2839.jpgIII. Dare forma Eucaristica alla vita
L’Eucaristia è fonte e culmine della vita cristiana. Intorno all’Eucaristia tutta si raccoglie la vita del fedele e della comunità cristiana. Anzi: ad essa si conforma, della sua stessa sostanza partecipa. E’ questa l’idea-guida, l’architrave della terza parte dell’Esortazione apostolica «Sacramentum caritatis», quella centrata sulla testimonianza e sulla missione (cf. nn.70-93). Testimonianza e missione il cui paradigma è «la forma eucaristica della vita cristiana». Il mistero creduto e celebrato – vi si legge – genera un dinamismo, si fa, in noi, principio di vita nuova, anima della testimonianza e della missione: «colui che mangia di me vivrà per me» già in questo tempo. Nelle note che seguono, percorreremo dapprima, in termini descrittivi e sintetici, il testo di questa terza parte del documento, ne fisseremo le tesi portanti; poi isoleremo talune questioni da esso evocate e proporremo, al riguardo, qualche spunto di riflessione con specifica attenzione alle implicazioni che se ne ricavano per la vocazione e la missione del fedele laico.
1. Contenuto
San Paolo, nella sua Lettera ai Romani (12,1), esorta a offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. E conclude che questo, non altro, è il nostro culto spirituale. Dunque il vero culto a Dio è il dono di sé, l’offerta della propria persona. L’accento è posto sulla concretezza del dono di sé, come si evince dal riferimento al corpo. Concretezza e totalità dell’esperienza umana in tutte le sue espressioni e declinazioni. Qui ci soccorre il san Paolo della Prima lettera ai Corinzi (10, 31): sia che si mangi, sia che si beva, sia che si faccia qualsiasi altra cosa, tutto va fatto per la gloria di Dio. L’Eucaristia abilita a interpretare e a vivere ogni valore e ogni esperienza umana in pienezza. Questo della pienezza è concetto centrale nella Rivelazione cristiana: è la promessa certa del centuplo evangelico, la rassicurazione che, in Gesù Cristo, si può vivere … al massimo. Che il cristianesimo, la sua luce e la sua grazia, riscattano, sublimano, esaltano l’esperienza umana in ogni suo profilo. Fanno più ricca, più bella, più attraente la vita, le persone, le cose. Ci fanno vivere «secondo la domenica». La domenica, per i cristiani, è il giorno nel quale si fa memoria viva e attuale della novità radicale portata da Cristo nella storia, cioè il suo amore che salva. Ci richiama cioè alla consapevolezza che noi stessi e la nostra vita siamo inscritti dentro un disegno d’amore che, insieme, ci attraversa e ci trascende. E che, dunque, la nostra esistenza è, contestualmente, un dono da contemplare e un compito da svolgere nel segno di quell’amore. Di nuovo: dando forma eucaristica alla propria vita. La domenica è inizio e termine della settimana. E’ il giorno del riposo festivo, dedicato a Dio, cui rendere lode e grazie, e dedicato alle gioie semplici e grandi della vita, agli affetti, alla conversazione, al contatto con la natura, alle buone letture. Ma la domenica è anche l’incipit e l’approdo della nostra feriale fatica, il giorno nel quale cerchiamo di conferire un senso umano e cristiano al lavoro, allo studio, alle nostre umane attività, spesso segnate dal sacrificio, dalla pena, dal conflitto. Di tutti questi elementi si carica o si dovrebbe caricare la nostra celebrazione domenicale. In essa la vita dà sostanza al rito e, reciprocamente, il rito dà senso e gusto alla vita. Nella Lettera apostolica «Dies Domini» (1998), Giovanni Paolo II fissa le quattro dimensioni della domenica: il giorno di Dio e della sua Creazione, il giorno di Cristo e della Risurrezione, il giorno della Chiesa raccolta in comunità, il giorno dell’uomo, intessuto di gioia, riposo e carità fraterna. Il riposo domenicale risponde altresì a un’esigenza etica ed educativa: quella di relativizzare il lavoro. Nel lavoro l’uomo realizza se stesso, stabilisce relazioni sociali, coopera all’edificazione della polis, ma egli non deve smarrire il senso della gerarchia dei valori quale risulta dal racconto della Creazione: il lavoro è per l’uomo, non l’uomo per il lavoro. E’ un antidoto all’idolatria e alla schiavitù del lavoro, allo sfruttamento e all’alienazione. E, per converso, un positivo contributo all’umanizzazione di esso. La forma eucaristica dell’esistenza cristiana si esprime anche nell’appartenenza ecclesiale, cioè nella partecipazione alla vita di una concreta comunità cristiana. Comunità di uomini e donne, ma anche comunità in certo modo «alternativa». Cioè comunità che, pur con i suoi limiti e le sue umane debolezze, ci prova a vivere e a testimoniare in forma esemplare, visibile e contagiosa la tensione propria dell’etica delle Beatitudini e la carità fraterna delle prime comunità apostoliche. Intrecciando relazioni che segnalino la «differenza», l’alterità, la trascendenza rispetto alle relazioni funzionali e contrattualistiche che, per lo più, connotano l’universo sociale e, segnatamente, la società economica e politica. La comunità cristiana deve rappresentare un serbatoio e un’oasi di fraternità. Non confinata in essa, ma lì praticata in forma esemplare e testimoniale. Merita notare che, nell’Esortazione, il Papa, che pure mostra apprezzamento per la vivacità di associazioni, movimenti e nuove comunità, non esita a definire la diocesi e la parrocchia come «strutture portanti della Chiesa in un particolare territorio» (n. 76). Esse, infatti, hanno due prerogative. La prima: vantano un rapporto speciale con il vescovo, che è, con l’Eucaristia e il presbiterio, elemento costitutivo della Chiesa del Signore. La seconda: diocesi e parrocchia, proprio in ragione del loro ancoraggio al territorio, sono la casa di tutti. In essa non ci si raccoglie su base di affinità spirituale, psicologica, sociale, anagrafica, ma solo e unicamente per amore del Signore e della sua Chiesa. Lì l’assemblea eucaristica davvero si raccoglie intorno al giusto suo centro. Se ne ricava che le aggregazioni ecclesiali devono integrarsi e compaginarsi dentro le Chiese particolari e intorno al loro pastore, così da cooperare allo sviluppo armonico della comunità nel suo insieme. Non sempre è così. L’Esortazione mette poi a tema il rapporto tra Eucaristia, comunità cristiana ed evangelizzazione delle culture. In genere e con specifico riguardo alle società avanzate. In via generale, la categoria-chiave è quella conciliare del «dialogo», cui il Papa fa seguire quella della «sfida». Il dialogo è un dare e un ricevere, è stabilire «un confronto con ogni realtà culturale per fermentarla evangelicamente» (n. 78), ma è anche, reciprocamente, un «esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono» (lTs 5, 21). Ma vi è un riferimento più puntuale al rapporto con le società e le culture segnate dal secolarismo, cioè dalla spinta a mettere ai margini la fede e a vivere «come se Dio non ci fosse». In tali contesti, non viene meno la tensione al dialogo. Solo esso esige una disciplina severa, contempla la cura di non conformarsi alla mentalità corrente, il discernimento critico, la vigilanza cristiana. Lì cade quanto mai pertinente il monito paolino: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2). L’Esortazione passa poi in rassegna i soggetti ecclesiali, illustra ciò che l’Eucaristia prescrive rispettivamente ai sacerdoti, ai religiosi, ai laici cristiani. I sacerdoti sono rappresentati come ricercatori di Dio e custodi del Mistero eucaristico prima che come maestri e pastori (cf. n. 80). I religiosi e le persone dedite alla vita consacrata sono custodi e garanti di una Chiesa che fa conto più sull’essere che non sul fare, grazie alla testimonianza profetica di una «fedeltà radicale e feconda» e a una loro esemplare apertura all’orizzonte escatologico della vita (cf. n. 81). I laici sono chiamati anch’essi alla santità nelle condizioni ordinarie e quotidiane dell’esistenza. Il mondo è il «campo fecondo della loro santificazione» (così Paolo VI). Essi devono assurgere a «testimoni riconoscibili nel loro ambiente di lavoro e nella società tutta» (n. 79). E’ bello che il Papa raccomandi ai pastori di non mancare mai di sostenere, educare e incoraggiare i fedeli laici. Come a dire che sta bene ammaestrare, ammonire e correggere i laici, ma, insieme, testimoniando loro quell’amore paterno che fa leva sulla cordiale fiducia nel loro protagonismo. Così pure, laddove si fa cenno al nesso tra forma eucaristica della vita e trasformazione morale, si prendono le distanze da un approccio moralistico: la vita buona, la tensione al bene scaturiscono dal dinamismo della libertà e dell’amore, dalla cura di corrispondere con tutto se stesso all’amore del Signore (cf. n. 82). La «coerenza eucaristica» affonda qui le sue radici e abbraccia la vita tutta intera, comprese le relazioni sociali e politiche e la stessa attività legislativa mirata alla promozione del bene comune. Un’attività che si àncora a valori non negoziabili inscritti nella stessa natura umana. Circa le implicazioni etico-sociali del Mistero eucaristico, papa Benedetto XVI fa tre rilievi. Il primo circa le situazioni di conflitto: la vera pace passa attraverso la restaurazione della giustizia, il dialogo, la riconciliazione e il perdono. Secondo rilievo: non è compito della Chiesa la battaglia politica per una società più giusta. Ad essa compete piuttosto il dovere di bonificare la ragione malata e di risvegliare le forze spirituali e morali. Spetta piuttosto ai laici cristiani convenientemente formati assumere direttamente responsabilità sociali e politiche. Il terzo rilievo è la raccomandazione a leggere i mali sociali non in modo superficiale. Una notazione interessante che, azzardo, sottintende l’impressione di un deficit di discernimento e di cultura politica tra i cristiani. Un prezioso contributo a illuminare e formare la coscienza cristiana ci viene dal Magistero sociale della Chiesa che – nota il Papa – si segnala per realismo ed equilibrio e dunque immunizza da fuorvianti compromessi o vacue utopie. Se Cristo, nell’Eucaristia, si è fatto pane spezzato per la vita del mondo, così anche il cristiano. Ma l’immagine concreta del pane suggerisce al Papa parole forti sul pane che manca, cioè sull’indigenza e sulle disuguaglianze «che gridano verso il cielo». Si rinviene qui una chiara e inequivocabile responsabilità degli uomini. L’ingiustizia, la fame, le malattie, le guerre non sono una fatalità. Potrebbero essere rimosse. A produrle sono strutture ingiuste. Rapporti commerciali, culturali e politici consolidati e ultimamente riconducibili a nostre precise responsabilità. Così pure per le minacce alla salvaguardia del creato, che non è realtà neutra, semplice materia da manipolare indiscriminatamente. Ma dono di Dio da trasformare sì, ma con misura e con rispetto. Anche da custodire e contemplare. Sin qui ci siamo limitati a riassumere i contenuti della terza parte dell’Esortazione apostolica, al più con qualche nostra sottolineatura. Ora isoleremo cinque questioni, cinque nodi tematici sui quali proporremo qualche spunto di riflessione la cui responsabilità è tutta e solo nostra, dunque dando per scontato un alto indice di congetturalità.
2. Prima questione: il nesso Verità-Carità
Sembra questione teorico-teologica, ma è invece questione dirimente circa il modo di interpretare e di vivere il cristianesimo. Esso, certo, custodisce e proclama una verità, quella fissata nella Scrittura la cui interpretazione autentica è affidata al Magistero della Chiesa e alla Tradizione. Ma appunto l’Eucaristia ci aiuta a comprendere come il contenuto proprio e originale della verità cristiana – il Mistero pasquale, Cristo morto e risorto per noi – è la carità. Nel senso forte, teologale, della parola. Recidere il nesso tra verità e carità snatura il volto del cristianesimo. Un equilibrio difficile, che si dipana tra gli opposti scogli di una dolciastra filantropia e di un dogmatismo – dottrinarismo per il quale la legge e l’istituzione soffocano lo spirito di libertà e di amore. Nella concreta vita della Chiesa si sono conosciute e si conoscono stagioni nelle quali quel delicato equilibrio si è rotto. Che il nostro sia un tempo dominato da relativismo, frammentazione del sapere e del vivere, pensiero debole è difficile negare. Che cioè si nutra pregiudiziale sfiducia circa la possibilità stessa di attingere la verità e che questo scetticismo propizi una morale dettata dalla doxa, cioè dall’acritica conformazione mimetica al «così fan tutti». Ma, per converso, si ha l’impressione che, a fronte di un ethos che le sfugge, talvolta la comunità cristiana reagisca emotivamente, nervosamente, o con lo scoramento, con l’estenuazione della speranza certa nella promessa di Dio e della sua operante presenza dentro questo tempo di prova e di grazia, ovvero irrigidendo se stessa e il proprio messaggio dentro una gabbia che ne soffoca il respiro evangelico, la sua libertà e la sua apertura universale. Facendo regredire il cristianesimo a religione civile di un Occidente in realtà quanto mai lontano dalla differenza-trascendenza cristiana.
3. Seconda questione: la Vocazione e la Missione dei Fedeli Laici
La centratura del documento sull’Eucaristia spiega l’accento posto sul fondamento comune e sulla missione sostanzialmente unitaria di tutti i fedeli, nonché sulla universale vocazione alla santità, quale che sia il loro stato di vita. Ciò non impedisce a papa Benedetto XVI di riservare riferimenti alla vocazione primaria e peculiare dei laici cristiani, in continuità con il consolidato Magistero: dalla Lumen gentium alla Gaudium et spes all’Apostolicam actuositatem all’Evangelii nuntiandi sino alla Christifideles laici, promulgata a coronamento del Sinodo sui laici del 1987 . Il mondo è luogo teologico, campo fecondo della santificazione dei laici. La politica in senso lato, intesa come quel complesso di attività volte all’edificazione della città dell’uomo, è affidata appunto ai laici. E’ ribadito cioè il principio della loro autonomia responsabile. In essa, i laici agiscono in scienza e coscienza. Sempre da cristiani, cioè in coerenza con i dettami della fede e della morale, ma in quanto cittadini in cordiale collaborazione con gli uomini di buona volontà e dentro le istituzioni di tutti. E non con superficialità. Cioè affinando la competenza, la conoscenza, le tecniche. Il Concilio parla di «vera perizia». Impadronendosi cioè di quelle leggi e di quei dinamismi che Dio stesso ha posto in essere all’atto della creazione. E’ il principio della relativa autonomia delle realtà creaturali.
4. Terza questione: il nesso tra contemplazione e azione
Esso corrisponde alla consapevolezza del cristiano che la vita è, insieme, dono e compito. Dono gratuito di Dio da contemplare e per il quale rendergli gloria e grazie, ma anche responsabilità da esercitare nel seno di quell’amore effusivo che ci ha generato e investito. Il racconto stesso della creazione fonda tale polarità. La natura, il cosmo sono da custodire e da trasformare. Da custodire come un bene prezioso in quanto manifestazione della grandezza e dell’amore di Dio. E da trasformare umanizzandoli, cioè riconducendoli al servizio dell’uomo – meglio: dell’intera famiglia umana, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – che Dio ha posto al vertice della creazione. Come recita la preghiera eucaristica quarta, Dio ha affidato la creazione alle mani operose dell’uomo, ma questi non deve rapportarsi alla natura quasi fosse un repertorio di materiali privo di un senso sacro ad esso immanente e dunque con cura e con rispetto. Si rinvengono qui le premesse per una matura coscienza ambientalista, umanistica e cristiana, che non incappa nelle opposte derive di un fondamentalismo ecologico che fa della natura un feticcio intangibile ovvero di un industrialismo che la saccheggia senza ritegno. Sono la cosiddetta «cultura del limite» e l’etica della responsabilità verso le generazioni future che hanno diritto a che sia loro trasmesso in eredità un cosmo non devastato. Come si vede, un’etica ambientalista umanistica, che si fa carico della salvaguardia del creato non in nome di una panteistica divinizzazione della natura, ma in omaggio al concreto bene delle concrete persone che abiteranno il mondo dopo di noi.
5. Quarta questione: discernimento e dialogo
Il dialogo vanta un fondamento teologico e addirittura trinitario. Il Dio cristiano è, in sé, dialogo d’amore tra le tre Persone del Mistero trinitario. In forza dell’Incarnazione, il divino e l’umano stabiliscono tra loro un intimo dialogo. La Chiesa, conformandosi a Gesù, non solo si dispone al dialogo, ma è dialogo tra Dio e gli uomini dentro il tempo. Dunque, i cristiani non sono una setta che se ne sta fuori o ai margini delle civiltà e delle culture, ma intrecciano un dialogo con esse. Si propongono di fermentarle, assumendone i valori e anzi dando loro pienezza. Naturalmente, il dialogo conosce due profili: esso è vaglio critico selettivo che assume e trattiene tutto e solo ciò che è buono, ma è anche positivo contributo ad esse della novità di cui è portatore il Vangelo. Dunque, vi sono elementi suscettibili di essere assimilati ed elementi per converso incompatibili con la verità cristiana. E’ la doppia legge dell’immanenza e della trascendenza del cristianesimo rispetto alle forme della coscienza e della convivenza. Quelle scolpite nella mirabile Lettera a Diogneto del II sec. dopo Cristo, che dipinge la «cittadinanza paradossale» dei primi cristiani dentro le comunità pagane dell’epoca: immersi in esse, partecipi delle loro leggi e dei loro costumi, ma, insieme, testimoni di una differenza – alterità che si manifesta visibilmente non in elementi estrinseci, ma nel loro complessivo modo di vivere. Si può dire: nel loro stile evangelico, tanto discreto quanto eloquente.
Contro una certa retorica del facile dialogo che sconfina nell’irenismo, il cristiano deve essere avvertito: dialogo è anche discernimento critico, resistenza-opposizione a ciò che con il cristianesimo è in contrasto. Non tutte le culture si equivalgono, dal punto di vista cristiano. La storia testimonia che si danno circostanze nelle quali il rapporto dei cristiani con la cultura-ambiente ha assunto un profilo critico-polemico. Sino a prescrivere la figura estrema del martirio. Non di necessità quello cruento che comporta l’effusione del sangue. Anche oggi, a ben riflettere, la testimonianza cristiana comporterebbe sacrifici non indifferenti, in termini di soldi, di carriera, di vantaggi. Semmai, a dispetto di certo vittimismo, c’è da chiedersi se la scomparsa del martirio nella vita dei cristiani non sia indizio di un deficit di genuina qualità evangelica nel vissuto cristiano.
6. Quinta questione: la coerenza eucaristica nella vita politica
E’ il n. 83 dell’Esortazione, che ha fatto discutere all’atto della sua promulgazione, in quanto impropriamente decontestualizzato e schiacciato su polemiche politiche contingenti. E’ utile riprodurre qui il passo incriminato: «Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana». Considerata la densità del brano, merita fare qualche chiosa con stretta aderenza al testo. Innanzitutto, in premessa, si ripropone una tesi che già abbiamo fissato: il culto gradito a Dio non si concreta tanto nel rito quanto piuttosto nella vita del credente. Più esattamente in una via donata, cioè conforme al paradigma di Gesù. Una vita concreta e totale, cioè comprensiva di ogni suo aspetto e dunque anche delle relazioni sociali e della testimonianza pubblica. Tale «coerenza eucaristica» è prescritta a ogni battezzato, ma, a fortiori, a chi porta responsabilità sociali e politiche. Il Papa motiva tale supplemento di responsabilità in capo agli uomini politici: essi «prendono decisioni» che influiscono sulla vita delle persone e della società. Anche con riguardo a valori fondamentali quali la vita, la famiglia, la libertà di educazione, il bene comune in senso lato. La loro coscienza è chiamata a proporre e sostenere leggi e provvedimenti ispirati ai valori radicati nella natura umana. E’ utile approfondire qualche elemento di questa sorta di dispositivo. Primo: non si tratta di un ordine di servizio, ma di un appello alla coscienza responsabile dei laici cristiani impegnati nella politica e nelle istituzioni. Sbagliano coloro che interpretano tale monito come una sconfessione del principio, acquisito dal più consolidato Magistero della Chiesa, della peculiare responsabilità laicale nel cercare il regno di Dio trattando le realtà temporali e ordinandole secondo Dio (cf. LG 31). Anzi, l’appello alla coscienza di politici e legislatori testimonia l’esatto contrario. Semmai evoca una celebre pagina della Gaudium et spes ove si legge: «Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, a ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero» (n. 43). Un monito, questo, ripreso quasi alla lettera da papa Benedetto XVI nell’Enciclica Deus caritas est al n. 29 ove si legge: «Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è proprio dei fedeli laici come cittadini dello Stato… Missione dei fedeli laici è pertanto di configurare rettamente la vita sociale, rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità». Secondo rilievo: i «valori fondamentali» esemplificativamente menzionati nell’Esortazione non esauriscono il più vasto campo delle questioni che interpellano la coscienza dell’operatore politico e del legislatore. Sia perché poi vi si aggiunge, come non meno cogente, il dovere della «promozione del bene comune in tutte le sue forme»; sia perché qualche paragrafo più avanti si tematizzano altre e altrettanto rilevanti questioni che hanno a che fare con la giustizia interna e internazionale, con la pace, con la salvaguardia del creato. Terza puntualizzazione: si chiede ai politici di «ispirarsi» a quei valori non negoziabili. Il verbo non è scelto a caso. Sottintende non già uno sconto, un di meno di tensione nel fare di quei valori il proprio orizzonte e la propria bussola, ma, questo sì, la consapevolezza dell’opera di mediazione, che è attività immanente all’azione politico-legislativa. In essa precisamente si concreta il bello e il difficile della «fatica del legislatore», il suo «dovere di stato», la sua deontologia. Esso, infatti, deve fare i conti con una doppia sfida: da un lato con l’ethos, il costume, le pratiche sociali; dall’altro con il pluralismo politico-culturale e delle stesse concezioni etiche, che contrassegnano le società moderne e che, nei regimi democratici, si riflette dentro gli organi elettivo-rappresentativi chiamati a prendere le decisioni pubbliche sulla base della regola della maggioranza. Regola discutibile quanto si vuole e tuttavia la meno imperfetta che la civiltà politica sia riuscita a concepire e realizzare. Del resto, è circostanza nota che quei «valori fondati nella natura umana» evocano una questione teorico-pratica cruciale per il legislatore sulla quale tuttavia si discute vivacemente in sede culturale oltre che politica. Alludo al controverso concetto di diritto naturale, al suo rapporto con il diritto positivo, alla disputa a proposito dell’appello a quella legge naturale a fronte di divergenze circa non solo la sua sussistenza ma anche la titolarità nella interpretazione autentica di essa. La consapevolezza di tale impegnativo compito in capo al politico e al legislatore affiora nelle parole pronunciate dal card. C.M. Martini nel 1998 nel quadro di una lezione tenuta alle scuole di formazione politica della diocesi di Milano: «Se è vero che i principi etici sono assoluti e immutabili e l’azione politica deve sempre ispirarsi ad essi, è pur vero però che l’azione politica non consiste di per sé nella realizzazione immediata dei principi etici assoluti, ma nella realizzazione del bene comune concretamente possibile in una determinata situazione». Si tratta della distanza che separa la giustizia più grande proclamata dal Vangelo che attinge la misura della dedizione totale e del perdono gratuito, dalla giustizia storicamente possibile. Una distanza che, sia chiaro, non esonera, anzi positivamente prescrive al cristiano, politico e non, di rendere tutta intera la testimonianza profetica di quei valori nella loro pienezza e che, se politico, lo impegna a farli rifluire nelle stesse leggi non appena ne maturassero le condizioni di costume e di consenso. E tuttavia una distanza che contempla un certo gradualismo. Infine, una distanza che, in certo modo, affligge in permanenza la condizione del politico cristiano, cui si richiede una severa disciplina, una sorta di ascesi nella dolorosa presa d’atto di un limite che ci istruisce a proposito della irriducibile incompiutezza di ogni impresa umana, che ci restituisce cioè all’umile consapevolezza che da noi soli non ce la possiamo fare e che semmai ciò che è impossibile all’uomo è possibile a Dio. La coerenza eucaristica si nutre anche di questa antinomia: un cristiano realismo, un senso del limite che incombe sulla condizione umana e civile, ma, insieme e soprattutto, la cristiana speranza, la fiducia certa nelle promesse di un Dio che ci ama e che ci salva.