
Quando gli adolescenti non vogliono più andare in chiesa: niente panico ma tanta pazienza. E prima o poi la coerenza dei genitori li farà “ritornare”.
“In chiesa io mi stuufooo…”. Benedetto il tempo in cui si concedeva al marmocchio di tre anni di starsene a casa con la nonna, confidando che di lì a poco lui stesso avrebbe chiesto di andare a Messa con i compagni e «andare davanti, vicino alle chitarre». Un rifiuto ben più pesante nelle motivazioni e più duro da essere sgretolato è quello che arriva dal figlio adolescente: «A Messa io non ci vengo…». Lo aveva già annunciato da qualche mese con ritardi studiati, posizionamenti strategici a fondo chiesa, dietro le colonne, ma ora il "no" esplicito, dichiarato anzi agitato come una bandiera, viene incassato come un colpo basso dai genitori, scioccati anche quando lo avevano a lungo temuto: sanno che questo "no" segna una fase forse decisiva nel rapporto tra il figlio e l’Eucaristia. Anche quando, per timore di ritorsioni paterne, la dichiarazione non suona definitiva, quel "no" della domenica mattina assume sempre il significato di un guantone lanciato ai genitori sul ring dell’adolescenza.
«Con questa sua prima presa di posizione, talvolta il ragazzo intende sondare i genitori per capire come la prendono», analizza suor Marilena Pagiato, docente di Pedagogia al Seminario di Verona. «Sotto sotto però c’è sempre una richiesta più profonda che bisogna cercare di interpretare. Ai genitori consiglierei di non dare risposte affrettate e perentorie, ma di sospendere il giudizio». A che pro? «Prendere tempo può servire per cercare di capire, vedere se il ragazzo prima o poi riesce a dare qualche frammento di giustificazione, a verbalizzare i motivi del suo distacco». E i motivi spesso sono intrecciati tra loro: può essere prevalente la noia liturgica («Una Messa così non mi dice più nulla») o l’allontanamento del gruppo dei pari (“Sono rimasto l’unico dei miei amici ad andarci…”). Più spesso si tratta però di “una fase delicata che vede affiorare profonde domande di senso – precisa la psicopedagogista canossiana – e nella quale il Signore non sembra dare risposte sufficienti al ragazzi”.
Non minimizzare insomma, ma nemmeno andare nel panico. “Rispetto e discrezione, fiducia e speranza”, sono i consigli ai genitori della psicologa e teologa francese Agnès Auschitzka, madre di tre figli: “Per trovare il proprio cammino – riflette nel suo apprezzato "Crescere un figlio nella fede" (Edizioni Elledici,
Un secondo atteggiamento: “Avere occhi aperti per conoscere come egli vive la dimensione simbolica, quali sono i riti della sua settimana, per cogliere quali significati sta costruendo nella sua vita, con chi e come sta provando a tenere insieme, in modo che abbia un senso per lui, il quotidiano”.
Infine può essere utile, secondo l’esperienza dei salesiani pugliesi, “distinguere l’esperienza della Messa dal rapporto con il Signore e le occasioni per conoscerlo; in questo senso offrire l’appoggio per frequentare e conoscere esperienze giovanili, luoghi di autentica ricerca e di fede vissuta nell’amore operoso verso tutti”. Tante famiglie confermano che talvolta l’incontro con un amico missionario, un campo di lavoro ben guidato, l’ospitalità offerta a un bisognoso, possono dare il colpo d’ala a questa ricerca. Sono occasioni preziose anche per i genitori che non si sentono all’altezza, tiepidi nella partecipazione domenicale, quasi in crisi come i figli che li turbano con il loro “non vengo a Messa”. Che può essere provvisorio, come osserva fiduciosa Maria Teresa Pati: “La frequentazione con gli adolescenti mi fa dire che questo momento può essere una risorsa perché fa crescere nella nostra cultura la consapevolezza che la definizione dell’identità ha bisogno di passaggi di rottura e di opposizione, affinché emerga una sintesi personale indispensabile al riconoscimento di se stessi e della propria consistenza come persone autonome”.
COSA NON FARE
* Reagire come se fosse un dramma.
* Arrendersi subito.
* Minimizzare, fingendo indifferenza.
* Rispondere con durezza.
* Ricattare.
* Considerare la decisione definitiva.
COSA FARE
* Prendere tempo per capire cosa c’è dietro quel rifiuto.
* Tenere aperti i canali del dialogo.
* Garantire un accompagnamento discreto.
* Narrare la storia del proprio rapporto con
* Favorire le esperienze in cui l’adolescente possa curare la sua ricerca e la sua riflessione.
* Segnalare gli amici che "tengono duro" con
* Offrirgli altre occasioni: il cammino in un gruppo, una visita a un luogo, il dialogo con un amico missionario.
Il crollo della frequenza religiosa a partire dai 15 anni
Le numerose ricerche svolte nell’ultimo decennio hanno messo in evidenza un crollo verticale della partecipazione alla Messa tra la preadolescenza e l’adolescenza. Per l’Eurispes ("Quarto rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza", 2004), il 52 per cento degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni afferma di andare in chiesa solo qualche volta e il 23,8 percento di non andarci mai. L’Istat (Indagine multiscopo sulla frequenza settimanale nei luoghi di culto, 2004),dal canto suo, spiega che va a Messa tutte le domeniche il 37 per cento degli adolescenti tra i 14 e i 17anni, il 24,5 per cento dei ragazzi tra i 18 e i 19 anni, fino a precipitare al 19,8 per cento dei giovani tra i 20 e i 24 anni. Una ricognizione effettuata capillarmente in tutte le parrocchie del Patriarcato di Venezia dall’Osservatorio socio-religioso del Triveneto ("Fede e libertà", 2004), ha messo in evidenza che in una determinata Messa festiva di novembre c’era il 35,5 dei bambini tra i 5 e i 9 anni, il 41 percento dei ragazzini tra i 10 e i 14 anni e appena il 16,4 percento degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni. Lo stesso Osservatorio nel
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“Un padre aveva due figli…”. L’evangelista Matteo, al capitolo 21,ci offre il ritratto "familiare" di un figlio che rifiuta l’indicazione del padre. Egli ha sentito la richiesta, ma pensa di poter operare da persona libera, perché non vede lì la sua felicità e non sa che farsene di una felicità che non riconosce lui in prima persona. “È un figlio libero anche di dire no – commenta Maria Teresa Pati, formatrice di animatori di adolescenti a Lecce – libero di distinguersi dal desiderio di suo padre, libero di considerare i propri desideri, libero di scoprire poi, con la riflessione, che in quella vigna poteva andarci partendo da se stesso, da protagonista, perché quella vigna può essere ciò che desidera”.
(da Noi genitori § figli. Mensile di vita familiare. Supplemento ad Avvenire del 30 novembre 2008, pp. 24-27)
