Riti conclusivi della Messa

Messa. imm
Celebrare e presiedere l’eucaristia
 di Gianni Cavagnoli
I riti di conclusione
Rispetto ai riti iniziali, sovrabbondanti, quelli che concludono la celebrazione si presentano alquan­to striminziti. Va anzitutto rilevato che il legame con quanto precede è garantito dalla orazione dopo la comunione. Questa spazia verso la definitività, proiet­tando l’eucaristia nella direzione del suo compimento, cioè il banchetto finale delle nozze dell’Agnello (cf. Ap 19, 9), a cui tutti siamo già invitati a partecipare mediante il pegno della comunione sacramentale; o verso la missione della Chiesa nel mondo, chiedendo a Dio, ad esempio, che la redenzione operata da que­sti misteri trasformi tutta la nostra vita.

Ma, a parte questa relazione con ciò che precede im­mediatamente, i veri e propri riti di conclusione pre­sentano simile scansione: gli avvisi, o “brevi” comuni­cazioni al popolo. L’aggettivo che li qualifica e l’inci­so che viene aggiunto («quando sono necessari»: OG­MR 90) delimitano molto il valore di questo elemento rituale, prettamente pratico. E siccome è noto che, specialmente se non sono scritti, cadono facilmente nell’oblio, è bene attenersi al rigore della lettera.
Purtroppo le esagerazioni sono innumerevoli, così da costituire spesso una specie di seconda omelia, so­prattutto là dove il responsabile della comunità intervie­ne a questo punto per sopperire a chi ha presieduto la celebrazione. Ogni pia esortazione risulta inutile: la ver­bosità, che si ritiene dovrebbe veicolare la forza della convinzione, è saldamente incarnata nei presbiteri, gio­vani o attempati che siano. Un semplice richiamo, a flash, sarebbe più che sufficiente e proficuo da tutti i versanti. Oggi poi il supporto grafico è quanto mai prov­videnziale e irrinunciabile per raggiungere lo scopo.
Il saluto e la benedizione di chi presiede costituiscono l’altro elemento portante. A tal proposito, per conferire consistenza concreta alla benedizione vera e propria, il Messale viene in soccorso sia con le orazioni sul popolo, sia con le cosiddette benedizioni “solenni”.
Le prime assolvono, seppur genericamente, quanto si è già affermato per l’orazione dopo la comunione, che si protende alla testimonianza cristiana. In una, ad esem­pio, si chiede che il popolo viva «del dono che ha ricevu­to nei santi misteri». Le seconde, invece, sono in sintonia con il contenuto specifico della celebrazione e riassumono in forma di augurio, in differente scansione nume­rica, alcuni aspetti del mistero celebrato. Al riguardo si potrebbe solo aggiungere l’auspicio che, almeno nelle li­turgie festive, si prevedano sempre queste benedizioni di Dio sul popolo, chiamato a diventare testimone a tutto campo dell’evento che ha condiviso. E, onestamente, non sarebbe impossibile pervenire a tale meta.
La benedizione vera e propria andrebbe ricevuta inchinati, secondo l’invito del diacono, e contempla che, in sincronia con l’augurio («Vi benedica Dio onnipo­tente…»), si tracci il segno di croce. Il “vi benedica” ri­sulta di per sé totalizzante, nella visione biblica del be­ne-dire, abbracciando tanto il movimento ascendente, quanto quello discendente. Non manca invece chi, per eccesso di zelo, vi aggiunge una sequenza di altri ver­bi, del tutto superflui e ridondanti: «Vi accompagni, vi guidi, vi illumini, vi protegga…». E via di seguito.
Il segno di croce, poi, sta a indicare da dove scaturi­sce ogni benedizione: dal Cristo, crocifisso e risorto, rivel­atore dell’amore del Padre nella forza dello Spirito San­to, che sigilla la continuità di tale opera (cf. Ef 1, 3-14). Davvero l’esultanza paolina: «Quanto a me non ci sia alt­ro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6, 14) è racchiusa nel segno della croce, potenza e sapienza di Dio (cf. 1Cor 1, 24). Da qui scaturisce la missione della Chiesa, alla quale si viene sollecitati dalla volontà stessa di Cristo: «Andate!» Mt 28, 19). Imperativo arricchito poi con le più svariate circonlocuzioni, che i diaconi sanno coniare.
Risulta logico che, se segue un’altra modalità di conc­lusione della celebrazione, come nel caso del commiato di un defunto nelle Esequie, si debba rispettare il dettato rubricale, che prevede l’omissio­ne di questi riti, cioè il saluto, la benedizione e il congedo (cf. OGMR 170). Per molti presbiteri queste risultano ancora parole sprecate, in quanto ostinatamen­te si aggrappano alle più fantasio­se soluzioni, fino a suscitare il ridicolo, in alcuni frangenti. A questo punto, riuscire a farli desistere da quest’opera mal­destra diventerebbe una vera “benedizione”!
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