Scuola dei Ministeri
b) Tipi e ordinamenti delle feste cristiane
Le feste hanno per base eventi degni di essere celebrati con ricordo e rendimento di grazie[1]. Ciò vale sia per feste naturalistiche con ricorrenza periodica che per eventi significativi nella vita dei singoli, delle famiglie (riti di passaggio) e delle piccole e grosse comunità. Nel calendario liturgico ebraico, sulle feste naturalistiche originarie si esercitò sempre più l’influsso degli eventi salvifici di Israele, nei quali Jahvé, il Dio dell’Alleanza, era venuto incontro al suo popolo per salvarlo. La comunità primitiva di Gerusalemme conobbe molto bene queste feste salvifiche dei propri connazionali. Ma dopo l’esperienza dell’evento - Cristo (vita, passione, morte, risurrezione e ascensione) fu chiaro per essa che il suo Mistero pasquale stesso era divenuto l’oggetto centrale della festa e della celebrazione dei cristiani, tanto più che la sua regolare celebrazione era stata fatta risalire proprio a Cristo (cf. 1Cor 11, 24; Lc 22, 19). Bisognerà inoltre dire più precisamente che dapprima il Mistero pasquale fu celebrato la domenica quale pasqua settimanale; ad essa al più tardi, verso il passaggio al secondo secolo, fu aggiunta la festa di Pasqua quale Pasqua annuale. A questa seguì nello sviluppo storico una serie d’altre feste celebrative d’eventi del Signore o di momenti della vita di sua Madre, e giorni commemorativi di martiri e di santi.
Un particolare gruppo di celebrazioni s’incontra a partire dal Medioevo nelle cosiddette feste di idea, che hanno per oggetto determinate verità e aspetti della dottrina e della pietà cristiana, o anche determinati titoli del Signore, di sua Madre o di un santo. Vengono chiamate anche feste di devozione, oppure si parla di feste dogmatiche, tematiche, e - in opposizione alle feste dinamiche, celebrative delle azioni salvifiche di Cristo - statiche. Ad esse appartengono ad es. le solennità della Trinità, del Corpus Domini, del Sacro Cuore e di Cristo Re, la festa del Preziosissimo Sangue, del Nome di Gesù, della Sacra Famiglia, e numerose feste mariane. Tali feste, lungo i secoli, sono letteralmente aumentate a dismisura; talune furono un inutile doppione. L’autorità centrale della Chiesa si è opposta a questo stato di cose ed a nuovi tentativi d’introduzione di nuove feste del genere. Il commento alla riforma dell’Anno liturgico e del nuovo calendario in Norme generali per l’ordinamento dell’Anno liturgico e del calendario (= NG) considera come scopo della riforma diminuire di numero tali feste o lasciarle ai calendari particolari (NG II, I, 1).
Un riserbo ancora maggiore si è avuto nel caso di fatti della storia della Chiesa, di cui si voleva rilevare il significato con una festa.Poiché una festa cristiana culmina nella celebrazione della liturgia e specialmente dell’Eucaristia, essa non è solo una celebrazione commemorativa, ma una ri-presentazione del Mistero pasquale di Cristo, nel quale sono coinvolti sia il singolo che la comunità. Grazie a ciò la loro vita viene contrassegnata sempre più dalla conformità a Cristo (cf. Rm 8, 29). Poiché l’Anno liturgico per coloro che lo celebrano contiene un intimo dinamismo, esso si lascia paragonare più che a un cerchio, a una spirale che porta in alto, e che dopo un giro conduce un po’ più su del punto di partenza, “incontro a Cristo”[2].Però, quanto più numerose e differenziate divennero nel corso della storia della Chiesa le feste liturgiche tanto più crebbe il pericolo che la struttura fondamentale dell’Anno liturgico venisse oscurata e che l’essenziale venisse soffocato da una pietà particolare e periferica. A ciò cercò di ovviare con varie disposizioni la legislazione liturgica. Ma ciò condusse negli ultimi secoli a un complicato ordinamento delle feste che portò a non meno di sei gradi diversi con ulteriori classificazioni. Così a partire da Pio V, che per incarico del Concilio Tridentino pubblicò il Breviario (1568) e il Messale (1570), si conobbero gradi di Doppio di prima classe, Doppio di seconda classe, Doppio maggiore, Doppio, Semidoppio, Semplice[3]. Numerose feste di grado Doppio avevano ottave (settimane festive), che a loro volta secondo il proprio rango vennero divise in privilegiate, ordinarie e semplici. Inoltre le ottave privilegiate vennero ancora divise in ottave di 1°, 2° e 3° ordine. Così ad es. (solo per curiosità!) l’ordine gerarchico di Pasqua, quale festa più grande, era: doppio di prima classe con ottava privilegiata di primo ordine, mentre Natale aveva solo un’ottava privilegiata di terzo ordine. Già a partire da Benedetto XIV si ebbero sempre nuovi tentativi di una semplificazione; così ancora nel 1955 e nel 1960 (Codex rubricarum del 25 luglio). Ma solo il nuovo ordinamento voluto dal Vaticano II (SC 107) portò nell’anno 1969 ad una semplificazione sostanziale, contenuta nelle Norme generali per l’ordinamento dell’Anno liturgico e del calendario. Qui le feste secondo il loro significato vengono suddivise in solennità, feste e memorie; tra queste ultime si deve ancora distinguere tra memorie obbligatorie e facoltative. Solo le due solennità di Pasqua e Natale hanno un’ottava.

c) Struttura dell’Anno liturgico
Già si è detto più volte che il Mistero pasquale di Cristo è la fonte e il centro dell’Anno liturgico. Come Pasqua settimanale, celebrata ogni domenica, esso già nell’epoca apostolica attraversa e penetra l’intero ciclo annuale. Segue ben presto la Pasqua annuale, che lentamente si sviluppa nel ciclo pasquale con un tempo di preparazione che precede la festa e un tempo che la segue quasi a modo di solenne risonanza. Esso, secondo NG, comincia con il Mercoledì delle Ceneri e si conclude, con una durata complessiva di 13 settimane e mezza, la domenica di Pentecoste. In modo simile anche la celebrazione annuale della nascita di Cristo si è sviluppata in un ciclo festivo con un tempo di preparazione e uno di risonanza solenne (dalla prima domenica di Avvento alla domenica dopo l’Epifania = festa del Battesimo del Signore). Questi due cicli festivi sono i pilastri portanti dell’Anno liturgico. Le 33 o 34 settimane intermedie, nelle quali “si ricorda il mistero stesso di Cristo nella sua pienezza” portano il nome di tempo per annum o di tempo ordinario (NG 43). Esso inizia con il lunedì dopo la festa del Battesimo del Signore e si conclude con il sabato precedente la prima domenica di Avvento.
I due cicli festivi, il tempo ordinario e le rimanenti solennità e feste dedicate al Mistero della redenzione sono designate anche come Temporale o Proprio del tempo (NG 50). Esso deve sempre essere conservato nella sua integrità e “deve godere della dovuta preminenza sulle celebrazioni particolari” (ivi). Come inizio dell’Anno liturgico consideriamo oggi la prima domenica d’Avvento[4] 

d) La Domenica – il Giorno del Signore (CCC 1166-1667)
Già negli scritti del NT il primo giorno della settimana ebraica, che noi chiamiamo domenica, raggiunge un significato rilevante. E’ il giorno della risurrezione del Signore come tutti gli evangelisti concordemente riferiscono, il giorno preferito delle sue apparizioni (cf. Mt 28, 9; Lc 24, 13; Gv 20, 19s.) e il giorno nel quale il Signore glorificato effonde il dono dello Spirito Santo promesso (cf. Gv 20, 22; At 2, 1s.). Nella consapevolezza dei discepoli esso diventa così “il giorno fatto dal Signore” (Sal 117, 24), e il giorno preferito delle riunioni della comunità (cf. At 20, 7); il giorno per fare la carità per i bisognosi: raccolte (cf. 1Cor 16, 1s.).Certo la celebrazione comunitaria domenicale non conosceva alcun rituale unitario[5], però colpisce il fatto che San Paolo Apostolo considera la Cena del Signore come centro delle assemblee (cf. 1Cor 11, 17-34)[6]. Una conferma è fornita da antichissimi testimoni non biblici, come la Didachè[7] (Insegnamento dei Dodici Apostoli), la Lettera di Plinio all’imperatore Traiano[8] e Giustino martire[9]. Secondo Ignazio di Antiochia la celebrazione della domenica diventa proprio il segno di distinzione dei cristiani nei confronti di coloro che secondo l’antico ordinamento festeggiano ancora il sabato. I cristiani però sono chiamati ad una nuova speranza e «vivono nell’osservanza del giorno del Signore, nel quale anche la nostra vita è sorta, per mezzo di lui e della sua morte»[10].Poiché la domenica era allora un giorno di lavoro ordinario i cristiani dovevano tenere i loro incontri nella tarda serata o, dopo il divieto di riunioni serali da parte dell’imperatore Traiano, nel primo mattino. Ciò comportava sicuramente una certa scomodità e richiedeva un’alta misura di spirito di sacrificio. Non deve quindi neppure stupire che già la Lettera agli Ebrei dovesse richiamare alla regolare frequenza (10, 25). Lo stesso fa ancora più insistentemente la Didascalia degli apostoli a metà del sec. III[11]. Poco dopo il 300 il Concilio di Elvira (Spagna) stabilisce: “Se qualcuno che abita in città, per tre domeniche non va alla chiesa deve essere escluso dalla comunità per breve tempo affinché appaia richiamato all’ordine”[12]. Il significato della domenica nel cristianesimo primitivo si riflette anche nelle sue denominazioni. Il nome più antico, primo giorno, voleva indicare non solo l’inizio della settimana, ma conteneva anche un’allusione al primo giorno della settimana della creazione, che era il giorno della luce. Con la domenica s’inizia la “nuova creazione” (cf. 2Cor 5, 17). Già in Ap 1, 10 incontriamo il nome, in seguito molto frequente, di giorno del Signore, che come dies dominica si è mantenuto non solo nella lingua ufficiale della Chiesa, ma anche nelle lingue romanze. Il nome giorno ottavo significa che dopo i sette giorni della settimana della creazione con il suo sabato, il giorno della risurrezione introduce la nuova creazione, che sbocca nell’eterno riposo sabbatico del compimento finale. In Tertulliano e numerosi autori greci si trova il nome di giorno della risurrezione, che sopravvive in talune lingue slave. Dopo un’esitazione iniziale i cristiani accolgono anche il nome dies solis, che deriva dalla settimana planetaria greco-romana. Essi fanno ciò nel senso di San Girolamo, che scrive: “Se esso (il giorno del Signore) è chiamato dai pagani giorno del sole, anche noi siamo volentieri d’accordo: poiché oggi è sorta la luce del mondo e il sole della giustizia, e tra le sue ali trova riparo la salvezza”[13].Per l’ulteriore sviluppo della domenica fu di grande importanza la legge dell’imperatore Costantino del 3 marzo 321. Essa dichiara “il venerabile giorno del sole” giorno di riposo per tutti i giudici, gli abitanti delle città e coloro che esercitano una professione. Gli abitanti delle campagne devono attendere al loro lavoro per non perdere le ore di tempo favorevoli[14]. Poche settimane più tardi un’altra legge dispone che l’auspicabile liberazione degli schiavi non cada sotto il comando del riposo[15]. Con queste disposizioni la celebrazione liturgica della domenica era sostanzialmente facilitata. Lentamente però il riposo dal lavoro si pone sempre più al centro della santificazione della domenica e ne diventa il criterio essenziale. Le opere servili in domenica diventano fatti passibili di pena e al riguardo si prende a modello la dura legislazione sabbatica veterotestamentaria[16]. L’alta Scolastica distingue di nuovo chiaramente la domenica dal sabato ebraico e motiva il divieto dei lavori servili dicendo che ciò facilita la partecipazione alla liturgia[17]. Anche nei secoli seguenti il divieto del lavoro domenicale fu troppo in primo piano e quindi oscurò il senso cristologico primario. Nel tardo Medioevo e nell’epoca moderna s’insistette fortemente sul precetto della messa domenicale e ogni infrazione al riguardo fu dichiarata colpa grave[18].

e) La domenica nell’epoca attuale
Con riguardo alla celebrazione cristiana della domenica largamente compromessa, il Concilio Vaticano II ha chiaramente rilevato il significato cristiano della domenica come celebrazione del Mistero pasquale. “In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare all’Eucaristia, e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendere grazie a Dio...” (SC 106; cf. CCC 1166).  La domenica deve essere nello stesso tempo un giorno di riposo e di tempo libero. Poiché essa è “fondamento e nucleo di tutto l’Anno liturgico” (SC 106) non le devono essere preferite altre celebrazioni a meno che non siano veramente di grandissima importanza. Anche il CIC[19] del 1983 ha felicemente ripreso quasi alla lettera la prospettiva cristologica della domenica, propria di SC 106 (cf. can. 1246 § 1 ); invece circa il riposo dal lavoro, afferma che i fedeli “si astengano da quei lavori e da quelli affari che impediscono di rendere culto a Dio  e turbano la letizia propria del giorno del Signore e il dovuto riposo della mente e del corpo” (can. 1247). Dove per la mancanza di sacerdote o per un altro motivo non è possibile una celebrazione eucaristica domenicale viene raccomandata caldamente la partecipazione a una liturgia della Parola o un particolare tempo di preghiera (come preghiera personale o familiare; can. 1248 § 2).
Il pericolo che corre attualmente la domenica cristiana appare con particolare evidenza dal decremento della partecipazione alla liturgia. Da statistiche risulta che in certi paesi europei la percentuale della frequenza alla Messa si è ridotta drasticamente (da noi circa 12%). La giovane generazione diserta la Messa domenicale fino al 90%. Tra i motivi addotti per la mancata partecipazione potrebbe stare al primo posto il calo della fede cristiana. Nelle chiese della Riforma la problematica è uguale, se non ancora più acuta.“Sine dominico non possumus!” – senza il dono del Signore, senza il Giorno del Signore non possiamo vivere: così risposero nell’anno 304 alcuni cristiani di Abitene nell’attuale Tunisia quando, sorpresi nella celebrazione eucaristica domenicale, che era proibita, furono portati davanti al giudice e fu loro chiesto perché avevano tenuto di domenica la funzione religiosa cristiana, pur sapendo che questo era punito con la morte[20]. E noi?  f) La caratterizzazione liturgica dei giorni della settimanaA differenza della domenica i giorni della settimana conoscono solo lentamente e in modo non omogeneo una caratterizzazione religioso-liturgica. La messa in risalto della domenica come il giorno della risurrezione, nella quale si compie la redenzione, lasciò dapprima gli altri giorni in ombra. Un’eccezione è rappresentata già presto dal mercoledì e dal venerdì. Così l’Insegnamento dei dodici apostoli (Didachè) ordina di non digiunare a differenza degli ipocriti (cf. Mt 6, 16) il lunedì e il giovedì, ma il mercoledì e il venerdì[21]. Una ragione per questo digiuno, conosciuto anche da Tertulliano[22], la dà lo scritto siriaco Didascalia degli Apostoli, della prima metà del sec. III, che motiva il digiuno del mercoledì con il tradimento di Giuda e quello del venerdì con la morte in croce di Cristo[23]. Ugualmente il digiuno del sabato, già molto presto in uso a Roma, è giustificato con il lutto degli Apostoli per la morte di Gesù[24].
Diventa così evidente che gli eventi della Settimana Santa hanno avuto un ruolo importante nella caratterizzazione liturgica dei giorni della settimana. Infine, nel Medioevo anche il giovedì riceve un inconfondibile accento cristologico nel ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia durante l’Ultima Cena e della Passione iniziata con l’agonia nell’Orto degli Ulivi[25]. “Così come la domenica rappresenta una Pasqua di tutte le settimane, anche la settimana appare come una copia attenuata della Settimana santa. I grandi fatti della storia della salvezza dovevano passare sotto gli occhi dei fedeli non una volta solo nel corso dell’anno, ma ogni volta anche nel piccolo ciclo della settimana”[26].Questa caratterizzazione storico-salvifica della maggior parte dei giorni della settimana nel Medioevo viene soppiantata per un certo tempo, cominciando con Alcuino (†804), da numerose serie di Messe votive caratterizzate differentemente. In esse hanno un ruolo particolare la venerazione della Trinità e dei Santi, ma anche la preoccupazione della perfezione e della salvezza dell’anima. Il tentativo di rapportare anche l’Incarnazione di Gesù ai giorni della settimana non ebbe un successo permanente[27]. Finalmente nel processo post-tridentino di unificazione e di fissazione della liturgia, quale troviamo soprattutto nel Messale di Pio V, si delineò la seguente serie di Messe votive, che insieme con alcune aggiunte più tardive rimase in vigore esattamente 400 anni fino al Messale di Paolo VI del 1970.
Lunedì: SS. Trinità;
Martedì: Angeli e anche Angelo Custode;
Mercoledì: Apostoli; dal 1920 anche San Giuseppe e Santi Pietro e Paolo;
Giovedì: Spirito Santo; dal 1604 anche l’Eucaristia; dal 1935 anche Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote;
Venerdì: Santa Croce; dal 1604 anche la passione di Cristo;
Sabato: Santa Maria, Madre di Dio. 
Il nuovo Messale Romano della CEI (19832)[28] conosce 17 Messe votive, tra le quali quelle citate sono tutte rappresentate. Esso però rinuncia ad assegnarle a particolari giorni della settimana. Così il singolo sacerdote è lasciato più o meno libero di mantenere la caratterizzazione dei giorni della settimana essenzialmente medievale[29].


[1] “Celebrare una festa significa dare espressione - per un particolare motivo e in modo non quotidiano - a quella accettazione del mondo che già si compie sempre e ogni giorno”, così J. Piper, Zustimmung zur Welt. Eine Theorie des Festes, München 1963, 52. Dall’ampia bibliografia sulla teoria della festa é il caso di citare: J.A. Jungmann, Das kirchliche Fest nach Idee und Grenze, in Idem, Erbe, 502-526 [trad. it., Eredità liturgica e attualità pastorale, Ed. Paoline, Roma, 584-614]; H. Fortran, Vom bleibenden Sinn christlicher Feste, Wien 1964; C,.M. Martin, Fest und Alltag. Bausteine zu einer Theorie des Festes, Stuttgart 1973; W. Dürig, Das christliche Fest und seine Feier, St. Ottilien 19782.
[2] Cf. Th. Kampmann, Das Kirchenjahr. Mysterium, Gestalt, Katechese, Paderborn, 19643, 2 e 55; G. Kunze, Die gottesdienstliche Zeit, in Leiturgia I, 532.
[3] La parola doppio si riferisce originariamente a un doppio ufficio, che si doveva celebrare quando una grande festa cadeva in un giorno della settimana (= feria). Allora si doveva eseguire sia l’ufficio feriale che quello festivo.
[4] Ma non fu sempre così. Anche l’inizio dell’anno civile non era lo stesso nelle nazioni cristiane del Medioevo. Il calendario giuliano di Caio Giulio Cesare (dal 45 a.C.). aveva già spostato l’antico capodanno romano dal 1° marzo al 1° gennaio. Anche se questo calendario si diffuse e si affermò dappertutto in Occidente ci furono tuttavia per un certo tempo capodanni differenti: il 1° marzo fu considerato inizio dell’anno nel regno franco fina al sec. VIII e a Venezia fino all’anno 1797; Pasqua, soprattutto in Francia, fino al sec. XV; Natale, principalmente in Scandinavia e in Germania, fino al sec. XVI; il 25 marzo (festa dell’Annunciazione del Signore, come giorno proprio dell’Incarnazione di Cristo), soprattutto in Italia, ma anche nella provincia ecclesiastica di Treviri; il 1° settembre a partire dal sec. VII nell’impero bizantino e nei territori sotto il suo influsso. Accanto all’anno civile così diversamente determinato non si ebbe dapprima il concetto di un anno ecclesiastico o liturgico. Quando tuttavia a partire dal sec. X-XI si usò sempre più collocare all’inizio dei libri liturgici (sacramentari) i testi della prima domenica di Avvento, poté lentamente svilupparsi la convinzione che con la prima domenica di Avvento iniziasse il ciclo annuale delle feste della Chiesa.
[5] Cf. 1Cor 14 in connessione con  1Cor 12. Sull’argomento si veda:  W. Thüsing, Eucharistiefeir und Sonntagspflicht im Neuen Testament, in Gottesdienst, 5(1971), 11.
[6] Si veda anche: At 20, 7.
[7] 14, 1, in Quacquarelli, I Padri…, Paoline, Roma, 38.
[8] Testo e risposta di Traiano in C. Kirch – L. Ueding, Enchiridion fontium historiae ecclesiasticae antiquae, Barcelona 19659, 22-24.
[9] S. Giustino, Le due apologie, Ed. Paoline, Roma 1983;  Qui: Apologia 67, 3-6, in I. Giordani, Le apologie, Paoline, Roma, 124 s.
[10] Ad Magnes. 9, 1s., in Quacquarelli, I Padri…, 112.
[11] II 59, 2s., in F.X. Funk, Didascalia et constitutiones Apostolorum, Paderborn 1905,  v. I, 170-172.
[12] Can. 21, in C. Kirch – L. Ueding, Enchiridion fontium historiae ecclesiasticae antiquae, op. cit., 202.
[13] In die dominica Paschae homilia, in G. Morin (a cura di), Anecdota Maredsolana, III/2(1897), 418.
[14] Codex Iustiniani III, 12, 2; cit. in Dölger, 229.
[15] Ivi, II, 8, 1. Ulteriore bibliografia: W. Rordorf, Der Sonntag. Geschichte des Ruhe- und Gottesdiensttages im ältesten Christentum, Zürich 1962; Id., Sabbat und Sonntag in der alten Kirche, Zürich 1972 [trad. it., Sabato e domenica nella Chiesa antica, SEI, Torino].
[16] Esempi in A. Adam, Das Kirchenjahr mitfeiern. Seine Geschichte und seine Bedeutung nach der Liturgiereform, Freiburg i.Br. 1983 [trad. it., L’anno liturgico celebrazione del mistero di Cristo, LDC, Torino 1984].  
[17]  Cf. H. Huber, Geist und Buchstabe der Sonntagsruhe..., Salzburg 1957, 194-222.
[18] Con ricchezza di particolari in: G. Troxler, Das Kirchengebot der Sonntagsmesspflicht..., Freiburg i.Br. 1971, 159s.
[19] CIC = CEI, Codice di Diritto Canonico. Testo ufficiale e versione italiana, Unione Editori Cattolici Italiani, Roma 1983.
[20] Cf. Benedetto XVI, Omelia nel Duomo di Santo Stefano a Vienna (9 settembre 2007), in Idem., «Sine dominico non possumus!». Senza il Giorno del Signore non possiamo vivere. Viaggio Apostolico in Austria in occasione dell’850° anniversario di fondazione del Santuario di Mariazell (7-9 settembre 2007), Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2007, 50.
[21] 8, 1, in Quacquarelli, I Padri…, 34.
[22] De ieiunio 10, in Corpus Christianorum, series latina, Tournholt 1954s., v. II, 1267s.
[23] V, 14, 4s., in F.X. Funk, Didascalia et constitutiones Apostolorum, op. cit., v. I, 276-278.
[24] Innocenzo I, Epist. 25,4, in J.P. Migne, Patrologia latina, Paris 1978-1990, 20, 255.
[25] Così in Onorio di Autun (†1150), Gemma animae, II, 67s., in  J.P. Migne, Patrologia latina, op. cit., 172, 640s.
[26] J.A. Jungmann, Der liturgische Wochencyklus, in Erbe, 334 [trad. it., Eredità..., 386-424].
[27] Per particolari, si veda tra gli altri: J.A. Jungmann, Erbe…, op. cit. 336.
[28] Stiamo aspettando la nuova edizione del Messale Romano che è in fase di traduzione.

[29] Per l’insieme della tematica: G. Schreiber, Die Wochentage  im Erlebnis der Ostkirche und des christlichen Abendlandes, Köln – Opladen 1958. Una proposta di tipo nuovo in: H. Reifenberg, Fundamentalliturgie II, 288s. 

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