Indulgenza – frutto dell’esperienza giubilare
1. Che cos’è l’indulgenza
L’indulgenza «permette di scoprire quanto sia illimitata la misericordia di Dio. Non è un caso che nell’antichità il termine “misericordia” fosse interscambiabile con quello di “indulgenza”, proprio perché esso intende esprimere la pienezza del perdono di Dio che non conosce confini». In questa sintesi di papa Francesco si racchiude il senso corretto di una parola che, nel corso della storia, ha visto molte incomprensioni ed è stata al centro di polemiche e contestazioni a tal punto vigorose da aver in qualche modo originato la Riforma protestante, avviata da Martin Lutero con la sua presa di posizione del 1517 contro l’esasperata vendita, usuale in quel tempo, dei benefici spirituali.
In realtà, per comprenderne l’attualità occorre tener presente che l’indulgenza si innesta nel rapporto fra la teologia e la spiritualità, fra la prassi penitenziale e la sollecitudine pastorale, e richiede il coinvolgimento della libertà personale, essendo strutturalmente legata a delle precise opere da compiere. Con la solenne terminologia ecclesiastica, papa Paolo VI così la definì nella costituzione apostolica Indulgentiarum doctrina (testo fedelmente ripreso nel Catechismo della Chiesa cattolica al n. 1471): «L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa e applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi».
In sostanza, nel sacramento della confessione il peccatore ottiene il perdono divino della colpa, ma gli resta da soddisfare la correlata pena per i peccati commessi, con la penitenza durante la vita terrena oppure in purgatorio. È proprio nella distinzione teologica fra colpa e pena la chiave di volta per comprendere ciò che a una valutazione superficiale può apparire un retaggio del passato, dall’aspro sapore medievale. E c’è ovviamente bisogno di uno sguardo di fede, che oltrepassi il semplice orizzonte terreno dell’esistenza e si ponga in rapporto con il mistero successivo all’evento della morte, nella consapevolezza dell’immortalità dell’anima.
Come ha riconosciuto il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore emerito, «le indulgenze sono incomprensibili per l’uomo secolarizzato e perfino per quei cristiani che, in nome della demitizzazione del cristianesimo, lo hanno ridotto a una dottrina etica, utile solo agli Stati moderni per conservare il loro potere. L’indulgenza è invece un inno alla libertà, un riconoscimento fino in fondo della dignità dell’uomo che – proprio perché razionale, libero e capace di volere – normalmente è responsabile dei propri atti. Il Giudizio universale non sarà un colpo di spugna sulla storia. Dunque il persistere della pena temporale, anche dopo l’assoluzione sacramentale della colpa, rende ciascun uomo consapevole delle conseguenze dei propri atti, gli indica il dovere responsabile della riparazione e, cosa ancora più importante, lo chiama alla partecipazione all’opera redentiva di Cristo, per sé e per i fratelli».
Per intendere correttamente tutto ciò occorre andare oltre il significato che attribuiamo sulla terra alle parole «giustizia» e «misericordia», considerandole nell’orizzonte della bontà suprema di Dio. Come precisò Francesco nella bolla del precedente Giubileo del 2015, «non sono due aspetti in contrasto fra loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice. La si intende di solito come l’osservanza integrale della Legge e il comportamento di ogni buon israelita conforme ai comandamenti dati da Dio. Questa visione, tuttavia, ha portato non poche volte a cadere nel legalismo, mistificando il senso originario e oscurando il valore profondo che la giustizia possiede. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio».
2. Requisiti per ricevere l’indulgenza
Le condizioni basilari per conseguire l’indulgenza «plenaria», come nel caso di quella giubilare – cui, secondo la consolidata dottrina della Chiesa, si affianca l’indulgenza «parziale», come avviene quando si recitano preghiere indulgenziate – sono tre: il sacramento della riconciliazione (confessione), il sacramento dell’eucaristia (comunione) e la preghiera secondo le intenzioni del pontefice.
Nella confessione, vissuta con il cuore distaccato da qualsiasi peccato, il fedele giunge alla soglia del Mistero, si avvicina a Dio e, allo stesso tempo, lascia che Dio si avvicini a lui. In questo sacramento, il penitente consente a Cristo buon samaritano di chinarsi su di lui e di medicargli ogni ferita, grazie alla redenzione da Lui operata mediante il sacrificio sulla croce.
La celebrazione dell’eucaristia, con la comunione sacramentale, sottolinea la dimensione ecclesiale dell’indulgenza, da contemplare in quella comunione soprannaturale che è dono dello Spirito Santo ed è comunione con tutta la Chiesa.
La preghiera secondo le intenzioni del pontefice ricorda come questa comunione non sia genericamente spirituale, ma debba essere concreta comunione con «la nostra santa madre Chiesa gerarchica», come ha ripetuto più volte Francesco. Questa specifica preghiera ricorda a tutti i fedeli che il primo compito del successore di san Pietro è proprio quello di pregare per la Chiesa: dunque, coloro che domandano alla Chiesa il dono dell’indulgenza sono chiamati a unire la loro preghiera a quella del papa, rendendola così universale.
Sarebbe opportuno adempiere la comunione e la preghiera secondo le intenzioni del pontefice nello stesso giorno in cui si compie il pellegrinaggio giubilare, ma tali condizioni, unitamente alla confessione, possono essere poste in pratica anche prima o dopo il pellegrinaggio (indicativamente entro una ventina di giorni).
Durante il pio pellegrinaggio in un luogo giubilare, secondo quanto indicato dalla Penitenzieria apostolica, il fedele dovrà partecipare devotamente alla santa messa, o in alternativa alla celebrazione della Parola di Dio, alla Liturgia delle ore (ufficio delle letture, lodi, vespri), alla Via Crucis, al rosario mariano, all’inno Akáthistos, a una celebrazione penitenziale che termini con le confessioni individuali dei penitenti. Infine, dovrà intrattenersi per un congruo periodo di tempo nell’adorazione eucaristica e nella meditazione, concludendo con il Padre nostro, la Professione di fede in qualsiasi forma legittima e le invocazioni a Maria, Madre di Dio.
Ugualmente, i fedeli potranno conseguire l’indulgenza giubilare se, con animo devoto, parteciperanno alle missioni popolari, a esercizi spirituali o a incontri di formazione sui testi del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa cattolica, da tenersi in una chiesa o altro luogo adatto. Sono inoltre raccomandate le opere di misericordia e di penitenza, con le quali il pellegrino testimonia la conversione intrapresa: l’indulgenza si otterrà dunque rendendo visita per un congruo tempo ai fratelli che si trovino in necessità o difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, diversamente abili, ecc.), quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro e ottemperando alle consuete condizioni spirituali, sacramentali e di preghiera.
Un’ulteriore possibilità prevista in questo Giubileo è collegata a iniziative che attuino in modo concreto e generoso lo spirito penitenziale che è l’anima del Giubileo, con la riscoperta, in particolare, del valore penitenziale del venerdì: evitando, in spirito di penitenza, almeno durante un giorno, futili distrazioni (reali ma anche virtuali, indotte per esempio dai media e dai social network) e consumi superflui (per esempio digiunando o praticando l’astinenza secondo le norme generali della Chiesa e le specificazioni dei vescovi), nonché devolvendo una proporzionata somma in denaro ai poveri; sostenendo opere di carattere religioso o sociale, in specie a favore della difesa e protezione della vita in ogni sua fase e della qualità stessa dell’esistenza, dell’infanzia abbandonata, della gioventù in difficoltà, degli anziani bisognosi o soli, dei migranti dai vari Paesi che abbandonano la loro terra alla ricerca di una vita migliore per sé stessi e per le loro famiglie; dedicando una congrua parte del proprio tempo libero ad attività di volontariato che rivestano interesse per la comunità o ad altre simili forme di personale impegno.
In ogni caso, i fedeli veramente pentiti che non potranno partecipare alle solenni celebrazioni, ai pellegrinaggi e alle pie visite per gravi motivi (per esempio monache e monaci di clausura, anziani, infermi, reclusi), conseguiranno l’indulgenza giubilare alle medesime condizioni se, uniti in spirito ai fedeli in presenza, particolarmente nei momenti in cui le parole del pontefice o dei vescovi diocesani verranno trasmesse attraverso i mezzi di comunicazione, reciteranno nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene il Padre nostro, la Professione di fede in qualsiasi forma legittima e altre preghiere conformi alle finalità dell’Anno santo, offrendo le sofferenze o i disagi della loro vita.
Già in occasione dell’Anno santo del 2015 Francesco aveva auspicato che «l’indulgenza giubilare giunga per ognuno come genuina esperienza della misericordia di Dio, la quale a tutti va incontro con il volto del Padre che accoglie e perdona, dimenticando completamente il peccato commesso». E aveva ribadito che tale indulgenza può essere ottenuta anche per quanti sono defunti: «A loro siamo legati per la testimonianza di fede e carità che ci hanno lasciato. Come li ricordiamo nella celebrazione eucaristica, così possiamo, nel grande mistero della comunione dei santi, pregare per loro, perché il volto misericordioso del Padre li liberi da ogni residuo di colpa e possa stringerli a sé nella beatitudine che non ha fine».
3. Tre aspetti del peccato
Nell’estrema sintesi tracciata da sant’Agostino, il peccato è «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna». E, come spiega il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, esso si concretizza «in un’offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore; ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana». In concreto, il peccato è la negazione del bene, la rinuncia, o addirittura il più deliberato rifiuto del bene, sotto l’apparenza di una sterile convenienza. Con il peccato e con la schiavitù che ne deriva non sarà mai possibile, perciò, scendere ad alcun compromesso, né morale, né dottrinale.
Vi sono tre passi della Bibbia che descrivono i diversi aspetti del peccato. Anzitutto in Genesi 3,1-24, dove troviamo il noto episodio di Adamo ed Eva che sono tentati dal serpente diabolico e soccombono alle sue lusinghe, per poi venire cacciati dal giardino dell’Eden. Qui si evidenzia la caratteristica del cedimento alla tentazione insinuata da Satana attraverso la menzogna, il mostrare il Male come Bene, come promozione della persona. Questo è l’inganno che sposta l’asse dall’oggettivo al soggettivo, per cui non è vero, giusto, buono ciò che è tale in sé, oggettivamente, ma ciò che sembra a me, soggettivamente: insomma a «Dio» si sostituisce l’«io». È facile comprendere come da tale sovversione di fondo discendano tutte le altre sovversioni e come possa essere violato anche l’ordine naturale. Il peccato risulta dunque qualcosa di diametralmente opposto all’adorazione, ovvero al riconoscimento pratico di Dio come l’unico Assoluto.
In secondo luogo, in Esodo 32,1-14, vi è la vicenda del vitello d’oro modellato da Aronne e venerato dagli israeliti mentre Mosè riceveva sul monte Sinai i dieci comandamenti. È l’esemplificazione del peccato che si commette quando si vorrebbe avere Dio a portata di mano, mentre Dio è trascendente, cioè sta al di là dell’esperienza sensibile: cosicché ci si «costruisce» una divinità, cadendo nell’idolatria e dando connotazioni divine a qualcosa che è semplicemente frutto del lavoro materiale dell’uomo. In ogni peccato grave c’è sempre un aspetto di idolatria, si offre un culto a una creatura, la quale diventa punto assoluto di riferimento. Ci sono idoli quali, per esempio, il denaro, il sesso, il potere, le ideologie più svariate, cui vengono sacrificati persone, princìpi, valori.
Infine, in Ezechiele 16,1-63 si legge il metaforico racconto relativo al peccato di adulterio commesso da Israele nell’adorare altre divinità, perlopiù appartenenti al mondo politeista delle nazioni vicine. Se la Genesi evidenzia la superbia e la disobbedienza come radici del peccato e se l’Esodo rileva il tentativo di costruirsi una divinità a proprio uso e consumo, il testo del profeta presenta il peccato come un gesto di ingratitudine dinanzi all’amore gratuito di Dio.
Come ha spiegato Francesco nella bolla del Giubileo 2025, «il peccato “lascia il segno”, porta con sé delle conseguenze: non solo esteriori, in quanto conseguenze del male commesso, ma anche interiori, in quanto ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato purgatorio. Dunque, permangono, nella nostra umanità debole e attratta dal male, dei “residui del peccato”. Essi vengono rimossi dall’indulgenza, sempre per la grazia di Cristo, il quale, come scrisse san Paolo VI, «è la nostra “indulgenza”». Qui, riflette il papa, «si impone la misericordia di Dio, che è più forte anche di questo. Essa diventa indulgenza del Padre che, attraverso la Sposa di Cristo, raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato, abilitandolo ad agire con carità, a crescere nell’amore piuttosto che ricadere nel peccato. Vivere l’indulgenza nell’Anno santo significa accostarsi alla misericordia del Padre con la certezza che il suo perdono si estende su tutta la vita del credente. Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che partecipa a tutti i benefici della redenzione di Cristo, perché il perdono sia esteso fino alle estreme conseguenze a cui giunge l’amore di Dio».
4. Peccato e confessione
Un rito di purificazione dal peccato esisteva già nell’ebraismo, dove la liturgia dello Yom Kippur garantiva, una volta l’anno e in modo solenne, il lavacro rituale dei peccati commessi dal popolo. Come viene narrato nell’Antico Testamento, all’immolazione della vittima e all’allontanamento del capro espiatorio nel deserto faceva seguito l’ingresso del sommo sacerdote nel Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme, con l’aspersione del kapporet, ossia il coperchio dell’Arca dell’alleanza.
La radice ebraica delle parole kippur (espiazione) e kapporet (propiziatorio) raccoglie i significati di «perdonare» e anche di «coprire», in quanto il sangue versato in sacrificio rendeva di nuovo Dio propizio al popolo e quel rito copriva i peccati compiuti dagli israeliti nell’arco dell’intero anno. Però, appunto, doveva essere ripetuto di anno in anno. Invece, il sacrificio di Cristo in croce, avvenuto una volta soltanto, è stato del tutto efficace per purificare i peccati dell’intera umanità, presente e futura. Una certezza che è documentata dal Credo degli apostoli, l’antica professione di fede che raggiunse la formulazione definitiva già nel II secolo, con l’espressione: «Credo la remissione dei peccati».
La certezza del perdono dei peccati, precisa il Catechismo della Chiesa cattolica, è congiunta «alla fede nello Spirito Santo, ma anche alla fede nella Chiesa e nella comunione dei santi». Cristo, in effetti, effuse il dono dello Spirito Santo sugli apostoli collegandolo alla remissione delle colpe commesse dagli uomini: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22-23). Parole che uniscono indissolubilmente l’azione divina del rimettere i peccati a ciò che la tradizione cattolica definisce il «potere delle chiavi».
Il Catechismo della Chiesa cattolica spiega chiaramente il dovere e l’importanza di accostarsi, anche con frequenza, al sacramento della penitenza, che offre a tutti i peccatori «una nuova possibilità di convertirsi e di recuperare la grazia della giustificazione». Sperimentando sempre di nuovo la potenza della misericordia di Dio, matura infatti nel fedele il desiderio di non offendere più Dio e di fuggire le occasioni di peccato. L’amore infinito di Dio spinge alla conversione, provoca il cambiamento di rotta, suscita il desiderio del Bene e il rifiuto del Male.
Il sacramento della riconciliazione è un modo concreto e reale per rinnovare l’incontro personale con Gesù Cristo. Se è vero che spesso si giunge alla celebrazione del sacramento dopo un lungo cammino, non senza travaglio interiore, e come meta di un precedente incontro personale con il Signore, è anche vero che non poche e radicali conversioni avvengono nella stessa celebrazione del sacramento, dove la grazia soprannaturale, che agisce attraverso il confessore e opera efficacemente nella coscienza del penitente, può condurre in brevi istanti ad altezze spirituali inimmaginabili per il solo criterio naturale.
Il rinnovamento dipende sempre, e inscindibilmente, da due fattori: uno è l’oggettività dell’azione dello Spirito Santo, l’altro è l’adesione della libertà umana. In nessun luogo, come nel sacramento della riconciliazione, questa duplicità trova la sua sintesi, che la Chiesa esprime nell’indicazione della necessità del pentimento per la validità dell’assoluzione sacramentale. Di fatto, la necessità del pentimento rappresenta – in termini più moderni – la necessità del concorso della libertà dell’uomo che accoglie, e così rinnova, l’incontro con Cristo. Non richiedere il pentimento significherebbe invece schiacciare e umiliare la libertà umana, riducendo l’uomo a una unilaterale interpretazione meccanicistica del suo agire, totalmente distante sia dalla dignità della creazione, sia dall’oggettiva e quotidiana esperienza esistenziale.
5. Remissione dei peccati
La prima forma di remissione dei peccati, operata dallo Spirito Santo, è il battesimo: «Professo un solo battesimo per il perdono dei peccati», recitano infatti i fedeli nel Credo di ogni messa festiva. Gesù stesso ha esplicitato la connessione fra questi elementi: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16, 15-16).
L’altro modo con cui lo Spirito Santo rimette i peccati nella Chiesa è attraverso il sacramento della riconciliazione e penitenza. Il fatto stesso che la confessione è stata spesso indicata quale «seconda penitenza», in riferimento alla prima penitenza battesimale, indica che in questo sacramento viene nuovamente e costantemente offerta quella purificazione che il cristiano ha ricevuto nel giorno in cui, spesso da neonato, è rinato dall’acqua e dallo Spirito.
La remissione dei peccati è esperienza di fede dell’essere perdonati da Dio e allo stesso tempo implica alcuni chiari contenuti dottrinali, dai quali derivano importanti conseguenze a livello morale, canonico e pastorale. C’è infatti una radice teologica profonda per la fede nella remissione dei peccati, un’esperienza di purificazione che si fonda essenzialmente sul merito redentore di Cristo e non in una qualsivoglia, per quanto lodevole, iniziativa umana. Per questo motivo la confessione sacramentale non consiste fondamentalmente in un colloquio fra sacerdote e fedele, bensì è il rinnovamento dell’efficacia del sacrificio di Cristo per una persona che, davvero pentita, invoca umilmente il perdono divino.
Importante in questo ambito è poi la dimensione ecclesiale della remissione dei peccati. Già otto secoli fa san Tommaso d’Aquino spiegò che «come in un organismo vivente l’attività di un membro torna a vantaggio dell’insieme, qualcosa di simile accade nel Corpo mistico che è la Chiesa. Tra le altre verità di fede, gli apostoli ci hanno tramandato questa della “comunione dei santi”, ossia la comunanza nei beni spirituali: il bene compiuto da uno si comunica agli altri fedeli».
Prosegue san Tommaso: «Ne deriva che, vivendo nella carità, ciascuno di noi partecipa della sia pur minima opera virtuosa che si compia nel mondo. In forza della comunione tra i santi, i meriti di Gesù sono distribuiti a ciascun fedele, e così i nostri meriti personali». Cosicché il carattere ecclesiale della remissione dei peccati ha anche l’ulteriore risvolto positivo di inserire l’uomo perdonato in una comunità vastissima, nella quale vige una misteriosa comunione di beni spirituali.
Affidando alla Chiesa la custodia del «tesoro delle indulgenze», Dio ha voluto affermare che tutti i redenti da Cristo sono uniti nella communio sanctorum (la comunione dei santi), che con un’immagine si potrebbe definire l’«alleanza per la salvezza», o più prosaicamente la «banca spirituale della Chiesa». Questo tesoro è perennemente incrementato dagli infiniti meriti di Cristo e dai meriti della beata Vergine Maria e di tutti i santi, che già vivono nella pienezza del paradiso. E l’alleanza è poi concretamente vissuta da tutti i battezzati in cammino verso la salvezza eterna, sia che essi siano ancora nell’esistenza terrena, sia che essi vivano quello stato di purificazione dalle pene dovute per i peccati, chiamato purgatorio.
È questa la ragione per cui ciascun battezzato può conseguire l’indulgenza per sé stesso, oppure può applicarla alle anime purganti. Chi è ancora nella vita terrena ha il dono della libertà e può sempre e maggiormente convertirsi; chi è in purgatorio ha la certezza della salvezza eterna, ma non ha più il dono della libertà, per cui non può più acquisire meriti. La mediazione della Chiesa, tuttavia, non è mai in contrasto con la libertà personale, tant’è vero che coloro che sono ancora sulla terra non possono ottenere l’indulgenza per un’altra persona vivente, ancora dotata della propria libertà e quindi chiamata ad accogliere personalmente il dono della misericordia.
6. Sacramento della penitenza
Francesco si sofferma nella bolla di indizione su questo aspetto fondamentale dell’evento giubilare, relativo al sacramento associato all’indulgenza, e spiega: «Il sacramento della penitenza ci assicura che Dio cancella i nostri peccati […]. La riconciliazione sacramentale non è solo una bella opportunità spirituale, ma rappresenta un passo decisivo, essenziale e irrinunciabile per il cammino di fede di ciascuno. Lì permettiamo al Signore di distruggere i nostri peccati, di risanarci il cuore, di rialzarci e di abbracciarci, di farci conoscere il suo volto tenero e compassionevole. Non c’è infatti modo migliore per conoscere Dio che lasciarsi riconciliare da Lui, assaporando il suo perdono. Non rinunciamo dunque alla confessione, ma riscopriamo la bellezza del sacramento della guarigione e della gioia, la bellezza del perdono dei peccati!».
Prosegue il papa: «Tale esperienza piena di perdono non può che aprire il cuore e la mente a perdonare. Perdonare non cambia il passato, non può modificare ciò che è già avvenuto; e, tuttavia, il perdono può permettere di cambiare il futuro e di vivere in modo diverso, senza rancore, livore e vendetta. Il futuro rischiarato dal perdono consente di leggere il passato con occhi diversi, più sereni, seppure ancora solcati da lacrime».
Il testo del Rito della penitenza, approvato da papa Paolo VI nel 1974, suddivide in quattro parti questo gesto, partendo da un richiamo per il fedele che si accosta al sacramento, il quale «deve anzitutto convertirsi di tutto cuore a Dio. Questa intima conversione del cuore, che comprende la contrizione del peccato e il proposito di una vita nuova, il peccatore la esprime mediante la confessione fatta alla Chiesa, la debita soddisfazione e l’emendamento di vita. E Dio accorda la remissione dei peccati per mezzo della Chiesa, che agisce attraverso il ministero dei sacerdoti».
Il momento iniziale è quello della contrizione, che è «il dolore e la detestazione del peccato commesso, con il proposito di non più peccare. E infatti al regno di Cristo noi possiamo giungere soltanto con la metànoia, cioè con quel cambiamento intimo e radicale, per effetto del quale l’uomo comincia a pensare, a giudicare e a riordinare la sua vita, mosso dalla santità e dalla bontà di Dio, come si è manifestata ed è stata a noi data in pienezza nel Figlio suo. Dipende da questa contrizione del cuore la verità della penitenza. La conversione, infatti, deve coinvolgere l’uomo nel suo intimo, così da rischiarare sempre più il suo spirito e renderlo ogni giorno più conforme al Cristo».
Il secondo, essenziale, passo è quello della confessione delle colpe, «che proviene dalla vera conoscenza di sé stesso e dalla contrizione per i peccati commessi. Però, sia l’esame accurato della propria coscienza, che l’accusa esterna, si devono fare alla luce della misericordia di Dio. La confessione poi esige nel penitente la volontà di aprire il cuore al ministro di Dio, e nel ministro di Dio la formulazione di un giudizio spirituale, con il quale, in forza del potere delle chiavi di rimettere o di ritenere i peccati, egli pronunzia, in persona Christi, la sentenza».
In seguito a ciò, c’è il pieno completamento della conversione, «con la soddisfazione per le colpe commesse, l’emendamento della vita e la riparazione dei danni arrecati. Il genere e la portata della soddisfazione si devono commisurare a ogni singolo penitente, in modo che ognuno ripari nel settore in cui ha mancato, e curi il suo male con una medicina efficace. È quindi necessario che la pena sia davvero un rimedio del peccato e trasformi in qualche modo la vita. Così il penitente, dimentico del passato, s’inserisce con nuovo impegno nel mistero della salvezza e si predispone al futuro che lo attende».
La penitenza può essere una preghiera da recitare, un testo da meditare, un’opera caritatevole da eseguire, o un digiuno da vivere. Preghiera, elemosina e digiuno erano del resto indicazioni presenti già nella cultura ebraica del tempo di Cristo e oggi è opportuno riscoprirle e valorizzarle. La preghiera è l’atto con cui l’uomo si pone umilmente davanti al Mistero, senza la quale non c’è fede, né vita spirituale, né possibilità reale di conversione. Le opere di carità, sia materiali sia spirituali, spalancano il cuore all’altro, al povero che ha bisogno di cibo e di soldi per sopravvivere, come al ricco che necessita di riscoprire i valori veri della vita. Il digiuno, soprattutto nella società dell’opulenza e del consumismo in cui viviamo, ci educa a una sobrietà di vita oggi indispensabile anche soltanto per immaginare un’economia differente, che metta l’uomo, e non il profitto, al centro.
Al termine della confessione, dopo aver ricevuto dal sacerdote l’indicazione della penitenza e prima della sua assoluzione sacramentale, il penitente recita l’Atto di dolore. La versione comunemente utilizzata è la seguente: «Mio Dio, mi pento e mi dolgo con rutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami». Ma esistono ulteriori preghiere penitenziali, alcune delle quali traggono spunto da versetti dei Salmi e dei Vangeli, che possono essere recitate secondo la sensibilità personale, o legittimi usi locali, anche nella preparazione alla confessione. Qualche esempio: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore»; «Lavami, Signore, da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi»; «Pietà di me, o Signore, secondo la tua misericordia; non guardare ai miei peccati e cancella tutte le mie colpe; crea in me un cuore puro e rinnova in me uno spirito di fortezza e di santità».
Infine, l’assoluzione, che è il segno del perdono divino: «Dio vuole infatti servirsi di segni sensibili per conferirci la salvezza, e rinnovare l’alleanza infranta: tutto rientra in quell’economia divina che ha portato alla manifestazione visibile della bontà di Dio, nostro Salvatore, e del suo amore per noi. Quindi per mezzo del sacramento della penitenza il Padre accoglie il figlio pentito che fa ritorno a lui, Cristo si pone sulle spalle la pecora smarrita per riportarla all’ovile e lo Spirito Santo santifica nuovamente il suo tempio o intensifica in esso la sua presenza». La formula recitata dal sacerdote è normalmente questa: «Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
7. Esame di coscienza
Per una confessione ben fatta occorre prepararsi con un esame di coscienza compiuto alla luce della parola di Dio, fondato in particolare sul decalogo dei comandamenti e sulle otto beatitudini del Discorso della montagna, insieme con la catechesi morale dei Vangeli e delle Lettere degli apostoli.
I dieci comandamenti sono: 1. Non avrai altro Dio fuori di me; 2. Non nominare il nome di Dio invano; 3. Ricordati di santificare le feste; 4. Onora il padre e la madre; 5. Non uccidere; 6. Non commettere atti impuri; 7. Non rubare; 8. Non dire falsa testimonianza; 9. Non desiderare la donna d'altri; 10. Non desiderare la roba d’altri». A essi si aggiunge il comandamento nuovo dell’amore, proposto da Gesù: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri».
Le otto beatitudini ci vengono presentate nel Vangelo di Matteo, al capitolo 5, e sono: 1. Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli; 2. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati; 3. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra; 4. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati; 5. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia; 6. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio; 7. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio; 8. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Inoltre, la Chiesa stabilisce cinque precetti, il cui scopo, spiega il Catechismo, è «di garantire ai fedeli il minimo indispensabile nello spirito di preghiera e nell’impegno morale, nella crescita dell’amore di Dio e del prossimo».
Il primo, «partecipa alla messa la domenica e le altre feste comandate e rimani libero dalle occupazioni del lavoro», invita i fedeli a santificare il giorno in cui si fa memoria della risurrezione del Signore – cioè la domenica – e tutte le festività cosiddette «di precetto», che ricordano i maggiori misteri della fede, le principali ricorrenze della vita della Madonna e i santi maggiormente significativi. Oltre alla partecipazione alla messa, c’è la sollecitazione a dedicare questo tempo libero ad attività che favoriscano la crescita interiore, le relazioni familiari e amicali, l’attenzione al prossimo in difficoltà.
Il secondo, «confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno», chiede a ogni persona di prendere innanzitutto coscienza della propria situazione spirituale, delle proprie responsabilità e del senso stesso della vita. Pertanto, dispone a una partecipazione più degna, e quindi fruttuosa, all’Eucaristia.
Il terzo, «ricevi il sacramento dell’eucaristia almeno a Pasqua», mette in risalto il significato delle celebrazioni pasquali, cioè il fatto che Cristo – attraverso la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione – ci ha salvati, aprendoci gli orizzonti della felicità eterna, in quel paradiso che è la nostra meta.
Il quarto, «in giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno», è un invito a quella sobrietà di vita che non può mancare nel cristiano. Non si tratta semplicemente di non mangiare carne (cosicché qualcuno si butta invece sull’aragosta!), bensì di allenare la propria volontà a saper fare a meno di qualcosa, per offrire come atto d’amore a Dio una pur piccola mortificazione.
Il quinto, «sovvieni alle necessità della Chiesa», ci aiuta a sentirci membri di una comunità e solidali con essa. I frutti di questo sostegno vanno non soltanto a beneficio della fondamentale opera di evangelizzazione, ma vengono impiegati anche in tutte quelle opere caritative che spargono nel mondo il buon profumo di Cristo.