprende nel suo seno i peccatori” e che, “santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento” (LG 8).

Bisogna notare però che questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. “E’ il dinamismo del «cuore contrito» (Sal 51, 19) attirato e mosso dalla grazia (cf. Gv 6, 44; 12, 32) a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo (cf. 1Gv 4, 10)” (CCC 1428).

E ancora: “la seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell’appello del Signore ad un’intera Chiesa: «Ravvediti!» (Ap 2, 5.16)” (CCC 1429).

Il dinamismo della conversione e della penitenza è stato bene descritto da Gesù stesso nella parabola detta “del figlio prodigo” il cui centro è “il padre misericordioso” (Lc 15, 11-24): il fascino di una libertà illusoria, l’abbandono della casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l’umiliazione profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti a suo padre; il cammino del ritorno; l’accoglienza generosa da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti propri del processo di conversione. L’abito bello, l’anello e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura, dignitosa, piena di gioia che è la vita dell’uomo che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa. Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza (CCC 1439).

 

6. Penitenza interiore (1430-1433)

E’ da notare che l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori (digiuni e mortificazioni), ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. “Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza (cf. Gl 2, 12-13; Is 1, 16-17; Mt 6, 1-6; Mt 6, 16-18)” (CCC 1430).

“La penitenza interiore è un radicale riorientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza della misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato «animi cruciatus» (= afflizione dello spirito), «compunctio cordis» (= contrizione del cuore) (cf. DS 1676-1678; 1705)” (CCC 1431).

E ancora ci insegna il CCC: “Bisogna che Dio dia all’uomo un cuore nuovo (cf. Ez 36, 26-27). La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: «Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo» (Lam 5, 21). Dio ci dona la forza di ricominciare. E’ scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati (cf. Gv 19, 37; Zc 12, 10)” (1432).
Questa parte si conclude con l’affermazione: “Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince «il mondo quanto al peccato» (Gv 16, 8-9), cioè al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato, è il Consolatore (cf. Gv 15, 26) che dona al cuore dell’uomo la grazia del pentimento e della conversione (cf. At 2, 36-38)” (CCC 1433)[2]

 

7. Molteplici forme della penitenza nella vita cristiana (CCC 1434-1439)

“La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. L

a Scrittura e i Padri della Chiesa insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina (cf. Tb 12, 8; Mt 6, 1-18), che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri” (CCC 1434).

La conversione “si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto (cf. Am 5, 24; Is 1, 17), attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza (cf. Lc 9, 23)” (CCC 1435).

Poi, bisogna ricordare che la conversione e la penitenza quotidiane trovano la loro sorgente e il loro alimento nell’Eucaristia, poiché in essa è reso presente il sacrificio di Cristo che ci ha riconciliati con Dio (cf. DS 1638; CCC 1436).

La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della Liturgia delle Ore e del Padre nostro, ogni atto sincero di culto o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati (CCC 1437).

Circa i tempi e i giorni di penitenza: durante il corso dell’anno liturgico (il tempo della quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa (cf. SC 109-110; CIC 1249-1253). Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna, opere caritative e missionarie (CCC 1438).


8. Breve excursus storico
Nella sua sollecitudine per la conversione del peccatore la chiesa usò nelle singole epoche e regioni un diverso grado di severità o di indulgenza e sviluppò diversi processi penitenziali. Già la comunità primitiva conobbe la prassi dell’esclusione (= scomunica) del peccatore, per un tempo determinato, dalla comunione del popolo di Dio, per spingerlo alla conversione (cf. 1Cor 5, 1-13). Per il perdono delle colpe quotidiane si ritenevano sufficienti la preghiera, il digiuno, l’elemosina e altre opere buone.
Nell’epoca seguente solamente i cosiddetti peccati capitali, ai quali appartenevano innanzitutto l’apostasia, l’omicidio e l’adulterio, furono sottoposti a un pubblico procedimento penitenziale. Prescindendo da certe modalità delle diverse epoche e regioni, esso consisteva nelle fasi seguenti: confessione segreta davanti al vescovo o al suo rappresentante, ammissione nel rango dei penitenti e assegnazione dell’obbligo penitenziale, esclusione dalla celebrazione eucaristica o dalla comunione. Questo periodo penitenziale poteva durare più anni e in certe regioni fino al punto di morte. La riammissione nella chiesa (= riconciliazione) avveniva, a Roma, per lo più il Giovedì Santo attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera del vescovo. In generale valeva il principio per cui il processo di riconciliazione era possibile una sola volta nella vita. In certe parti della chiesa al penitente venivano imposte per tutta la vita delle pratiche penitenziali, che spesso lo opprimevano in modo intollerabile dal punto di vista sociale ed economico. Così si giunse all’uso molto diffuso di differire il processo penitenziale fino al punto di morte (“penitenza dei malati”).

Nelle comunità monastiche orientali si formò una pratica penitenziale differente, che si potrebbe chiamare confessione ai laici. Si confessava la propria colpa ad un confratello, che in generale non era sacerdote, e si chiedeva la sua preghiera. Il tempo di penitenza imposto per i peccati così confessati era assai inferiore a quello della penitenza pubblica ecclesiastica. Passato il periodo di penitenza l’interessato era nuovamente ammesso alla piena comunione dei monaci e la sua colpa era considerata come perdonata.

A partire da sec. VI, sotto l’influsso dei monaci itineranti iro-scozzesi, che erano quasi tutti sacerdoti, si giunse a una combinazione di questi duo processi penitenziali. Si confessava la propria colpa a un sacerdote e se ne riceveva l’assoluzione. L’opera penitenziale, che originariamente doveva precedere l’assoluzione, poté ben presto essere compiuta dopo. Essa veniva calcolata secondo gli elenchi del Libri penitenziali (“Penitenza tariffata”). Già nel sec. IX viene richiesto di confessarsi una o anche tre volte l’anno. Il IV Concilio Lateranense, nel 1215, concluse questo sviluppo con la prescrizione per cui ogni peccatore doveva confessare le sue colpe almeno una volta l’anno (cf. DS 812).

L’epoca moderna conosce lo sviluppo della cosiddetta “confessione di devozione” con la confessione delle sole colpe veniali, specialmente come preparazione alla comunione. Le opere penitenziali imposte furono sempre più ridotte e spesso consistettero solo in una corta preghiera. Il processo penitenziale perdette quasi interamente il suo riferimento e il suo carattere pubblico-sociale. Quest’evoluzione si intensificò quando, a partire dal sec. XVI, la confessione dal presbitero si ridusse ad essere celebrata lontano dal presbiterio, in una sede confessionale chiusa, nella quale il penitente era separato dal sacerdote da una grata. Per questo motivo anche l’originario segno del perdono (l’imposizione delle mani) dovette essere ridotto ad una elevazione della mano nella direzione del penitente. La parola della riconciliazione pronunciata all’occasione aveva fino al sec. XIII una forma d’invocazione (deprecativa), per lasciar poi posto a una forma indicativa (“Io ti assolvo…”).
In questo modo abbiamo a che fare con la penitenza privata, tutto è diventato segreto e spogliato di ogni diritto ad una liturgia. Di più: i teologi scolastici quando pretesero, contro la prassi del loro tempo, che una preghiera d’assoluzione ed un’imposizione delle mani non potessero essere essenziali al sacramento. Ai loro occhi, secondo San Tommaso[3], la parola evangelica «Ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche in cielo» implicava necessariamente che la forma del sacramento consistesse nelle parole all’indicativo: Ego te absolvo. Questa determinazione fu adottata dalla chiesa al Concilio di Firenze con la Bolla Esultate Deo di Eugenio IV (22 novembre 1439 = cf. DS 1323) e soprattutto al Concilio di Trento in Doctrina de sacramento paenitentiae (25 novembre 1551 = cf. DS 1673), ma senza alcun giudizio riguardo al passato, che aveva completamente ignorato la formula Ego te absolvo.

Fuori dalle parole sacramentali, i gesti e le preghiere che accompagnavano la confessione e l’assoluzione erano decise dai costumi particolari.

Il Rituale del 1614 tentò di rendere alla penitenza una certa pubblicità e di darle maggior solennità: prevedeva che, nei limiti del possibile, il sacerdote, rivestito di cotta e stola, ricevesse la confessione in chiesa, nel confessionale. Una volta che il penitente si è inginocchiato ed ha fatto il segno di croce, il confessore, se è necessario, indaga de illius statu, gli domanda ciò che fa nella vita e da quanto tempo si è confessato. Se il penitente ignora i rudimenti della fede, il confessore, se ne ha il tempo, gli fa una brevissima catechesi o s’impegna a stimolare la responsabilità del penitente a questo riguardo. Viene poi la confessione propriamente detta, seguita dalla monizione sacramentale così come la raccomanda il Concilio di Trento, monizione che, benché sia breve, ha lo stesso ruolo della correptio prevista da San Agostino e dai Padri della Chiesa: è una parola di Dio che invita alla conversione ed al pentimento vivo del peccato.
Il Rituale del 1614 è il primo a prescrivere che il sacerdote sarà separato dal penitente da una grata. Prescrive anche, dopo il Misereatur (Mia colpa), quando inizia la preghiera propriamente sacerdotale dell’Indulgentiam, che il sacerdote alzi la mano destra verso il penitente (dextera versus paenitentem elevata[4]), dicendo d’altronde chiaramente che solo l’Ego te absolvo era essenziale. Il Rituale ha dunque voluto mantenere ed anche ripristinare l’antico gesto della riconciliazione dei penitenti.

Ci troviamo in un’epoca in cui la sfera ecclesiastica e quella propriamente sacramentale non erano ancora nettamente distinte, per cui la preghiera d’assoluzione, mentre perdonava i peccati, nello stesso tempo reintegrava nella comunione dei fedeli e nei sacramenti della Chiesa. Ad es. nel Rituale del card. Giulio Antonio Santori leggiamo: et restituo te unitati et communioni fidelium et sanctis Ecclesiae sacramentis[5].

Infine, la preghiera Passio Domini, che applicava al penitente i meriti di Cristo e dei Santi, esercitava la funzione d’intercessione sacerdotale alla quale i Padri annettevano molta importanza nella riconciliazione dei penitenti: nello stesso tempo in cui assolve i peccati in nome di Dio, il sacerdote è ministro di Cristo che intercede presso il Padre.

 
9. Nuovo “Ordo Paenitntiae” (Rito della penitenza) del Vaticano IITutte le carenze del passato erano conosciute al Vaticano II, che pe

rciò dispose che “si rivedano il rito e le formule della penitenza in modo che esprimano più chiaramente la natura e l’effetto del sacramento” (SC 72).
Il nuovo Rito della penitenza (Ordo paenitentiae) fu pubblicato il 2 dicembre 1973: Rituale Romanum ex Decreto Sacrosanti Oecumenici Concilii Vaticani II Instauratum Auctoritate Pauli PP. VI promulgatum. «Ordo paenitentiae». Editio typica[6].

Guardate che intenzionalmente esso non porta il titolo “Ordo sacramenti paenitentiae” perché ci sono anche altre forme di penitenza efficace, e il cristiano anche al di fuori del sacramento è chiamato, come ad un atteggiamento permanente, alla conversione e alla penitenza (lascio ai moralisti e ai padri spirituali la spiegazione a riguardo).
La traduzione italiana (Rito della penitenza), fu confermata da Roma il 7 marzo 1974, fu pubblicata l’8 marzo 1974 e divenne obbligatoria dal 21 aprile 1974[7].
E’ da notare che nel suo insieme il Rituale s’appoggia, in particolare nelle premesse dottrinali, sull’insegnamento della Costituzione Lumen Gentium (nn. 8 e 11) riguardo alla dimensione ecclesiale del sacramento della penitenza, grazie al quale il peccatore è riconciliato con la chiesa nel momento in cui ottiene il perdono di Dio. Il rituale assegna pure una dimensione liturgica alle Normae pastorales della Congregazione per la dottrina della fede riguardo all’assoluzione collettiva[8]. Queste norme, come pure l’invito del Vaticano II ad una celebrazione comunitaria dei sacramenti ogniqualvolta sia possibile (cf. SC 27), conducono a distinguere tre riti della penitenza:

a) Rito per la riconciliazione dei singoli penitenti;

b) Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuali;

c) Rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale.

Questi tre riti costituiscono anche i primi 3 capitoli del Rituale stesso. Il capitolo quarto contiene le letture bibliche; e infine abbiamo anche 3 appendici:

-      L’assoluzione dalle censure e la dispensa dall’irregolarità;

-      Le celebrazioni penitenziali (per la Quaresima, l’Avvento, celebrazioni comuni, per i fanciulli, i giovani, i malati);

-      Lo schema per l’esame di coscienza;

 

Riguardo ai tre riti della Penitenza, bisogna notare subito - il Rituale del 1974 vi insiste ed il nuovo CIC ancor di più - che non si tratta di tre possibilità offerte alla libera scelta e da considerare come complementari, ma che il ricorso all’assoluzione collettiva è autorizzato solo nel quadro di strette regole disciplinari. Al contrario, tale restrizione non vale per la seconda forma, i cui due soli limiti sono che richiede un numero sufficiente di confessori ed obbliga ciascun penitente a non prolungare il dialogo della confessione.

Le regole liturgiche indicano all’evidenza che il sacramento deve essere realmente celebrato, e che, al pari delle altre azioni liturgiche, una celebrazione sbrigativa non sarebbe favorevole o indifferente alla fruttuosità dell’atto sacramentale.

 

Cercheremo ora di analizzare il Rituale in modo più dettagliato:

Come in ogni Rituale ha una grande importanza l’introduzione (Praenotanda) che spiega l’aspetto teologico, ecclesiale e liturgico del sacramento. Analizzando questa introduzione affronteremo contemporaneamente anche il rituale stesso:

 

* De mysterio reconciliationis in historia salutis (Il mistero della riconciliazione nella storia della salvezza):

       a) Il disegno misericordioso del Padre manifestato in Cristo.

              b) L’insistente richiamo dei profeti ripreso e intensificato nelle parole e nei fatti da Cristo.

              c) Il potere di rimettere i peccati trasmesso da Cristo agli Apostoli e sempre esercitato dalla Chiesa.

       d) La remissione dei peccati e la riconciliazione avviene:

                           - nel Battesimo

                           - nell’Eucaristia

                           - nel sacramento della Penitenza

 

* De reconciliatione Paenitentium in vita Ecclesiae (La riconciliazione dei penitenti nella vita della Chiesa):

              a) La Chiesa è santa, ma bisognosa sempre di purificazione: i suoi membri possono peccare.

              b) La Chiesa pratica la penitenza:

                           - nella sua vita

                           - nella sua liturgia

                           - e specialmente nel sacramento della Penitenza

              c) La riconciliazione con Dio e con la Chiesa (fratelli)

      d) Il sacramento della Penitenza e le sue parti:

                           - Contrizione

                           - Confessione

                           - Soddisfazione

                           - Assoluzione

      e) La necessità e l’utilità di questo sacramento  
                   - peccati mortali

                           - peccati gravi

                           - peccati veniali

 

* De officiis et ministeriis in reconciliatione Paenitentium (Uffici e ministeri nella riconciliazione dei penitenti):

              a) Tutta la Chiesa è cointeressata e agisce nella riconciliazione

              b) Il ministro del sacramento della Penitenza

                           - Vescovo

                           - Presbitero

              c) Il penitente (anche lui celebra il sacramento!)

 

* De celebratione Sacramenti Paenitentiae (La celebrazione del sacramento della Penitenza; cf. CCC 1480-1484): 
      a) Il luogo della celebrazione 
      b) Il tempo della celebrazione

              c) Le vesti liturgiche (cf. Caerimoniale Episcoporum, 622)

              d) Vengono presentati i tre riti del sacramento della Penitenza:

 

9.1. Ordo ad reconciliandos singulos paenitentes (Il rito per la riconciliazione dei singoli penitenti; cf. CCC 1480):

                      - la preparazione del sacerdote e del penitente (preghiera)

              - l’accoglienza del penitente

              - la lettura della Paola di Dio

              - la confessione dei peccati e l’accettazione della soddisfazione

              - la preghiera del penitente e l’assoluzione del sacerdote (sulla formula torneremo ancora)

              - il rendimento di grazie e congedo del penitente

              - il Rito abbreviato
Bisogna notare che questa forma resta l’unico modo ordinario grazie al quale i fedeli si riconciliano con Dio e con la Chiesa[9]. Ciò non è senza motivazioni profonde. Cristo agisce in ogni sacramento. Si rivolge personalmente a ciascun peccatore: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2, 5); è il medico che si china su ogni singolo ammalato che ha bisogno di lui (cf. Mc 2, 17) per guarirlo; lo rialza e lo reintegra nella comunione fraterna. La confessione personale è quindi la forma più significativa della riconciliazione con Dio e con la Chiesa (CCC 1484).

             

9.2. Ordo ad reconciliandos plures paenitentes cum confessione et absolutione singulari (Il rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale) = si tratta della celebrazione comunitaria (cf. CCC 1482):

              - i Riti iniziali

              - la celebrazione della Parola di Dio

              - l’omelia

              - il silenzio

              - il rito di riconciliazione (la formula: Confesso a Dio…, Padre nostro…, confessioni individuali

              - la preghiera conclusiva e il congedo del popolo

9.3. Ordo ad reconciliandos paenitentes cum confessione at absolutione generali (Il rito per la riconciliazione di più penitenti con la  confessione e l’assoluzione generale; cf. CCC 1483)[10].  


* De celebrationibus Paenitentialibus (Le celebrazioni penitenziali)

 

* De aptationibus ritus ad varias regiones et adiuncta (Adattamenti del rito alle varie regioni e alle diverse circostanze)


10. Atti del penitente (CCC 1450-1460)
Il Concilio di Trento dice: “La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione, nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l’umiltà e la feconda soddisfazione” (DS 1673).

Gli atti del penitente, sono:
-
Contrizione:  è “il dolore dell’animo e la riprovazione del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non peccare più in avvenire” (DS 1676). Da sola (cioè senza l’assoluzione sacramentale), la contrizione non ottiene il perdono dei peccati gravi (cf. DS 1677).

- Esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio: i testi più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli Apostoli: il Discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici (cf. Rm 12-15; 1Cor 12-13; Gal 5; Ef 4-6).

- Confessione dei peccati: (l’accusa), anche da un punto di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la nostra riconciliazione con gli altri. Con l’accusa, l’uomo guarda in faccia i peccati di cui si è reso colpevole; se ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre nuovamente a Dio e alla comunione della chiesa al fine di rendere possibile un nuovo avvenire. La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza (cf. DS 1680).

- Soddisfazione: molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo esige. Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e con il prossimo. L’assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato (cf. DS 1712). Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie colpe: deve “soddisfare” in maniera adeguata o “espiare” i suoi peccati. Questa soddisfazione si chiama anche “penitenza”. La penitenza che il confessore impone deve tener conto della situazione personale del penitente e cercare il suo bene spirituale. Essa deve corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati commessi. Può consistere nella preghiera, in un’offerta, nelle opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri peccati (cf. Rm 3, 25; 1Gv 2, 1-2) una volta per tutte. Esse ci permettono di diventare i coeredi di Cristo risorto, dal momento che “partecipiamo alle sue sofferenze” (Rm 8, 17; DS 1690).

11. Effetti di questo sacramento (CCC 1468-1470)
Il fine e l’effetto di questo sacramento sono: 

* la riconciliazione con Dio (cf. CCC 1468); si tratta di una vera “risurrezione spirituale” che ridona al penitente “la pace e la serenità della coscienza insieme a una vivissima consolazione dello spirito” (DS 1674); inoltre restituisce la dignità e i beni della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso è l’amicizia di Dio (cf. Lc 15, 32);

* la riconciliazione con la chiesa (cf. CCC 1469); non si tratta, però, solo della guarigione del penitente che viene ristabilito nella comunione ecclesiale, ma il sacramento ha pure un effetto vivificante sulla vita della chiesa che ha sofferto a causa del peccato di uno dei suoi membri (cf. 1Cor 12, 26); così il peccatore viene fortificato dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le membra vive del Corpo di Cristo, siano esse ancora nella condizione di pellegrini o siano già nella patria celeste (cf. LG 48-50).

* la riconciliazione con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità interiore (cf. CCC 1469);

* la riconciliazione con i fratelli, da lui in qualche modo offesi e lesi (cf. CCC 1469);
* la riconciliazione con tutto il creato[11] .


Infine, il CCC dice che in questo sacramento, “il peccatore, rimettendosi al giudizio misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio al quale sarà sottoposto al termine di questa vita terrena. E’ infatti ora, in questa vita, che ci è offerta la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della conversione che possiamo entrare nel Regno, dal quale il peccato grave esclude (cf. 1Cor 5, 11; Gal 5, 19-21; Ap 22, 15). Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede, il peccatore passa dalla morte alla vita «e non va incontro al giudizio» (Gv 5, 24)” (1470).




[1] Cf. L. Bertsch, Busse und Bussakrament in der heutigen Kirche, Mainz 1970, 26.   
[2] Cf. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica «Dominum et Vivificantem», 27-48.
[3] Summa theologica, III pars, q.84, a.3.
[4] Le due fonti principali del Rituale del 1614 non contengono nulla di simile, ma l’imposizione della mano si trova nel Rituale milanese di San Carlo Borromeo (testo in A. Ratti, Acta Ecclesiae Mediolanensis, v. II, Milano 1902, coll. 1323).
[5] Rituale Sacramentorum Romanum, Romae 1584-1602, 288.
[6] Typis polyglottis Vaticanis, Città del Vaticano 1974.
[7] Rito della Penitenza, Edizioni CEI, Roma 1974. N.B. Mentre l’edizione italiana è una pura traduzione, quella francese, invece - ad es. - è un adattamento: cf. Célébrer la pénitence et la réconciliation, Chalet-Tardy, 1978.
[8] Congregazione per la Dottrina della Fede, Normae pastorales circa absolutionem sacramentalem generali modo impertiendam, AAS 64(1972), 510-514; = EV, 1042-1053). Queste norme sono state modificate dai canoni 960-963 del CIC del 1983, ed a loro volta sono state incorporate nel Rituale: Variationes in libros liturgicos... introducendae, Typis polyglottis Vaticanis, Città del Vaticano 1983,. 12-14 (Cf. Notitiae 20(1983), 549-551).
[9] Rituale romano, Rito della penitenza, 31
[10] Cf. Rituale romano, Rito della Penitenza, nn. 31-35.
[11] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica «Reconciliatio et paenitentia», 31. 
[12] Ordo paenitentiae, 19.
[13] Questa terza forma che potrebbe essere usata in “grave necessità”, secondo la CEI non può essere usata in Italia, perché non conviene sull’effettiva presenza in Italia di situazioni tali che giustifichino la necessità e quindi la liceità della concessione dell’assoluzione collettiva, la quale rimane quindi legata ai soli casi di emergenza con pericolo di morte (1975). 
[14] Cf. G. Piana, Significato e dimensione del peccato nella riflessione teologica e antropologica contemporanea, in: AA.VV., La penitenza. Studi biblici, teologici e pastorali. Il nuovo Rito della Riconciliazione, EDC, Leumann (Torino) 1976, 67-90; G. Angelini, Il senso di colpa: un problema nuovo per la teologia, in: AÀ.VV., Senso di colpa e coscienza del peccato, Piemme, Casale Monf. 1985,107-134.
[15] AAS 64(1972), 510-514.
[16] E. Cutolo, Conversione e Penitenza nel pensiero di Papa Wojtyla, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1985.
[17] G. Moioli, Il quarto sacramento della Chiesa. Per la comprensione teologica del suo significato, in: AA.VV., Il quarto sacramento. Identità teologica e forme storiche del sacramento della Penitenza, EDC, Leumann (Torino) 1983, 83-114.
[18] Paolo VI, Costituzione Apostolica «Indulgentiarum doctrina», Normae 1-3, in AAS 59 (1967), 5-24.
[19] Libreria Editrice Vaticana.
[20] Penitenzieria Apostolica, Manuale delle Indulgenze. Norme e concessioni, Libreria Editrice Vaticana 1968.

[21] Idem., 8.

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