Scuola dei Ministeri
1.1.  Quando celebrare? (CCC 1163-1178)
Facendosi uomo, il Figlio di Dio è entrato nel tempo. Ha introdotto nel tempo degli uomini la lode eterna che egli fa salire al Padre. Ma ha anche santificato il tempo, facendo sua la preghiera del suo popolo. Egli pregava tutti i giorni nelle ore prescritte, era assiduo alle riunioni nella sinagoga al sabato e, ogni anno, andava a Gerusalemme per le feste. La preghiera cristiana delle ore, il memoriale settimanale e annuale della morte e risurrezione del Signore rientrano nelle forme periodiche della santificazione del tempo nelle quali il corpo di Cristo comunica con la preghiera del suo capo.
“Fin dalla legge mosaica il Popolo di Dio ha conosciuto feste in data fissa, a partire dalla Pasqua, per commemorare le stupende azioni del Dio Salvatore, rendergliene grazie, perpetuarne il ricordo e insegnare alle nuove generazioni a conformare ad esse la loro condotta di vita. Nel tempo della Chiesa, posto tra la Pasqua di Cristo, già compiuta una volta per tutte, e la sua consumazione nel Regno di Dio, la Liturgia celebrata in giorni fissi è totalmente impregnata della novità del Mistero di Cristo” (CCC 1164).
Possiamo allora affermare che la Liturgia della Chiesa é la celebrazione del mistero di Cristo, centro della storia della salvezza. Tutte le azioni liturgiche, con il loro coronamento nell’Eucaristia, sono celebrazioni e proiezioni di questo mistero, attualizzazioni e comunicazioni della pienezza del sacramento della salvezza, che é Cristo Gesù.

Ora, quando la Chiesa celebra il Mistero di Cristo, “una parola scandisce la sua preghiera: Oggi!, come eco della preghiera che le ha insegnato il suo Signore (cf. Mt 6, 11) e dell’invito dello Spirito Santo (cf. Eb 3, 7-4, 11). Questo «oggi» del Dio vivente in cui l’uomo è chiamato ad entrare è l’ «Ora» della Pasqua di Gesù, che attraversa tutta la storia e ne è il cardine” (CCC 1165).


a) Anno liturgico (CCC 1168-1171)
Appartiene a quell’espressione della liturgia che é l’anni circulus, il ciclo liturgico annuale, il compito di presentare nella sua più compiuta esattezza tutto l’arco del mistero e dei misteri di Cristo nella Chiesa.Cosi il Popolo di Dio, anno dopo anno, ha la possibilità di immergersi nel mistero e di riviverlo, facendo di esso il cammino del proprio mistero di salvezza.Per molto tempo, il complesso delle feste liturgiche nel corso dell’anno non è stato concepito come un’unità e un tutt’uno e, quindi, nelle fonti antiche dell’Oriente e dell’Occidente non ha un nome proprio. Il caso si verifica ancora nei libri ufficiali della liturgia romana del XVI/XVII sec. (cf. Missale Romanum. Ex decreto Ss. Concilii Tridentini restitutum Pii V Pont. Max. iussu editum, 1570). La prima testimonianza nota di un nome particolare proviene dalla liturgia luterana del tardo XVI sec. Si tratta del nome Kirchenjahr (= anno della Chiesa), che si trova per la prima volta in Johannes Pomarius[1]. Il concetto si è imposto per lo più solo nella liturgia evangelica e luterana[2], più tardi anche nella liturgia romano-cattolica[3].
Nel sec. XVII in Francia appare la nozione di Année chrétienne nell’opera omonima in 13 volumi di N. Letourneux[4]; nell’ambito linguistico inglese: Christian Year[5]. Alla fine del sec. XVIII compare il nome di Année spirituelle[6]. Nel XIX sec. dom P. Guéranger usa (per la prima volta!) l’espressione Année liturgique[7]. Usa la stessa parola (per la prima volta in documenti ecclesiastici ufficiali!) anche l’Enciclica Mediator Dei del 20 novembre 1947 (nn. 159. 163), poi la SC al n° 107 e le Normae universales de anno liturgico et de calendario 1969 (ad es. il titolo e il n. 48)[8].
Nell’Anno liturgico, il protagonismo di Cristo nell’insieme e in tutte, e in ciascuna delle celebrazioni, è qualcosa che zampilla dalla viva coscienza della Chiesa apostolica che vide in Gesù di Nazaret, il Cristo - Figlio di Dio, il perfetto esecutore e realizzatore nella sua vita e nelle sue opere di quanto hanno annunziato, prefigurato e significato le antiche feste di Israele, e in genere di tutta la storia del popolo di Dio prima di lui.Dai Sinottici fino a San Giovanni, dagli Atti degli Apostoli fino all’Apocalisse, Cristo appare come l’autentico e vero protagonista delle feste dell’anno liturgico ebraico; della Pasqua, perché è l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo o, come dirà san Paolo, “la nostra Pasqua immolata” (1Cor 5, 7); della Pentecoste, perché è salito al cielo per ricevere dal Padre ed effondere sugli uomini la nuova Legge dello Spirito, come primizia di salvezza escatologica; delle Tende, perché è la fonte dell’Acqua viva dello Spirito e, come Luce del mondo, riempie con la sua presenza tutta la terra; dell’Espiazione, perché è entrato una volta per tutte nel tabernacolo eterno con il suo sangue che ha ottenuto la purificazione degli uomini; dell’Anno Nuovo, perché egli, novità assoluta, ha inaugurato una nuova era, un anno di grazia e di amnistia che non avrà mai fine; della Dedicazione, perché egli è il nuovo Tempio dove si rende culto al Padre in Spirito e verità; delle Sorti perché egli è il primogenito, vincitore della morte e restauratore della vita; del Sabato, perché egli è il suo Signore e Padrone dal momento che ha compiuto le opere del Padre accettando la morte per rigenerare l’uomo e restituirgli l’immagine e la somiglianza divina con la quale fu creato[9].
Da quest’intreccio di feste liturgiche, che avevano già dato al popolo di Dio un potente strumento sacramentale e un irresistibile ritmo di crescita nella fedeltà allo spirito dell’Alleanza, la Chiesa antica prese con libertà e discernimento molti elementi che si integrarono nell’Anno liturgico cristiano. Nella luce del Mistero pasquale, sotto la potente assistenza dello Spirito che dà l’intelligenza delle Scritture, nella costante esperienza della fede nel Signore risorto e, conseguentemente, nella sua promessa d’essere presente tra i suoi, non senza sforzo, la liturgia cristiana organizzò il suo proprio ciclo festivo, sottolineando ora un aspetto ora un altro, ma sempre mettendo in rilievo tutti i misteri della vita di Gesù Cristo. In questo modo afferma con vigore la signoria di Cristo su tutta la storia e lo rende di nuovo protagonista e centro di ognuna delle feste o cicli dell’Anno liturgico, che perciò diventa l’anno di Cristo, l’anno cristiano che vive di Cristo. Egli, il Signore, nel suo mistero sovra storico continua a possedere il tempo e a renderlo l’ambito della sua presenza salvifica.La seconda idea motrice della formazione dell’Anno liturgico è la necessità dei cristiani non soltanto di celebrare Gesù Cristo, ma di conformarsi a lui. Si tratta di una delle caratteristiche fondamentali del culto della Nuova Alleanza: l’esigenza della santità interiore, la necessità che al gesto esterno, qualunque sia, corrisponda un atteggiamento del cuore, l’ossequio della volontà. “Siate santi, perché io sono Santo” (1Pt 1, 16; cf. Mt 5, 48) è la suprema norma della vita di perfezione annunciata da Cristo. Se già l’Antica Alleanza implicava, come continuamente ricordavano i profeti, il sacrificio del cuore umiliato e contrito, la Nuova, fondata sull’amore del Padre, promulgata dal sangue di Cristo e sigillata dal dono dello Spirito, chiede assolutamente la verità del culto interiore. Per questo l’Anno liturgico, proposto ai fedeli come mezzo per glorificare Gesù Cristo e come cammino di fedeltà al Padre nello Spirito, deve essere anche strumento e occasione per imitare il Signore. Ma che significa imitare Gesù Cristo? E’ forse sufficiente intendere questa imitazione in senso etico e morale, come ubbidienza al Padre e accettazione della sua volontà? Imitare Gesù Cristo nel senso a cui mi riferisco, comporta certamente questi atteggiamenti. Qui però parlo di imitare Gesù Cristo nel senso che si dava a quest’espressione nell’antico vocabolario cristiano: biblico, patristico e liturgico: si alludeva alla configurazione o conformità dell’uomo battezzato e confermato a Cristo, immagine e icona della gloria del Padre (cf. 1Cor 11, 7; 2Cor 4, 4; Co1 1, 15). Questa “imitazione”, che certi autori hanno chiamato “Legge della mímêsis della vita di Cristo”[10] (mímêsis = imitazione, rappresentazione per mezzo dell’imitazione), è un intero processo che comincia con i sacramenti detti dell’Iniziazione - perché iniziano e consacrano gli inizi della vita cristiana - e che deve svilupparsi mediante la Penitenza e l’Eucaristia fino a quando giunga l’ora del transito del cristiano da questo mondo al Padre, allorché sarà restaurata e completamente ricuperata l’immagine e somiglianza divina con cui l’uomo fu creato (cf. Gn 1, 26-27; Col 3, 10; 1Cor 15, 49).
L’uomo nuovo che vive questo processo iniziato nel Battesimo, ha il suo tipo e il suo modello in Gesù, immagine perfetta del Padre, Figlio di Dio e fratello degli uomini, che si incarnò, nacque, soffrì, morì, risuscitò e salì al cielo; seduto alla destra di Dio Padre, inviò il dono dello Spirito del Padre e del Figlio, e di là ritornerà glorioso. Tutti questi eventi salvifici della vita di Gesù che chiamiamo “misteri”, in quanto presenti e operanti nel tempo mediante le azioni liturgiche, hanno un valore tipico e rivelatore di ciò che avviene nella nascita, crescita e sviluppo dell’essere cristiano, configurato sacramentalmente e misticamente a Gesù Cristo. Nei segni e simboli liturgici, “ex opere operato” gli uni ed “ex opere operantis Ecclesiae” gli altri, Cristo si rende presente con il potere salvifico di tutti e di ciascuno dei suoi misteri che un giorno furono visibili, e dopo la sua glorificazione, si resero invisibili, essendo passata la loro apparenza e visibilità ai sacramenti della Chiesa, prolungamento dell’umanità glorificata del Verbo Incarnato mediante la forza dello Spirito (cf. Gv 19, 30.34; 1Gv 5, 6). Quindi, grazie ai sacramenti e ad ogni liturgia il cristiano è, per la fede e lo Spirito, configurato al modello che è Cristo e, come lui, diventa figlio di Dio, anche se adottivo, ed erede della vita eterna.
Questa è dunque l’imitazione di Cristo della quale sto parlando: riprodurre in ciascuno di noi i suoi misteri e far rivivere le sue azioni salvifiche, riunite nell’evento della sua morte e risurrezione. Notiamo, però, che quest’opera, anche se riguarda ogni cristiano in particolare, non è un compito individuale né si può realizzare ai margini o al di fuori della comunità che lo stesso Cristo istituì con questo scopo. Cioè, nessuno può dare a se stesso l’immagine del suo essere cristiano. Questo dono viene solo da Dio per mezzo di Gesù che, mediante la presenza e il potere dello Spirito si serve del ministero della Chiesa, depositaria e amministratrice della parola e dei gesti salvifici di Dio in Gesù Cristo. E’ quindi nel seno della comunità cristiana, cioè nella Chiesa riunita dalla divina Parola e dalla forza dello Spirito Santo, che Cristo parla, perdona, battezza e alimenta, per fare degli uomini altri “cristi”, altri figli di Dio ed eredi della vita eterna.
Sulla base teologica dell’Anno liturgico esiste pure una profonda intuizione della Chiesa che riguarda quanto si è detto sul valore sacramentale del tempo liturgico. In realtà la liturgia, per moltiplicare le forme d’inserimento della presenza di Cristo nell’esistenza umana, fonda in un solo momento storico quel tempo (in illo tempore; in diebus illis) nel quale avvennero gli eventi salvifici e in modo particolare la vita storica di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, e il tempo attuale della celebrazione, i nostri qui e ora. In questo modo quel che ascoltiamo nelle letture o nella proclamazione del Vangelo non soltanto ritorna alla nostra memoria, ma si ri-produce sotto i segni della celebrazione.
Certamente i fatti storici del passato non possono ripetersi nella loro entità spazio-temporale. In questo senso gli eventi salvifici  sono irripetibili in se stessi, anche se la comunità e il popolo che li richiama e celebra ha la coscienza di prendere parte nella salvezza che essi racchiudono e attualizzano. Questa coscienza è visibile nel rituale della cena pasquale giudaica, prototipo del significato e del valore attualizzante del rito memoriale. Ora, però, non parliamo soltanto d’attualizzazione dell’efficacia salvifica degli eventi passati, ma anche di una certa presenza di quegli eventi di salvezza, in modo particolare di quelli che hanno avuto come protagonista il Verbo incarnato e che chiamiamo misteri di Cristo o della vita storica di Gesù.In questo tema affiora la dottrina dei misteri di Odo Casel[11] assai controversa ai suoi tempi, ma che oggi possiamo meglio interpretare alla luce dell’Enciclica Mediator Dei di Pio XII (20 novembre 1947) e, soprattutto, del Vaticano II. Quello che Casel voleva dire non era che gli eventi della vita di Cristo si rendono di nuovo presenti nella loro realtà umana e storica, ma in quanto azioni salvifiche attribuite alla persona del Figlio di Dio fatto uomo. Per Casel quello che si rende presente nell’agire liturgico è l’aspetto divino ed eterno di quelle azioni “teandriche” e non semplicemente umane.La chiave del pensiero caseliano era certamente la rappresentazione misterica o presenza dell’evento di salvezza nei riti e nel tempo della celebrazione[12].Pio XII nell’Enciclica Mediator Dei, senza alludere a Odo Casel, raccoglie la sostanza del suo pensiero: “L’Anno liturgico... non è una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato, o una semplice e nuda rievocazione di realtà d’altri tempi. Esso è, piuttosto, Cristo stesso che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino d’immensa misericordia... allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri, e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti, non nel modo incerto e nebuloso del quale parlano alcuni recenti scrittori, ma perché, come ci insegna la dottrina cattolica e secondo la sentenza dei Dottori della Chiesa, sono esempi illustri di perfezione cristiana, e fonte di grazia divina per i meriti e l’intercessione del Redentore; e perché perdurano in noi col loro effetto, essendo ognuno di essi, nel modo consentaneo alla propria indole, la causa della nostra salvezza”(n. 140)[13].
Non è infatti una rappresentazione fredda e inerte di fatti passati, ma neppure un ricordo puro e semplice degli eventi. L’Enciclica afferma che i misteri di Cristo sono “esempi illustri di perfezione cristiana e fonte di grazia divina per i meriti e l’intercessione del Redentore; e perché perdurano in noi col loro effetto”. In questo senso sono causa della nostra salvezza e continuano a presentarsi affinché i fedeli si mettano in contatto con loro.Lo stesso insegnamento risuona nel Concilio Vaticano II che ha ripreso le espressioni della Mediator Dei, rafforzandole con un’allusione al potere santificatore di Cristo (la sua virtus divina) affinché i fedeli possano venirne a contatto (cf. Lc 6, 19; Mc 5, 28-30)[14]. Secondo questo concetto la presenza dei misteri di Cristo nell’Anno liturgico è una presenza misterico-sacramentale, cioè, nell’azione rituale, nei segni e nell’insieme della celebrazione liturgica. Si può, dunque, parlare di una presenza di Cristo e dei suoi misteri nei tempi liturgici, nelle feste e nel corso dell’anno (cf. SC 102), cioè concretizzando questo modo di presenza nelle azioni liturgiche che la Chiesa compie in giorni determinati nel corso dell’anno per attualizzare l’opera della nostra salvezza. In definitiva, la presenza di Cristo nei tempi della celebrazione si produce e si esprime nell’assemblea riunita per la festa, nella proclamazione della Parola, negli atti sacramentali e soprattutto nell’Eucaristia. Per mezzo di queste celebrazioni Cristo si rende presente alla sua Chiesa e santifica i giorni, le settimane e gli anni.
Ma questi giorni determinati, tra i quali primeggia la domenica, sono pure un ambito della presenza del Signore del tempo e della storia. I cristiani che celebrano la domenica e le feste, i tempi e l’Anno liturgico, sono coscienti che è la totalità del tempo festivo che è inondato dalla presenza di Cristo e non soltanto il momento della celebrazione. Perciò essi “santificano” il tempo anche quando mettono in relazione al Signore ogni attività umana, familiare, culturale, sportiva, ecc., e, com’è logico, ogni attività evangelizzatrice, caritativa, spirituale e pastorale a cui si dedicano nei “giorni del Signore”.
Così anche i giorni festivi e i tempi liturgici sono segni efficaci della presenza del Signore, come lo sono l’assemblea liturgica, il ministro sacro, la Parola proclamata, gli atti sacramentali e l’Eucaristia (cf. SC 7). Ciascuno secondo il modo ad esso proprio. In questo senso il culmine sarà sempre l’Eucaristia e più concretamente nelle specie sacramentali e mentre esse sussistono. I tempi liturgici, comunque, confermano che Cristo è entrato per sempre - ephápax - nel tempo per redimerlo e trasformarlo in tempo di grazia e di salvezza (cf. Rm 13, 11-12; 2Cor 6, 2). Un giorno, nella sinagoga di Nazareth, Gesù dichiarò aperti per sempre i tempi ultimi, il permanente anno giubilare del Signore (cf. Lc 4, 19.21)[15].
Nei giorni stabiliti per la celebrazione Cristo si manifesta come pienezza dei tempi (cf. Ga1 4, 4), ricapitolando quanto esiste (cf. Ef 1, 9-11; Col 1, 18-19), perché egli è “ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8).In questa prospettiva della presenza di Cristo nei tempi della celebrazione, il giorno e l’Anno liturgico s’inseriscono nel mistero di Cristo pienezza del tempo e Signore della storia. “L'anno liturgico è il gesto salvifico di Cristo che è entrato nel tempo e in esso rimane. E’ il mistero del tempo cristificato”[16].


[1] Cf. G. Pomario, Postille, Wittenberg 1589.
[2] Cf. H. Alt, Der christliche Kultus. 2.: Das Kirchenjahr, Berlino 1860. Si veda anche G. Kunze, Die gottesdienstliche Zeit, in Leiturgia 1, 438.531-534.
[3] Cf. J.A. Jungmann, Der Gottesdienst der Kirche, Insbruck 1955, 199-265.
[4]  N. Letourneux, L'Année chrétienne, vv. 1-13, Paris 1683-1701.
[5] A.A. McArthur, The Evolution of the Christian Year, Londra 1953; P.G. Cobb, The History of the Christian Year, in The Study of Liturgy, London 1978, 403-419.
[6] Firenze 1784 (cf. Dictionnaire de théologie catholique, Paris 1903, v. 12, 2192.
[7] P. Guéranger, L’année liturgique, Paris 1841-1866, vv. 1-9.  
[8] Calendarium Romanum ex decreto Ss. Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum, Editio typica, Typis Polyglottis Vaticanis 1969.
[9] Cf. T. Federici, L’anno liturgico nei riti orientali, Pont. Ist. Liturgico, Roma 1975, 32-33.

[10] A. M. Triacca, Anno liturgico: alcuni presupposti della sua esistenza e struttura, in Salesianum 38 (1972), 321.

[11] Sulla Mysterienlehre e la controversia vedi Th. Filthaut, La théologie des mystères, Desclée, Paris 1954; vedi anche B. Naunheuser, L'année liturgique selon Dom Casel, in Questions Liturgiques et paroissiales 38(1967), 286-298.
[12] Cf. O. Casel, Il mistero del culto cristiano, Borla, Torino 1966, 207-226.
[13] Per il testo integrale, si veda: AAS 39(1947), 528-580.
[14] SC 102. Alla base di questa concezione c’è senz’altro il pensiero patristico e concretamente quello di san Leone Magno, secondo il quale “quel che era visibile del nostro Redentore passò sotto i segni sacramentali” (Sermoni 74, 2 in Leone Magno, Il Mistero pasquale [Patristica 2], Ed. Paoline, Ancona 1965, 250).
[15] Cf. T. Federici, Il culmine della santità del Popolo di Dio: i due «anni santi» biblici (Lv 25, 1-7 e 8-22), in Rivista Liturgica 61(1974), 682-695.

[16] A. M. Triacca, Cristo e il tempo. La redenzione come storia, in Liturgia 279/280(1978), 850.

Liturgia del Giorno

Visite agli articoli
1502279

Abbiamo 266 visitatori e nessun utente online