Lettera del card. Dionigi Tettamanzi alle famiglie nella prova

Titolo: “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore”.


 

«Sarei davvero contento se alla tua famiglia e a tutte quelle che vivono una situazione di prova e di tribola­zione potesse giungere questa mia let­tera. Sì, sono solo parole. Ma vorreb­bero essere un abbraccio, una pre­ghiera, una benedizione». «Desidero, soprattutto, ascoltare da te e farmi eco di qualche parola da parte di Dio, di qualche frammento di Vangelo». Con una lettera toccante presentata ai giornalisti il 31 gennaio 2009, il cardo Dionigi Tet­tamanzi, arcivescovo di Milano, af­fronta la sofferenza e la malattia che spesso colpiscono le famiglie e immagina tre situazioni: una mamma ma­lata, una nonna anziana e non sempre lucida, una coppia con un figlio disabile. Il testo è consigliato in modo particolare per le visite ai malati da parte dei cappellani ospedalieri, dei ministri straordinari della Comunione, dei sacerdoti in visita, ma anche di familiari.

Introduzione: In casa tua, con una parola.

Carissima famiglia,

in molte occasioni ho raccolto la tua confidenza, ho intuito le tue lacrime, ho sentito ripetere i tuoi perché, ho ricevuto il tuo messaggio che chiede aiuto.

Ora non ho che le parole per arrivare a casa tua. Non c’è niente di quello che tu soffri che non susciti in me una commozione, un desiderio di esserti vicino, di trovare le risposte, di cercare le risorse per aiutarti.

E si deve riconoscere che nella nostra Chiesa e nella nostra società si fa tanto, si impegnano molte persone e molte risorse: che siano benedetti tutti, persone e istituzio­ni, che si prendono cura di te, dei tuoi cari, del problema che inquieta, affatica nel presente e spaventa se si guarda al futuro. Siano benedetti.

A me non sono rimaste che le parole per entrare nella tua casa, per salutare ciascuno, per mettermi in ascolto, per esprimere quanto mi sta a cuore la tua speranza, il tuo desi­derio di essere felice e quanto mi coinvolgono la tua tri­stezza, la tua angoscia, le tue paure. A me non sono rima­ste che le parole per esprimere quanto vorrei essere un segno dell’amore di Dio che ti accompagna, che ti benedice, che manda per te il Consolatore.

Non ho che le parole, ma almeno con queste voglio farmi presente in mezzo a te, famiglia segnata dalla tribo­lazione e dal dolore.

Nel percorso pastorale che ho proposto alla nostra Chiesa quest’anno ho incoraggiato la famiglia a diventare anima del mondo: «l’amore di Dio è in mezzo a noi» e la famiglia lo fa risplendere nei gesti quotidiani e nei luoghi abituali di vita e d’impegno. Ho invitato la famiglia a esse­re anima del mondo anche di fronte alle diverse forme di prova, di malattia, di dolore.

Con questa mia lettera desidero adesso farmi più vici­no, entrare più direttamente nella prova che stai attraver­sando, condividere alcune testimonianze commoventi e incoraggianti che ho raccolto. Desidero, soprattutto, ascol­tare da te e farmi eco di qualche parola da parte di Dio, di qualche frammento di Vangelo. La fede, infatti, ci assicura che non c’è altra via di salvezza, non c’è altra speranza di vita felice, se non nella comunione con il Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

La mia lettera nasce durante settimane che impegnano la nostra Chiesa in giornate di festa, di riflessione e di pre­ghiera: la Festa della famiglia, la Giornata per la vita, la Giornata della solidarietà, la Giornata del malato. Ho sug­gerito che queste giornate ritrovino sempre più il loro volto unitario, così che ciascuna giornata faccia trasparire un aspetto della celebrazione dell’unico mistero dell’amore susci­tato e comunicato dal dono che Dio vuole offrire a tutti (Famiglia diventa anima del mondo, n. 35).

Sono convinto che proprio nella famiglia questi diversi aspetti dell’amore di Dio trovano un’incarnazione davvero splendida e una realizzazione particolarmente coinvolgen­te e feconda.

Per questo sarei davvero contento se alla tua famiglia e a tutte quelle che vivono una situazione di prova e di tribolazione potesse giungere questa mia lettera. Sì, sono solo parole. Ma vorrebbero essere un abbraccio, una preghiera, una benedizione.

1. Visita a una mamma ammalataLa famiglia si raccoglie intorno al suo dolore.

Mamma, come stai?

I tuoi figli sono abbastanza grandi da intuire la serietà della situazione, ancora troppo giovani per dominare lo smarrimento. Chi sa dove hanno imparato le mille premu­re di cui ti circondano!

Daniela con i suoi quindici anni è diventata una donna di casa, precisa ed efficiente. A dire la verità i risultati del suo impegno a stirare fanno un po’ sorridere, ma migliorerà; d’altra parte, tu non puoi stare in piedi troppo a lungo. Neppure tuo figlio maggiore, Stefano, si sottrae ai mestieri di casa, anche se ti accorgi che si è fatto ancora più chiuso, scontroso. Chi può immaginare che cosa si agita dentro un ragazzo già di suo un po’ confuso? Intuisci che gli capita per­sino, grande e grosso com’è, di piangere di nascosto. Di rab­bia forse, di un insensato senso di colpa, d’impotenza, chi sa?

E tu non sai trovare parole per accarezzare le sue ferite.

Mamma, come stai?

Anche tuo marito da qualche tempo sembra trattarti come una figlia. Ha ritrovato attenzioni e delicatezze di chi sa quanti anni fa. La conversazione non è mai stata una sua specialità, ma adesso anche i silenzi sono intensi di sguardi, di sorrisi, di carezze. Chi sa perché è diventato naturale parlare sottovoce ed è persino troppo facile darsi ragione.

 La visita che apre alla confidenza, la tribolazione che apre alla condivisione

Mamma, come stai?

Anch’io vorrei venire a visitarti, a salutarti. La do­manda, che si ripete mille volte come una specie di salu­to che non aspetta risposta, diventa trepida e persino imbarazzante quando i segni della malattia segnano il volto e la diagnosi conclude l’elenco di termini incom­prensibili con un inequivocabile allarme.

Come stai? Ti domando. Parlando con me trovi la semplicità di condividere le angosce, le speranze, persino le gioie e la voglia di piangere che con il marito e i figli, e gli altri che vengono a trovarti, restano coperte dal riserbo, una specie di timore di caricarli di un peso in più. Un vescovo, un prete ascoltano volentieri.

Mi dici della tua speranza o piuttosto delle speranze minime che ti sono rimaste dopo i mesi tribolati e alterni dei sospetti, delle analisi, di quel malessere sordo che non vuole passare.

Speranze minime: «Sì, forse questa medicina nuova… In effetti sto un po’ meglio… Non pretendo molto, ma se almeno potessi vedere i figli un po’ più grandi… Stefano ha la maturità… Anche se non guarisco, però qualche anno…».

E la voglia di piangere, quella tristezza che non si riesce a dire, quella solitudine abitata da paure, nelle ore del mattino, mentre tutti sono usciti, per il lavoro, per la scuola: sei rimasta a letto con i tuoi dolori attutiti dalle medicine e tutti i tuoi pensieri, un dormiveglia di ricordi, di fantasie, di strazianti distacchi. Non riesci a non pensa­re ai pensieri proibiti: la morte, la predica al funerale, i fiori, e Stefano che forse non si lascerà abbracciare nep­pure in quel momento…

Mi dici anche di sorprendenti momenti di gioia. Come sono diventati affettuosi tutti quanti! Anche i ragazzi stanno in casa più spesso. La mamma, i fratelli, persino la suocera trovano sempre un motivo per telefo­nare: «Come va? Serve qualche cosa…?».

E poi: un sentirsi fortunati. Si può sentirsi fortunati in una situazione simile? Eppure! Quando vedi quelli che stanno peggio, quando vedi quelli che non hanno nessu­no che li accompagni ai controlli, nessuno che sta a condividere l’attesa del turno per le cure, quando vedi quelli che vengono qui da chi sa dove per farsi curare e devono cercarsi un letto dopo la terapia. Nelle sale d’attesa si avviano talora confidenze e confronti.

E ti senti privilegiata d’aver trovato un medico così attento, discreto, quando ti raccontano di comunicazioni brutali, di vicende ridotte a burocrazia, di strutture sani­tarie malconce e malgestite.

E ti senti privilegiata di poter compiere gesti di solida­rietà, proprio tu che ne hai tanto bisogno, e dire parole di conforto, proprio tu che le aspetti tanto dagli altri: i gesti minimi e le parole timide, di cui anche tuo marito ha imparato l’arte, possono trasformare un’attesa in uno sfogo, offrire alla solitudine un accompagnamento, aprire una via d’uscita in un vicolo cieco. Un passaggio in mac­china, un indirizzo, un letto per una notte: la famiglia nella prova trova conforto mentre offre conforto. E un miracolo misterioso, come per l’opera instancabile di Dio:

«I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il racconto e la notte alla notte ne trasmette notizia» (Sal 18, 2-3).

 Una parola da parte di Dio

Ti aspetti che anch’io dica qualche cosa: un vescovo deve pur avere qualche parola da parte di Dio.

Sì, il Signore è vicino, il Signore è con te. Questo non c’è bisogno che te lo dica io, anzi nel dirlo suona un po’ fastidioso. Non c’è bisogno che te lo dica, perché è lui il confidente delle tue preghiere, fatte di lacrime e sospiri, di giorno e di notte; perché è lui la presenza amica da cui ti senti incoraggiata quando il pensiero naufraga davan­ti al futuro e il sospetto lacerante di non poter vedere i tuoi figli farsi adulti è sostenuto solo da una giaculatoria di affidamento.

Il Signore è con te. Tu sai che la sua presenza non è quella magica che risolve i problemi con una formula. Assomiglia piuttosto a quella della sua vita terrena. Gesù continua a passare presso le case e la vita della gente e a portarle sulla sua croce al Calvario: cade e si rialza, geme e prega, grida e perdona. E una presenza talora difficile quella del Signore, misteriosa: eppure la certezza di esse­re con lui apre il tuo dolore e la tua angoscia a una comu­nione che è già consolazione.

E come se la croce si facesse più lieve, perché unita alla croce di Gesù; è come se l’angoscia indicibile, alimentata dal presagio di dover morire, divenisse invoca­zione di una speranza più grande.

Le parole ripetute per anni quasi senza badarci diventano rivelazione, penetrano nella mente e nella carne, operano insieme turbamento e trasfigurazione. Come quando l’angelo disse a Maria: «Il Signore è con te!» e Maria rimase turbata a quelle parole. Così adesso quando senti: «Morto… risorto… risurrezione e vita…», ti prende una specie di timore, un brivido, come di chi avvicina l’ultimo tratto del sentiero e si affaccia sull’abis­so. Allora si prega con forza nuova: «Ave Maria. Prega per noi. Adesso e nell’ora della nostra morte».

 La famiglia impara a pregare

Il Signore è vicino, il Signore sia con voi.

Il saluto liturgico vorrebbe essere saluto domestico.

La malattia di una giovane mamma non visita una casa senza provocare domande tremende. La fede è messa alla prova. La prova può avere come esito una cupa dispera­zione, una ribellione che non vuole più ascoltare niente. La prova, però, può anche radunare tutta la famiglia perché impari di nuovo a pregare insieme.

La preghiera in famiglia è spesso cancellata da un incomprensibile, ma invincibile, imbarazzo. Sarà perché abbiamo dimenticato le formule della preghiera, sarà perché l’aria che tira induce a rinchiudere la preghiera in solitarie emozioni e gesti furtivi, sarà perché il tempo della vita familiare è ostaggio di ospiti ingombranti come la televisione, la frenesia delle cose da fare, la complica­zione di orari inconciliabili.

Ho però constatato che la preghiera in famiglia diventa più facile quando ci sono bambini piccoli o mala­ti gravi. Allora la famiglia – specie se l’invito è proposto da un prete in visita o dal malato stesso – si raduna quasi con naturalezza e le parole semplici della preghiera diventano un comune gemere e sperare.

Prega anche Stefano e – chi sa? – forse la preghiera scioglierà un poco il groppo di confusione e di ribellio­ne che lo incupisce. Prega anche Daniela e la preghie­ra sembra renderla più grande, più donna, come se sentisse una chiamata a farsi carico degli altri. Prega anche tuo marito ed è come ritornare fidanzati, nella stagione esaltante in cui l’amore prometteva di non temere niente. Preghi anche tu, mamma, quasi più preoccupata di alleviare la pena dei tuoi cari, piuttosto che i tuoi dolori.

 Il discreto bussare della solidarietà alla porta di casa.

Non è facile accettare di essere ammalati: si vorrebbe nascondere la verità anche a sé stessi e mostrarsi sempre in forma, ben truccati, ben vestiti e far capire che ogni curiosità è sgradita, quasi allontanare gli sguardi dei vici­ni che si domandano come mai da qualche tempo non esci alla solita ora per andare in ufficio. Quando poi i vicini finiscono per intuire, eccoli a circondare la casa di velate allusioni e incontrollate notizie, ma anche ad allontanarsi con malcelato imbarazzo.

Invece tu hai sperimentato – non senza sorpresa ­che se cerchi, trovi, se chiedi, ottieni. La solidarietà abita anche nel tuo condominio: come una candela pronta a fare luce se solo incontra una fiamma. Abita nel tuo con­dominio la signora esperta di malattie, che viene a tro­varti quando sei sola e ti rianima raccontando di quante persone conosce che sono guarite, proprio del tuo male. Abita anche – e tu la preferisci – la signora che fa la pasta in casa e che la domenica, con l’allegria disinvolta che non fa pesare niente, rimedia all’inesperienza di Daniela in cucina. Abitano anche coetanei dei figli che negli incontri in apparenza occasionali finiscono per diventar­ne i confidenti.

Le vicende alterne della malattia e l’umiltà di chiede­re aiuto rivelano poi che la città intera vive di una rete di relazioni buone che potrebbero farne una vera fraterni­tà. Hai incontrato medici e infermieri che sembrano occuparsi della tua malattia come di un caso personale e si rallegrano di ogni speranza e si deprimono per ogni sintomo infausto. Hai incontrato volontari disponibili per ogni esigenza clinica, preti che conoscono il segreto della consolazione, compagni di malattia capaci di straordinaria e premurosa vicinanza umana.

Anche a te non sono mancati i disagi dovuti a lunghe code, a imprecisioni e complicazioni burocratiche, a modi sgarbati: tutte cose che sono particolarmente irri­tanti quando si sta male e si è insofferenti a tutto. Però devi anche riconoscere tanta cura e tanta premura. Forse sei stata particolarmente fortunata. Se si sapesse quanto fa bene, nel bisogno, sentire il discreto bussare della soli­darietà alla porta di casa!

 Mi ricordo di te.

Mamma, come stai?

Sono stato contento di questa visita. Ho imparato anch’io tante cose. Ci sono momenti in cui vorrei entrare nelle case dei malati come te con la potenza del Signore e imporre al male di uscire fuori, di non tormentare più i figli di Dio.

Ho però consapevolezza che il potere dato dal Signore ai suoi apostoli è quello di percorrere la sua stessa via, senza clamore e senza prodigi, con i segni poveri della compassione, con l’ostinazione di un affidamento incondizionato al Padre, con la forza invincibile della speranza nella vita eterna.

Questo potere ho ricevuto dal Signore e la mia impo­tenza diventa – te lo prometto – preghiera e benedizione per te e per i tuoi cari e per tutti i malati come te.

 2. Per nonna MariaLa donna che era.

Dedico questa riflessione a Silvia e ai suoi fratelli. In occasione della visita in una parrocchia si fanno avanti per ultime a salutare Silvia e la sua mamma, la nonna Maria, come la chiamano. Si capisce che hanno cercato di essere ultime per poter scambiare una parola in più. Ne ha bisogno Silvia che tiene la nonna Maria per mano, come fosse una bambina. La nonna Maria guarda in giro, sorride, sembra incuriosita di tutto, si avvicina e mi vuole fare una carezza: che cosa vedrà il suo sguardo? Che cosa vorrà dire con il suo parlare con­fuso e il suo sorriso disarmante?

Silvia mi dice: «Mia mamma è stata una donna straordinaria! Devota, laboriosa, intelligente. Ha vissuto lunghi anni di vedovanza, ma ha tirato avanti con una determinazione e una saggezza straordinarie. Non ha mai chiesto niente per sé, ha fatto tutto per noi figli: ci ha sempre incoraggiato negli studi, nel lavoro, nel farci una famiglia. Non parliamo poi dei nipoti: è stata una nonna adorabile, la nonna Maria, sempre contenta di averli in casa, d’impartire consigli e insegnare segreti di cucina e di cucito. Povera nonna Maria: adesso stenta persino a riconoscermi!».

 È cambiata la vita.

La vita della nonna Maria è cambiata troppo in fretta. Per non drammatizzare si diceva che perdeva la memoria. Ma i sintomi sono apparsi subito gravi: le domande ripetu­te come un’ossessione, un andare interrotto improvvisa­mente, come di chi ha dimenticato che cosa cerca, le rivi­ste sfogliate senza leggere una parola – proprio lei così appassionata e curiosa di tutto! -, le chiavi perse tre volte, i soldi contati e ricontati senza mai sapere quanti fossero, proprio lei, così precisa! La vita cambiata di nonna Maria ha cambiato anche la vita di Silvia. «E chi doveva pensar­ci? Sono l’unica figlia, sono quella che abita più vicino! E sono quella che lei ha aiutato di più tra figli e mestieri!».

Che pena, però! Uscire di casa sempre con la fretta di tornare e con il pensiero: «Che non combini qualcosa!». Tante amicizie, tanti interessi, tanti impegni sono rimasti sospesi. Anche la vita di famiglia è segnata dalla tensione: non è che il marito e i figli non capiscano e a nonna Maria tutti vogliono bene. Ma lo scorrere del tempo logora tutti: i ragazzi dopo un po’ si innervosiscono e rispondono male, il marito diventa insofferente: «Non si può andare avanti così, finirà che ti ammali anche tu!».

Ascolto le confidenze di Silvia e non faccio fatica a immaginare i disagi del presente, le apprensioni sul futuro, il senso d’impotenza di fronte al problema, le discussioni tra fratelli sulle possibili soluzioni e la nonna Maria che si aggira per casa con qualche sprazzo di desolata lucidità e con lunghi tempi di smarrita confusione.

«L’esperienza ci insegna che la famiglia, quando incon­tra la realtà dolorosa della malattia, viene messa duramen­te alla prova. È costretta a cambiare i ritmi di vita e ad assu­mere nuove e gravi responsabilità. Muta la qualità delle relazioni, al suo interno anzitutto, e verso l’esterno» (Famiglia diventa anima del mondo, n. 16).

 Una tribolazione abitata dalla grazia della bontà.

Tanti e tante, come Silvia, prendono il peso sulle spal­le e lo portano: non pretendono una soluzione, non hanno proteste da presentare. Sono solo stanchi.

Vorrei conoscere il segreto di una benedizione che porti sollievo. Silvia e la sua famiglia si prendono cura della nonna Maria: lo fanno volentieri, anche se non senza fati­ca, perché sentono un dovere di riconoscenza. Dicono anche qualche cosa di più di una sorta di scambio tra dare e avere: dicono di una stima irrevocabile per la vita di una persona. «La vita va amata, custodita e servita lungo l’in­tero arco della sua esistenza, dal concepimento al suo termine naturale. Custodire la vita dell’uomo è accoglierla ai suoi esordi e verso il suo epilogo, come pure è amarla anche quando è scomoda e dolorosa» (Famiglia diventa anima del mondo, n. 15).

Quando incoraggio la famiglia a vivere il suo compito di diventare anima del mondo, penso con particolare ammirazione a quel modo di essere famiglia che nel quoti­diano esercizio di volersi bene in realtà offre ospitalità a Dio stesso. Che significa infatti «anima del mondo»? L’anima è l’attitudine della persona a vivere in relazione con Dio e con gli altri. La famiglia diventa anima del mondo nel condividere quell’amore gratuito che è segno della presenza di Dio. In questo esercizio dell’amore la famiglia di Silvia, come infinite altre, è come una luce, una stella che indica una possibile strada, una direzione buona, e così incoraggia il cammino di molti.

Un po’ di sollievo – quanto gradito e necessario! – viene alla famiglia di Silvia dalle strutture di accoglienza, dove i progressi della scienza si traducono in aiuto specifico per chi è malato e in sollievo per chi se ne deve far carico. Il personale che vi lavora è spesso ammirevole per pazienza, delicatezza, tenacia: tanta energia per resistere a una trop­po rapida decadenza. Sono quei lavori che non hanno risultati eclatanti, che apparentemente non producono nulla. Chi vive sano, giovane, efficiente stenta a rendersi conto di quanto può essere frustrante una dedizione a que­sti malati. Si può vivere anche senza saperne niente di tanta pena e di tanta dedizione: sono convinto che è una grave perdita. Ignorando le tribolazioni di molti se ne esce ottusi, istupiditi, miseri di umanità.

Silvia accompagna la nonna Maria al centro diurno, almeno qualche ora al giorno. Non è sempre facile acce­dervi e per di più la nonna Maria diventa nervosa, si chiu­de e si perde, e i tentativi di coinvolgerla e stimolarla la ren­dono talvolta persino aggressiva. Ma, insomma, almeno qualche ora… Ed è un bene, per chi si prende cura degli altri, custodire tempi di respiro e vita per sé. Un bene che poi rifluisce salutare anche sul malato.

 La consolazione della preghiera.

Per una qualche misteriosa ragione, la nonna Maria, che sembra aver dimenticato tutto, si ricorda le parole della preghiera. Perciò quando la famiglia si raccoglie in preghiera al momento della cena, quando Silvia guida il rosario o quando insieme prendono posto in chiesa per la messa, la nonna Maria si calma, sembra persino racco­gliersi e seguire, almeno a tratti, con le labbra e la mente la preghiera condivisa.

Mi commuove spesso la preghiera dei più poveri, le parole talora indecifrabili dei malati, quel guizzo di lucidi­tà che talora rischiara le tenebre dell’assenza. Ne raccolgo l’invito a sostare stupito di fronte al mistero: sappiamo così poco della felicità di Dio!

Di fronte ai malati come la nonna Maria, come di fron­te a molte altre forme di malattia, c’è il rischio che tutto si concentri sulla cura per alleviare il dolore e assicurare il benessere fisico: che siano ben nutriti, che non soffrano il freddo, che non si facciano male, che sia ben medicata la piaga della gamba. Quanto è preziosa questa cura! Insieme sono convinto che sia ancora più vera, anche per nonna Maria, la parola di Gesù che dice: «Attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).

C’è una consolazione del cuore e dell’anima che passa per le vie nascoste ed efficaci della preghiera e c’è una comunione d’amore in Dio che va ben oltre le apparenze umane. La gioia misteriosa di Dio è un’attrattiva amabile in cui troviamo riposo tutti, anche nonna Maria, insieme a Silvia e alla sua famiglia.

3. Imparare ad amare da chi non sa fare altro. 

Giovanna e Roberto erano due giovani sposi vent’anni fa. Avevano avuto vita facile e buona fino a vent’anni fa.

Erano belli, brillanti, promettenti, vent’anni fa. Erano feli­ci: anche l’amore, come i titoli di studio e i posti di lavoro, era arrivato presto. Una coppia perfetta, invidiabile. Anche la prima gravidanza era venuta presto, facile, eccitante. Poi è nato Enrico.

 Una confidenza

La mamma, Giovanna, mi ha scritto qualche settima­na fa una lettera commovente che mi permetto di condi­videre con voi. Scrive Giovanna: «Enrico è nato a mezzogiorno di un venerdì. Senza grandi clamori, senza farmi soffrire troppo. Aveva gli occhi chiusi, la lingua penzoloni. Lo guardai e pensai: com’è brutto. Ma non ebbi il coraggio di dirlo e dissi: com’è piccino! Le cose con il tempo non miglioravano. Tutti sapeva­no intorno a noi, meno Roberto e io. Ci mandarono da un medico famoso. Quando tornammo a casa rimisi Enrico nella culla, lo guardai e pregai: “Signore, Dio dà e Dio toglie: riprenditelo ora. A che serve la sua vita inu­tile?”. Non ho mai capito fino in fondo come Roberto abbia reagito, come abbia pregato, come abbia trovato la forza di un abbraccio che mi ha consolato. So per certo che ha pianto anche lui, ma per Enrico ha avuto solo sorrisi e carezze.

Io però ho proprio pregato così: “Signore, riprenditi ora questa vita inutile!”. Da allora continuo a chiedere perdono della mia preghiera orribile, di quel momento disperato. Perdonami Enrico, perdonami.

Roberto e io abbiamo imparato che era un figlio come gli altri, solo con problemi diversi. Quando Enrico disse per la prima volta “mamma” abbiamo pianto di gioia, anche se aveva già tre anni. Quando ci correva incontro goffo e barcollante aprivamo le braccia e ci furono istanti di felicità, anche se Enrico aveva già superato i quattro anni. Ci ha insegnato la pazienza.

Quando a quell’epoca nessuno voleva accettare Enrico, né la scuola, né la società, Roberto e io abbiamo imparato a essere umili, sorridenti, gentili perché qual­cuno gli facesse almeno una carezza. Ci ha insegnato l’umiltà.

Quando la gente cominciò ad accorgersi dei bambini segnati da limiti insuperabili, come Enrico e tanti altri, Roberto e io abbiamo cominciato a combattere una bat­taglia che non è ancora finita, perché Enrico fosse accet­tato e fossero abbattute le troppe barriere che rendono ancora più difficile una vita non facile. Ci ha insegnato a lottare.

Quando gli altri genitori sognavano per i loro figli il primo posto a scuola, nella carriera, nella società, noi ci accontentavamo dei piccoli progressi di Enrico e che almeno non regredisse. E così Enrico ha insegnato a Roberto e a me a desiderare per i figli la felicità e non la ric­chezza e il successo.

È inutile una vita così?

Negli anni della nostra maturità Roberto e io avevamo conosciuto una tenerezza nuova, un’intesa mai raggiunta prima; tutti e tre passammo l’ultima vacanza felice all’El­ba, la più bella di tutta la nostra vita. Poi la malattia e la morte di Roberto…

Quando tornai disperata dal cimitero trovai a casa En­rico: non aveva capito molto, ma sentiva che qualche cosa di terribile era successo. E per Enrico ho ricominciato: prima a sopravvivere, poi, sia pure in tono minore, a vive­re. Per Enrico ho ricominciato a lavorare, a lottare.

Enrico è ora tutta la mia compagnia: se ho ancora una carezza, se qualcuno ancora mi abbraccia, se qualcuno ancora si ricorda che il bisogno di tenerezza non ha età, io lo devo a Enrico. Se riesco ancora a dare felicità a qual­cuno, questo è Enrico, il mio figlio ventenne rimasto bam­bino: a lui basta tanto poco per essere felice. Inutile la sua vita?» (Giovanna, la mamma di Enrico).

 Nessuno sia solo.

Raccolgo con gratitudine questa testimonianza di Giovanna e vorrei farne tesoro e condividerla con tutti voi che avete accolto un figlio, una figlia con gravi handicap, come se potessi anch’io inserirmi nella rete di solidarietà che unisce le famiglie con figli disabili.

Ho incontrato mamme e papà che hanno ricevuto la diagnosi sul loro bambino come una ferita che non è mai più guarita: ne è venuta una disperazione. Poi qualcuno si è lasciato trascinare nel vizio, per dimenticare; qualcuno si è lasciato schiacciare in un umore cupo che ha reso la vita di casa desolata, senza feste, senza sorrisi, senza speranza; qualcuno è scappato via, senza voltarsi indietro, forse inse­guito per sempre dal ricordo di uno sguardo, di una carez­za di bambino.

Ci sono però mamme e papà che come Giovanna e Roberto si sono lasciati condurre piano piano dal figlio che non poteva camminare, ma li ha portati lontano; sono stati istruiti di una sapienza superiore, dal figlio che impara così poco e così lentamente! Sono stati tratti fuori dal loro isolamento e dalla timidezza di comunicare, dal loro figlio che comunicare quasi non sa.

La pazienza, l’umiltà, la fortezza, il desiderio della feli­cità costruiscono relazioni: nessuna famiglia, nessuno si senta abbandonato e imprigionato dalla solitudine. Le comunità cristiane con la loro tradizionale creatività e dedizione, le istituzioni e le associazioni di volontariato con l’impegno e la professionalità di molti operatori in molti modi vengono in aiuto a chi ha un figlio disabile. L’aiuto non elimina le fatiche, ma le rende più sostenibili, non di­stoglie dalle preoccupazioni sul presente e sul futuro, ma allevia l’angoscia.

Siamo invitati a rispondere al bisogno del più debole come a un appello che costruisce relazioni: non bastano istituzioni alle quali affidare i problemi assistenziali, ma occorre da parte di tutti allargare gli spazi del cuore e della vita per condividere, farsi attenti, rendersi disponibili, così che i «problemi assistenziali» assumano il volto concreto di un vicino di casa al quale dedicare un pomeriggio, di un ragazzo da invitare alla festa di compleanno coi miei nipo­ti, suoi coetanei, di un amico al quale telefonare perché ricorre nel calendario una data per lui significativa.

 Le strane vie della felicità.

La compassione, anche se spontanea e ben intenzionata, può diventare in qualche caso un atteggiamento che avvili­sce. Nasce in questi casi da un’ingenuità: viene naturale immaginarsi dentro un altro corpo, un’altra storia. E con­cludere: «Se fossi come lui, che non sa fare questo e quello, che non può andare qua e là, che non potrà mai fare questa o quella esperienza… sarei un infelice».

La felicità però percorre strane vie e mi è capitato di tro­vare più gioia proprio là dove un atteggiamento compassio­nevole l’avrebbe esclusa. Ha una verità profonda – credo ­anche il nome che ora, spesso, si introduce e che merita attenzione. Si usa ora dire: «diversamente abile». Ci sono in effetti abilità che sono troppo trascurate. Temo che il mondo sarà condannato all’infelicità se non le impara e pos­sono essere nostri maestri proprio uomini e donne che non hanno capacità d’inseguire i ritmi frenetici della produttivi­tà e le relazioni sbrigative della convenienza.

L’arte di essere felici richiede l’attitudine alla gioia per le relazioni buone, per la condivisione dei progressi minimi, per quel comunicare che è uno stare vicino più che l’artifi­cio delle buone maniere. Non tutti sperimentiamo la stessa felicità, ma forse troppi non ne sperimentano nessuna.

Posso raccomandare come via sicura per giungere alla felicità quella di dedicarsi alla felicità degli altri. E l’espe­rienza che mi raccontano tutti quelli che hanno provato a dedicare un po’ di tempo a persone che hanno bisogno di un aiuto: «Sono andato per dare e invece ho ricevuto».

Quante cose dobbiamo imparare! «Occorre promuove­re cammini educativi, specie con i giovani, non solo per con­trastare la cultura che presenta la normalità della vita sem­pre contraddistinta dai tratti della salute e del benessere fisi­co e psichico, ma anche per offrire una visione cristiana e completa della vita umana» (Famiglia diventa anima del mondo, n. l7).

 La questione del perché.

La nascita di Enrico ha provocato nella sua mamma e nel suo papà chi sa quante domande, forse anche sensi di colpa, certo momenti di ribellione e di sconcerto. Siamo abi­tuati a tradurre questo groviglio di pensieri e sentimenti nella domanda che suona come una protesta e sembra rima­nere senza risposta: «Perché? Perché proprio a noi? Perché Dio ci ha fatto questo?». Sarà una preghiera? Sarà una bestemmia? Sarà una provocazione? Non so. Certo io non so la risposta. Forse anche la domanda, per quanto sponta­nea, può essere poco illuminante. Mi sono abituato a pensa­re che questo «perché» non giunge a nessuna luce se pre­tende d’individuare la concatenazione delle cause, o i pro­getti e le intenzioni di un qualche essere responsabile di quel­lo che è successo. Piuttosto trovo aiuto nel pensare che que­sta domanda mi porta a cercare il senso e il fine, più che la causa o il colpevole: «Per quale scopo è nato Enrico? Dove siamo chiamati ad arrivare con lui?».

Misteriosa e piena di luce, anche davanti ai nostri per­ché, è la parola di Gesù: «Perché in lui siano manifestate le opere», i segni di Dio (Gv 9, 3). Non da Dio vengono il male, l’ingiustizia e il dolore. Ma i segni di Dio, che è amore, abi­tano anche i giorni difficili della prova. A volte splendono inaspettatamente in una famiglia che avrebbe ragioni per scoraggiarsi e imprecare e invece accetta di camminare sulle vie della semplicità di cuore e del dono di sé. Dove questi segni di Dio si manifestano una famiglia diventa veramente anima e luce del mondo.

Si può immaginare, allora, che la risposta al «perché?» sia quella che la mamma di Enrico ha trovato e scritto nella sua lettera. Questo bambino, come ogni figlio, è nato per essere felice e per fare felici coloro che lo amano; questo bambino, come ogni figlio, poiché ha bisogno di tanto aiuto, aiuterà il papà e la mamma e tutti coloro che si curano di lui a diventare più capaci di aiutare, più capaci di donare, più capaci di comprendere, insomma a diventare uomini e donne migliori, a costruire una vita umana migliore.

Non è una missione da poco.

 Conclusione: Manda il tuo Spirito consolatore.

Sono finite le parole che sono riuscito a scriverti. Non finisce, però, quella solidarietà profonda che provo dentro di me e che vorrei farti sentire. Dietro le parole, e anche senza parole, continua la commozione di fronte al dolore inno­cente. Continua lo sgomento che la potenza della malattia fa nascere in me ogni volta che la incontro. Continua il desi­derio pressante che nella prova ci sia tregua per chi ha già tanto sofferto. Continua la preghiera spontanea che sgorga da sempre nel cuore dell’uomo e che innalzo, con te, ogni giorno: «Perché, Signore? Perché sembri nasconderti? Perché, mentre attendiamo da te un volto di luce e di bene­volenza, ci troviamo invece immersi in questo crogiuolo di dolore e paura?».

Finiscono le parole che si possono dire, ma non finisco­no l’ammirazione e la gratitudine per tante testimonianze di bene e di speranza; non finisce la luce che mi hanno comunicato gli occhi e il coraggio di tanti fratelli e sorelle; non finisce la carità che riempie e trabocca da tante fami­glie provate e tribolate. Sì, c’è tanto dolore, ma la terra è piena e traboccante dell’amore di Dio che è in mezzo a noi!

Non finisce, allora, ma continua la mia preghiera per te, famiglia che soffri e sei nella prova. E mettendo il mio cuore accanto al tuo sento nascere in me l’antica parola del salmo: «Eppure [Signore] tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani» (Sal 9, 35).

Quante famiglie, Signore, vivono ogni giornata fin dall’inizio come una lotta e un affanno, perché il dolore è entrato nella loro casa; e quante vivono questa lotta nella solitudine e nel silenzio; e quante, forse, invocano il tuo nome quasi disperando di averne risposta.

Eppure tu, Signore, non hai chiuso gli occhi, non hai spento la tua voce, non hai serrato le mani e nascosto la fac­cia! Eppure tu, Signore, vedi l’affanno di molti, e ti chini sul dolore di tutti. Non sei assente, Signore, e ce ne dai prova, discreta ma certa, nella carità che fiorisce e nella sere­na speranza che non si spegne nella vita di tante famiglie.

Ti invochiamo: manda il tuo santo Spirito consolatore! Entrando nella nostre case lo Spirito consolatore sia la tua voce soave che ci fa sentire la tua dolce compagnia; sia il tuo occhio benevolo che rompe il buio delle nostre paure; sia la tua mano forte nella quale possiamo riposare sicu­ri dai nostri affanni.

Manda il tuo santo Spirito consolatore, che continui nelle nostre famiglie i prodigi di compassione e guarigione che operava Gesù con le sue lacrime, con le sue preghiere e con i suoi gesti potenti.

Tu vedi anche l’affanno e il dolore nascosti ai nostri occhi: manda il tuo Spirito consolatore in tutte le case e in tutti i cuori nella prova perché nessuno si senta abbando­nato o dimenticato. E la luce del tuo volto sia la nostra benedizione e la forza dei nostri passi. Amen.

Milano, 10 febbraio 2009.

                                                           Dionigi card. Tettamanzi, arcivescovo di Milano

 

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