La religiosità popolare (CCC 1674-1676)
Questo Direttorio è strutturato in modo seguente:
Il Concilio Vaticano II ricorda chiaramente che “la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia” (SC 12), perché ad alimentare la vita spirituale dei fedeli vi sono anche “i pii esercizi del popolo cristiano” (SC 12); però questi esercizi devono essere ordinati in modo da essere in armonia con la liturgia, dalla liturgia devono in qualche modo trarre ispirazione, e alla liturgia devono condurre il popolo cristiano (cf. SC 13).
Nell’Evangelii Nuntiandi (n. 48), Paolo VI indica gli aspetti positivi della “pietà popolare”: se la religiosità popolare “è ben orientata… è ricca di valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere; rende capaci di generosità e di sacrificio fino all’eroismo… genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione…”.
Proviamo a specificare alcune linee caratteristiche delle pietà popolare:
a) La spontaneità e la ricchezza di sentimenti
b) La festività
c) La povertà radicale ed apertura al Trascendente
d) La memoria e la condivisione
La pietà popolare è “memoria” perché rivela un bisogno di cogliere la vita sostenendola nel ritmo di quanto si è sperimentato e visto e verso quanto anela. Tale esperienza del vissuto, tale animo “povero”, l’espressività simbolica, aprono all’umanità e alla partecipazione.
e) Il bisogno di aiuto, di protezione e la ricerca della sicurezza
Si può parlare qui di una specie di filo conduttore della pietà. Nella maggior parte delle sue espressioni la pietà popolare è animata, appunto, da un fiducioso bisogno di aiuto e di protezione e dalla ricerca di sicurezza.
f) Il richiamo alla tradizione
Si può parlare pure di alcuni “carismi” della pietà popolare:
2. Primato della liturgia
Dobbiamo ricordare che “ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (SC 7). Per questo motivo si deve superare l’equivoco che la liturgia non sia “popolare”. E’ da notare che il rinnovamento del Vaticano II ha inteso promuovere la partecipazione attiva del popolo nelle celebrazioni liturgiche, favorendo modi e spazi, ad. es. lingua del popolo, canti, coinvolgimento attivo, ministeri laicali…(cf. DPPL 11). L’eminenza della liturgia rispetto ad ogni altra possibile forma di preghiera cristiana deve trovare riscontro nella coscienza dei fedeli: “se le azioni sacramentali sono necessarie per vivere in Cristo, le forme della pietà popolare appartengono all’ambito del facoltativo…Ciò chiama in causa la formazione dei sacerdoti e dei fedeli, affinché venga data la preminenza alla preghiera liturgica e all’anno liturgico su ogni altra pratica di devozione” (DPPL 11).
La pietà popolare deve essere purificata e rinnovata! “Vale per la pietà popolare quanto asserito per la liturgia cristiana, ossia che «non può assolutamente accogliere riti di magia, di superstizione, di spiritismo, di vendetta o a connotazione sessuale»” (DPPL 12). In essa devono percepirsi: “l’afflato biblico, essendo improponibile una preghiera cristiana senza riferimento diretto o indiretto alla pagina biblica; l’afflato liturgico, dal momento che dispone e fa eco ai miseri celebrati nelle azioni liturgiche; l’afflato ecumenico, ossia la considerazione di sensibilità e tradizioni cristiane diverse, senza per questo giungere a inibizioni inopportune; l’afflato antropologico, che si esprime sia nel conservare simboli ed espressioni significative per un dato popolo evitando tuttavia l’arcaismo privo di senso, sia nello sforzo di interloquire con sensibilità odierne” (DPPL 12).
E ancora: la differenza oggettiva tra la pietà popolare e la liturgia deve essere visibile, ciò significa la non “commistione delle formule proprie di pii esercizi con le azioni liturgiche; gli atti di pietà e di devozione trovano il loro spazio al di fuori della celebrazione dell’Eucaristia e degli altri sacramenti” (DPPL 13). Di conseguenza si deve evitare la sovrapposizione, poiché il linguaggio, il ritmo, l’andamento, gli accenti teologici della pietà popolare si differenziano dai corrispondenti delle azioni liturgiche; si deve superare, dove è il caso, la concorrenza o la contrapposizione con le azioni liturgiche (va salvaguardata la precedenza da dare alla domenica, alla solennità, ai tempi e giorni liturgici); si deve pure evitare di apportare modalità di “celebrazione liturgica” ai pii esercizi, che debbono conservare il loro stile, la loro semplicità e il proprio linguaggio (cf. DPPL 13). Si deve inoltre ricordare che la pietà popolare deve essere sempre cristologica!
La pietà popolare possiede i suoi linguaggi. Si tratta soprattutto di linguaggio verbale, simbolico, corporeo e gestuale. Essi pur conservando la semplicità e la spontaneità d’espressione, devono essere curati, “in modo da far trasparire in ogni caso, insieme alla verità di fede, la grandezza dei misteri cristiani” (DPPL 14).
Si pensi ad esempio “all’uso di baciare o toccare con la mano le immagini, i luoghi, le reliquie e gli oggetti sacri; intraprendere pellegrinaggi e fare processioni; compiere tratti di strada o percorsi «speciali» a piedi scalzi o in ginocchio; presentare offerte, ceri e doni votivi; indossare abiti particolari; inginocchiarsi e prostrarsi; portare medaglie e insegne…” (DPPL 15). Questi e simili espressioni che sono tramandati da secoli di padre in figlio costituiscono modi diretti e semplici di manifestare esternamente “il sentire del cuore e l’impegno di vivere cristianamente”. Senza questa componente interiore c’è un grande rischio che la gestualità simbolica diventi una consuetudine vuota, formale, di routine (perché si faceva sempre così) e peggio ancora una superstizione.
Per quanto riguarda il linguaggio verbale, si deve ricordare che i testi di preghiere e formule di devozione devono “trarre ispirazione dalle pagine della Sacra Scrittura, della liturgia, dei Padri e del Magistero, concordare con la fede della Chiesa” (DPPL 16). Questi testi devono essere approvati dall’Ordinario del luogo (cf. CIC 826§3).
Tutto quello che si fa deve essere manifestazione di vera preghiera comune e non diventare mai un spettacolo (cf. DPPL 17).
Un posto privilegiato all’interno della pietà popolare occupano le immagini sacre. Si deve ricordare che l’iconografia per gli edifici sacri non è lasciata all’iniziativa privata. Di conseguenza si deve impedire che “quadri o statue ispirati da devozioni private di singoli siano imposte di fatto alla venerazione comune” (CIC 1188). Si deve stare attenti “affinché le immagini sacre variamente riprodotte ad uso dei fedeli, per essere esposte nelle case o portate al collo o custodite presso di sé, non scadano mai nella banalità né inducano in errore” (DPPL 18).
4. Responsabilità e competenze
“Le manifestazioni della pietà popolare sono sotto la responsabilità dell’Ordinario del luogo: a lui compete la loro regolamentazione, di incoraggiare nella funzione di aiuto ai fedeli per la vita cristiana, di purificarle dove è necessario e di evangelizzarle; di vegliare che non si sostituiscano né si mescolino con le celebrazioni liturgiche; di approvare i testi di preghiere e di formule connesse con atti pubblici di pietà e pratiche di devozione” (DPPL 21; 288; CIC 826§3).
[1] G. De Luca, Introduzione alla storia della pietà, Roma 1962, 6.
[2] Città del Vaticano 2002.
[3] Cf. P. Poupard (a cura di), Grande Dizionario delle Religioni, Assisi 1988, 1753-1754; B. Plongeron, La religion populaire dans l’Occident chrétien, Paris 1976.
[4] Cf. ad es.: S. De Fiores – T. Goffi (a cura di), Nuovo Dizionario di Spiritualità, Milano 1985, 1316-1331; J. Gevaert (a cura di), Dizionario di Catechetica, Torino 1986, 540-541.
[5] Cf. S. De Fiores – S. Meo (a cura di), Nuovo Dizionario di Mariologia, Milano 1986, 1111-1122.
[6] Cf. D. Pizzuti – P. Giannoni, Fede popolare, Torino 1979; G. Panteghini, La religiosità popolare. Provocazioni culturali ed ecclesiali, Padova 1996 (Strumenti di Scienze Religiose/Temi, 11), 141-153.
[7] Cf. R. Pannet, Le catholicisme populaire, Paris 1974.
[8] Cf. B. Gherardini, Chiesa, in NDM, op. cit., 363.
[9] Cf. V. Orlando, La religione del popolo, Bari 1980.
[10] Cf. C. Prandi, Religione e classi subalterne, Roma 1977.
[11] Cf. G. De Rosa, Vescovi, popolo e magia nel Sud, Napoli 1971.
[12] Cf. C. Valenziano, La religiosità popolare in prospettiva antropologica, in AA. VV., Ricerche sulla religiosità popolare, Bologna 1979, 83-118; H. Bourgeois, Le christianisme populaire. Un problème d’anthropologie théologique, in «La Maison-Dieu», 122(1975), 116-141, 449; M. Squillacciotti, Per un approccio antropologico – culturale al fenomeno della religiosità popolare, in AA.VV., Liturgia e religiosità popolare, proposte di analisi e orientamenti, Bologna 1979 (Studi di Liturgia, 7), 189-216.
[13] Cf. A.N. Terrin, La religiosità popolare in prospettiva fenomenologica. Tentativo di fondazione antropologico – religiosa, in AA. VV., Ricerche sulla religiosità popolare, op. cit., 119-148.
[14] Cf. V. Lanternari, Festa, carisma e apocalisse, Palermo 1983; Idem., Crisi e ricerca d’identità. Folklore e dinamica culturale, Napoli 1977 (Contributi di sociologia, 30); C. Prandi, La religione popolare fra potere e tradizione, Milano 1983; E. Pace, Nuovi paradigmi sociologici in tema di religione popolare, in Quadri concettuali nello studio della religiosità popolare, Padova 1985; L. Dani, Domanda e offerta religiosa. Analisi di una parrocchia italiana, Messaggero, Padova, 1986 (Studi religiosi).
[15] Qui si potrebbe citare diversi studi che sono apparsi negli ultimi anni. Per la bibliografia si veda: F.G.B. Trolese, Contributo per una bibliografia sulla religiosità popolare, in AA.VV., Ricerche sulla religiosità popolare, op. cit., 273-325; per gli anni successivi si veda diversi aggiornamenti bibliografici di B. Bosatra, in «La Scuola Cattolica» 110 (1982), 65-84; 300-313; 451-472); 111 (1983), 450-475; 113 (1985), 546-574; 115 (1987), 48-83; 117 (1989), 487-525; 120 (1992), 613-650; cf. anche Pietà popolare mariana in Italia. Documentazione bibliografica (1962-1992), in Theotokos, II (1994/2), 461-500. In questo campo entrano anche gli studi di carattere teologico – pastorale, cf. ad es. F. Bosao, Cos’è la pastorale popolare?, in Equipe Seladoc. Religiosità popolare, 1. Documenti. Riflessione teologico – pastorale, Roma 1977 (Quaderni ASAL, 32), 129-173, 425; F. Boulard, La religion populaire dans le débat de la pastorale contemporaine, in B. Plongeron, La religion populaire dans l’occident chrétien. Approches historiques, Paris 1976 (Bibliothèque Beauchesne, 2), 27-49; G. De Rosa, La religiosità popolare. Storia, teologia, pastorale, Roma 1981.
[16] Cf. L. Pinkus, Aspetti psicodinamici della religiosità popolare, in AA. VV., Liturgia e religiosità popolare, proposte di analisi e orientamenti, Bologna 1979, 131-160; N. Criniti, Psicopedagogia della religiosità popolare. Alla ricerca di una metodologia, in Vivarium, 3(1995), 249-263.
[17] Cf. Esortazione Apostolica “Evangelii Nuntiandi” (8 dicembre 1975), in AAS, 68(1975), 5-76; l’altro documento di Paolo VI, dove si parla della pietà popolare, è l’Esortazione Apostolica “Marialis Cultus” (2 febbraio 1974), in AAS, 66(1974), 113-168.
[18] Giovanni Paolo II, diverse volte e in diverse occasioni, ha “toccato” il tema della pietà popolare. Si veda: B. Testa, La religiosità popolare nel magistero di Giovanni Paolo II, in AA. VV., Religiosità popolare e teologia popolare, Milano 1987, 47-63.
[19] Lireria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2002.
[20] H. Cox, La festa dei folli, Milano 1971, 25.
[21] L. Wittgenstein, Note sul «Ramo d’oro» di Frazer, Milano 1975, 26.
[22] Cf. G. Agostino, Fede e pietà popolare, in Fede, pietà, religiosità popolare e San Francesco di Paola, Roma 1992, 11-24.
[23] E. Pironio, L’evangelizzazione in America Latina, in G. Caprile, Il Sinodo dei Vescovi 1974, Roma 1975, 152.
[24] Cf. Giovanni Paolo II, Sollicitudo Rei Socialis, (30 dicembre 1987), in AAS, 5(1988), 513-586.
[25] J. López Gay, Fondamenti teologici della religiosità popolare, in La religione popolare, Roma 1978, 105-106; cf. L. Gambero, La Madonna e la religiosità popolare, op. cit., 102.
[26] Cf. L. Maldonado, Introducciòn a la religiosidad popular, Santander 1985 (Presencia teològica, 21), 21; cf. anche V. Bo, Ricchezza e limiti della pietà popolare, in AA. VV., Liturgia e pietà popolare. Un popolo nuovo darà lode al Signore (Atti della XL Settimana Liturgica Nazionale – Taranto, 21-25 agosto 1989), Roma 1990, 69 (Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae». Sectio pastoralis, 9), 63-73.
[27] G. Panteghini, La religiosità popolare…, op. cit., 175.
[28] Cf. Lettera pastorale dei Vescovi della Campania, Il culto popolare e la comunità cristiana, in Il Regno – Documenti, 19 (1974), 121.
[29] G. Agostino, Pietà popolare, in NDM, op. cit., 1114.
[30] Idem., 1114.
[31] V. Bo, Ricchezza e limiti della pietà popolare, op. cit., 63.
[32] A.N. Terrin, Religiosità popolare e liturgia, in NDL, op. cit., 1094.
[33] L. Gambero, La Madonna e la religiosità popolare, in Ephemerides Mariologicae, 30 (1980), 111.
[34] Il Convegno si è svolto a Roma dal 22 al 25 novembre 1976.
[35] Insegnamenti di Paolo VI, Città del Vaticano, 14(1976), 969. Queste frasi sono state riprese e sviluppate da Papa Giovanni Paolo II durante l’omelia al santuario di Zapopàn (Messico): “Si può dire che la fede e la devozione a Maria e ai suoi misteri appartengono all’identità propria di questi popoli, e caratterizzano la loro pietà popolare (…). In essa, Maria Santissima occupa lo stesso luogo preminente che occupa nella totalità della fede cristiana. Ella è la Madre, la Regina, la Protettrice e il modello. A lei si viene per onorarla, per chiederle la sua intercessione, per imparare ad imitarla, cioè, per imparare ad essere un vero discepolo di Gesù” (Giovanni Paolo II, Omelia al Santuario di Zapopàn, in L’Osservatore Romano, 1-2(1979), 5).
[36] “Il primo gennaio 2003 il documento diventa norma della diocesi e tutti vi si dovranno adeguare” (cf. S. Boccaccio, Le feste religiose in Diocesi. Orientamenti e norme, Frosinone 2003, 1).
