
Luigi Codemo
La natura non fa vino. Fa aceto. Solo il lavoro
dell’uomo è capace di sospendere il tempo dell’uva quando schiuma e
trattenerlo nel vino, breve anticipo di eterno che allieta il cuore. La
natura, da sola, non fa il pane. È il lavoro dell’uomo che raccoglie il
frumento, ne trae il pane vigoroso e, spezzandolo, lo ritrova in molti
giorni, lungo il tempo delle generazioni. La natura attende l’opera
dell’uomo. E l’opera dell’uomo cerca di trattenere il tempo. Ma per
quanto insista non riesce. La creazione è sottomessa alla caducità (Rm
20,8).
Ogni uomo ha nel cuore la nozione dell’eternità,
ma non la capacità di abbracciarne l’inizio e la fine (Qo 1,11). Questa
verità appare persino frustrante. C’è infatti chi ne deduce che tutto
si risolva nel giro immutabile degli anni e delle stagioni. Come un
eterno ritorno, come una giostra che torna sempre allo stesso punto,
senza alcuna novità da attendere.
C’è invece chi risponde che cercare
di inseguire l’eterno e di stringere l’infinito, è sicuramente sforzo
vano. A meno che non sia l’eterno ad abbreviarsi e non sia l’infinito ad
abbassarsi. A meno che non si lasci spazio all’azione di Dio.
Ogni uomo ha nel cuore la nozione dell’eternità,
ma non la capacità di abbracciarne l’inizio e la fine (Qo 1,11). Questa
verità appare persino frustrante. C’è infatti chi ne deduce che tutto
si risolva nel giro immutabile degli anni e delle stagioni. Come un
eterno ritorno, come una giostra che torna sempre allo stesso punto,
senza alcuna novità da attendere.
C’è invece chi risponde che cercare
di inseguire l’eterno e di stringere l’infinito, è sicuramente sforzo
vano. A meno che non sia l’eterno ad abbreviarsi e non sia l’infinito ad
abbassarsi. A meno che non si lasci spazio all’azione di Dio.
Ed è quello che avviene sull’altare, alla consacrazione del pane e del vino:
la solenne preghiera eucaristica, che pronuncia le parole di Cristo
«questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue», «è la vera azione di
cui tutta la creazione è in attesa: gli elementi delle terra vengono
trans-sustanziati, strappati, per così dire, dal loro ancoraggio
creaturale, ricompresi nel fondamento più profondo del loro essere e
trasformati nel corpo e nel sangue del Signore. Il nuovo cielo e la
nuova terra vengono anticipati» (Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, pag. 168).
L’incommensurabile può essere colmato perché Dio è venuto incontro alla creazione,
si è fatto uomo e ha portato in pienezza questa umanità fin dentro il
mistero di Dio. Questo è il destino a cui ogni uomo è chiamato. Di
questo deve rendere grazie.
Con l’incarnazione Dio dà l’estrema prova della propria fedeltà all’alleanza con l’uomo.
Gesù rivela che la verità di Dio non è dominio, possesso, sospetto, ma
comunione. Offre ciò che giova, la vita conforme all’origine, la vita
dove l’uomo conversava con Dio, custodiva il giardino e collaborava alla
creazione. Gesù chiama alla libertà di una relazione con Dio. Mostra
una dedizione incondizionata per la vita dell’uomo. Testimonia,
nell’obbedienza al Padre, l’amore di Dio per la vita dell’uomo. Amore
che non recede neanche di fronte alla morte.
Ecco allora perché il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo.
La cena del Signore, segno di comunione, diventa comprensibile solo
alla luce della croce. La mensa contraddistinta dalla tovaglia distesa è
anche altare, luogo del sacrificio. Avvicinarsi all’altare è
avvicinarsi al Golgota, Infatti, nel presbiterio, il crocifisso è sempre
posto in stretta relazione all’altare.
Nella chiesa di San Vitale a Ravenna [nella foto], ma lo si può vedere anche in molte altre chiese,
nella volta sopra l’altare, c’è un mosaico che ritrae un agnello.
L’aureola cruciforme ci dice che rappresenta Cristo, l’agnello di Dio.
Questa collocazione significa che non servono più, se mai sono serviti,
agnelli da sacrificare sugli altari, sostituti che cercavano di colmare
lo spazio tra la terra e il cielo. Ora quello spazio non è più vuoto: la
ricerca umana di unione con Dio, la ricerca di una comunione nella
verità, nella giustizia , nella bellezza, nella gratuità della libertà, è
resa possibile dal sacrificio di Cristo. In lui noi stessi veniamo
portati fino a Dio.
Cristo è l’offerta eternamente gradita.
E nella liturgia chi prega è chiamato a imitare il Figlio e ad offrire
se stesso come «sacrificio vivente». Perché il sacrificio non ha a che
fare con la distruzione o con qualche vana mortificazione, ma con la
vita. È un nuovo modo di essere. Significa riconoscere il proprio
compimento nella libera risposta all’amore di Dio. Significa lasciarsi
ricreare dalla sequela di Cristo.
Sotto l’altare la tradizione ha spesso posto le reliquie di santi e martiri.
Ovvero il corpo di chi ha fatto di sé un «sacrificio vivente», di chi
ha testimoniato Cristo a tal punto da diventare come Cristo. Tertulliano
giunge a scrivere: «Christus in martyre est», Cristo è nel martire. Fin
dalle prime comunità cristiane, il martirio è stato paragonato alla
celebrazione eucaristica, perché realizza una contemporaneità con
Cristo, l’essere una cosa sola con lui.
Ed ecco perché, qualche secolo più tardi il vescovo Durand, nella sua opera Rationale divinorum officiorum, lontano da ogni tentazione di intimismo, può dire: «L’altare è il nostro cuore».
© www.labussolaquotidiana.it – 3 settembre 2011
