Scuola dei Ministeri
SACRAMENTI DEL SERVIZIO DELLA COMUNIONE (CCC 1533-1666)

Il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia sono i sacramenti dell’iniziazione cristiana. In altre parole, essi fondano la vocazione comune di tutti i discepoli di Cristo, vocazione alla santità e alla missione di evangelizzare il mondo. Conferiscono le grazie necessarie per vivere secondo lo Spirito in questa vita di pellegrini in cammino verso la patria.
Due altri sacramenti, l’Ordine sacro e il Matrimonio, “sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio” (CCC 1534).
In questi sacramenti, coloro che sono già stati consacrati mediante il Battesimo e la Confermazione per il sacerdozio comune di tutti i fedeli (cf. LG 10) possono ricevere consacrazioni particolari. “Coloro che ricevono il sacramento dell’Ordine sono consacrati per essere «posti, in nome di Cristo, a pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio» (LG 11). Da parte loro, «i coniugi cristiani sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato» (GS 48)” (CCC 1535).
IL SACRAMENTO DELL’ORDINE (CCC 1536-1600)
Nella successione dei sette sacramenti, usuale a partire dall’alto Medioevo, il settimo è detto sacramento dell’Ordine. Con questo nome la Chiesa cattolica intende l’ufficio del ministero, articolato in tre gradi, ai cui detentori diamo il nome di vescovi, sacerdoti e diaconi, e che con buoni motivi, che poi verranno esposti, vogliamo considerare come sacramento di consacrazione. Grazie a questo sacramento “la missione affidata da Cristo ai suoi Apostoli continua ad essere esercitata nella Chiesa sino alla fine dei tempi” (CCC 1536).

1. Terminologia
La parola “Ordine”, nell’antichità romana, designava dei corpi costituiti in senso civile, soprattutto il corpo di coloro che governano. “Ordinatio” - ordinazione - indica l’integrazione in un “ordo” - ordine. Nella Chiesa ci sono corpi costituiti che la Tradizione, non senza fondamenti scritturistici (cf. Eb 5, 6; 7, 11; Sal 110, 4) chiama sin dai tempi antichi con il nome di “taxeis” (in greco), di “ordines”: così la Liturgia parla del “ordo episcoporum” - ordine dei vescovi, - del “ordo presbyterorum” - ordine dei presbiteri – del “ordo diaconorum” - ordine dei diaconi. Anche altri gruppi ricevono questo nome di “ordo”: i catecumeni, le vergini, gli sposi, le vedove… (CCC 1537).
L’integrazione in uno di questi corpi ecclesiali avveniva con un rito chiamato ordinatio, atto religioso e liturgico che consisteva in una consacrazione, una benedizione o un sacramento. Oggi la parola “ordinatio” è riservata all’atto sacramentale che integra nell’ordine dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi e che va al di là di una semplice elezione, designazione, delega o istituzione da parte della comunità, poiché conferisce un dono dello Spirito Santo che permette d’esercitare una “potestà sacra” (cf LG 10), la quale non può venire che da Cristo stesso, mediante la sua Chiesa. L’ordinazione è chiamata anche “consecratio” - consacrazione - poiché è una separazione e un’investitura da parte di Cristo stesso, per la sua Chiesa. L’imposizione delle mani del vescovo, insieme con la preghiera consacratoria, costituisce il segno visibile di tale consacrazione (CCC 1538).

2. Sacramento dell’Ordine nell’Economia della Salvezza 
Una piccola inchiesta negli scritti veterotestamentari ci aiuterà a capire il senso del sacerdozio nell’Antica Legge. Invece analizzando i testi neotestamentari cercheremo di chiarire in quanto il sacramento dell’Ordine corrisponde all’intenzione di Gesù e come fu visto e praticato nelle comunità apostoliche.

2.a) Il sacerdozio dell'Antica Alleanza (CCC 1539-1545)
Il popolo eletto fu costituito da Dio come “un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19, 6; cf. Is 61, 6). Ma all’interno del popolo d’Israele, Dio scelse una delle dodici tribù, quella di Levi, riservandola per il servizio liturgico (cf. Nm 1, 48-53).
Un rito proprio ha consacrato le origini del sacerdozio dell’Antica Alleanza (cf. Es 29, 1-30; Lv 8). In essa i sacerdoti sono costituiti “per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (cf. Eb 5, 1).
Istituito per annunciare la Parola di Dio (cf. Ml 2, 7-9) e per ristabilire la comunione con Dio mediante i sacrifici e la preghiera, tale sacerdozio è tuttavia impotente ad operare la salvezza, avendo bisogno d’offrire continuamente sacrifici e non potendo portare ad una santificazione definitiva (cf. Eb 5, 3; 7, 27; 10, 1-4), che soltanto il sacrificio di Cristo avrebbe operato.
La Chiesa vede tuttavia nel sacerdozio di Aronne e nel servizio dei leviti, come pure nell’istituzione dei settanta “Anziani” (cf. Nm 11, 24-25), delle prefigurazioni del ministero ordinato della Nuova Alleanza.

2.b) Unico sacerdozio di Cristo (CCC 1544-1545)
Tutte le prefigurazioni del sacerdozio dell’AT trovano il loro compimento in Cristo Gesù, unico “mediatore tra Dio e gli uomini” (1Tm 2, 5 ). Melchisedek, “sacerdote del Dio altissimo” (Gen 14, 18), è considerato dalla Tradizione cristiana come una prefigurazione del sacerdozio di Cristo, unico “sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek” (Eb 5, 10; 6, 20), “santo, innocente, senza macchia” (Eb 7, 26), il quale “con un’unica oblazione… ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati” (Eb 10, 14), cioè con l’unico sacrificio della sua croce.
Il sacrificio redentore di Cristo è unico, compiuto una volta per tutte. Tuttavia è reso presente nel sacrificio eucaristico della Chiesa. Lo stesso vale per l’unico sacerdozio di Cristo: esso è reso presente dal sacerdozio ministeriale senza che venga diminuita l’unicità del sacerdozio di Cristo. “Infatti solo Cristo è il vero sacerdote, mentre gli altri sono i suoi ministri” .
 
2.c) Due partecipazioni all’unico sacerdozio di Cristo (CCC 1546-1547)
Cristo, sommo sacerdote e unico mediatore, ha fatto della Chiesa “un Regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1, 6).
Tutta la comunità dei credenti è, come tale, sacerdotale. I fedeli esercitano il loro sacerdozio battesimale attraverso la partecipazione, ciascuno secondo la vocazione sua propria, alla missione di Cristo, Sacerdote, Profeta e Re. E’ per mezzo dei sacramenti del Battesimo e della Confermazione che i fedeli “vengono consacrati a formare... un sacerdozio santo” (LG 10).
Il sacerdozio ministeriale o gerarchico dei vescovi e dei sacerdoti e il sacerdozio comune di tutti i fedeli, anche se “l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo”, differiscono tuttavia essenzialmente, pur essendo “ordinati l’uno all’altro” (LG 10). In che senso? Mentre il sacerdozio comune dei fedeli si realizza nello sviluppo della grazia battesimale - vita di fede, di speranza e di carità, vita secondo lo Spirito - il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio comune, è relativo allo sviluppo della grazia battesimale di tutti i cristiani. E’ uno dei mezzi con i quali Cristo continua a costruire e a guidare la sua Chiesa. Proprio per questo motivo viene trasmesso mediante un sacramento specifico, il sacramento dell’Ordine.

2.d) In persona di Cristo Capo (CCC 1548-1551)
Nel servizio ecclesiale del ministero ordinato è Cristo stesso che è presente alla sua Chiesa in quanto Capo del suo Corpo, Pastore del suo gregge, Sommo Sacerdote del sacrificio redentore, Maestro di Verità. E’ ciò che la Chiesa esprime dicendo che il sacerdote, in virtù del sacramento dell’Ordine, agisce “in persona Christi capitis” - in persona di Cristo Capo (LG 10; 28; SC 33; PO 2; 6).
Attraverso il ministero ordinato, specialmente dei vescovi e dei sacerdoti, la presenza di Cristo quale Capo della Chiesa è resa visibile in mezzo alla comunità dei credenti ( cf. LG 21).
Questa presenza di Cristo nel ministro non deve essere intesa come se costui fosse premunito contro ogni debolezza umana, lo spirito di dominio, gli errori, persino il peccato. La forza dello Spirito Santo non garantisce nello stesso modo tutti gli atti dei ministri. Mentre nell’amministrazione dei sacramenti viene data questa garanzia, così che neppure il peccato del ministro può impedire il frutto della grazia, esistono molti altri atti in cui l’impronta umana del ministro lascia tracce che non sono sempre il segno della fedeltà al Vangelo e che di conseguenza possono nuocere alla fecondità apostolica della Chiesa.
Questo sacerdozio è ministeriale. “Questo ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio” (LG 24). Esso è interamente riferito a Cristo e agli uomini. Dipende interamente da Cristo e dal suo unico sacerdozio ed è stato istituito in favore degli uomini e della comunità della Chiesa. Il sacramento dell’Ordine comunica “una potestà sacra”, che è precisamente quella di Cristo. L’esercizio di tale autorità deve dunque misurarsi sul modello di Cristo, che per amore si è fatto l’ultimo e il servo di tutti (cf. Mc 10, 43-45; 1Pt 5, 3).

2.e) “A nome di tutta la Chiesa” (CCC 1552-1553)
Il sacerdozio ministeriale non ha solamente il compito di rappresentare Cristo - Capo della Chiesa - di fronte all’assemblea dei fedeli; esso agisce anche a nome di tutta la Chiesa allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa (cf. SC 33) e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico (cf. LG 10).
Questo “A nome di tutta la Chiesa” - non significa che i sacerdoti siano i delegati della comunità. La preghiera e l’offerta della Chiesa sono inseparabili dalla preghiera e dall’offerta di Cristo, suo Capo. E’ sempre il culto di Cristo nella e per mezzo della sua Chiesa. E’ tutta la Chiesa, Corpo di Cristo, che prega e si offre, “per ipsum et cum ipso et in ipso” - per lui, con lui e in lui – nell’unità dello Spirito Santo, a Dio Padre. Tutto il Corpo, “caput et membra” - capo e membra - prega e si offre; per questo coloro che, nel Corpo, sono i ministri in senso proprio, vengono chiamati ministri non solo di Cristo, ma anche della Chiesa. Proprio perché rappresenta Cristo, il sacerdozio ministeriale può rappresentare la Chiesa.
   
3. Tre gradi del sacramento dell’Ordine (CCC 1554-1561)
Nella LG leggiamo: “Il ministero ecclesiastico d’istituzione divina viene esercitato in diversi ordini, da quelli che già anticamente sono chiamati vescovi, presbiteri, diaconi” (n. 10). Lo sviluppo storico fece sì che strada facendo la molteplicità dei doni spirituali passasse in seconda linea e i ministeri fossero ridotti e concentrati nelle cariche direttive delle comunità . Questi capi della comunità vengono desi¬gnati (dapprima indistintamente) come pastori, episcopi e presbiteri, e solo in seguito vengono distinti gli uni dagli altri nelle loro funzioni e competenze. Le lettere del vescovo e martire Ignazio di Antiochia (dopo il 110) conoscono già i gradi gerarchici di vescovo, presbitero e diacono, con poteri ben determinati e reciproca correlazione. Questo ordinamento degli uffici si diffuse con relativa rapidità in tutta la Chiesa e si mantenne fino ad oggi. Se tra le molte possibilità di sviluppo delle idee fondamentali e delle impostazioni del NT, la storia ne ha fissata e istituzionalizzata una determinata, ciò è sicuramente legittimo e del tutto nella prospettiva biblica. Infatti appartiene all’essenza dello sviluppo storico che non tutte le possibilità vengano realizzate allo stesso tempo, bensì sempre e soltanto alcune, e queste spesso non sono ancora realizzate appieno così che rimangono aperte nuove porte a una evoluzione futura. Ad ogni modo non si dovrebbe trascurare il fatto che dietro il reale sviluppo ecclesiale non ci sono soltanto fattori legati al tempo, ma l’opera dello Spirito Santo, che Cristo ha promesso alla sua Chiesa per muoverla e assisterla. Questa reale evoluzione non significa quindi necessariamente che la Chiesa sia legata per sempre esclusivamente a questa forma concreta dei ministeri ecclesiastici. Proprio in questi nostri tempi vediamo come da bisogni pastorali e anche da un nuovo accento posto sul laicato sorgano nuove attività, le quali portano anche a nuovi ministeri, paragonabili alle sfere di competenza dei carismi neotestamentari in 1Cor 12.
Il riconoscimento dei mutamenti storici e delle possibilità non ancora esaurite non ci dispensa dall’obbligo di vedere e di accettare nell’attuale ordinamento del triplice ministero sacramentale uno sviluppo legittimo, che in definitiva ha le sue radici nella volontà salvifica di Cristo. Ministero sacramentale significa che vescovi, sacerdoti e diaconi sono segni e strumenti, rappresentanti attivi di Gesù Cristo, profeta, pastore e sacerdote, il quale opera nella e attraverso la sua Chiesa. Dovunque essi annunciano la parola di Dio, celebrano i sacramenti e prestano agli uomini le molteplici opere dell’amore che serve e della guida che aiuta, Cristo è presente ed è all’opera con essi (cf. SC 7).
Purtroppo quest’ufficio in certe epoche della storia della Chiesa e in non pochi dei suoi rappresentanti ha avuto una caratterizzazione storica meno corrispondente al suo significato e che ha oscurato la sua doverosa trasparenza nei confronti del sommo sacerdote e pastore Cristo. Infatti l’esercitare un ufficio per incarico di Cristo non può mai essere associato con un senso di potenza né mescolato con un desiderio di dominio. Gesù stesso ha energicamente messo in guardia i suoi discepoli di fronte a ciò (cf. Lc 22, 25s.). Più di molte parole il segno espressivo della lavanda dei piedi ai discepoli può mettere in evidenza l’atteggiamento richiesto a chi detiene un ufficio. Se lo sviluppo storico, specie dopo Costantino, in parte ha seguito un corso diverso, nessuno ne è più dispiaciuto di coloro che amano il Signore e la sua Chiesa. Peraltro si dovrà riconoscere che la Chiesa, specie dopo il Vaticano II si è sinceramente sforzata di eliminare una certa infelice eredità del passato.

4. Ordinazione del vescovo – pienezza del sacramento dell’Ordine (CCC 1555-1561)
Mentre, come già ricordato, negli scritti neotestamentari, le parole epìscopos (da cui la nostra parola italiana vescovo, letteralmente: soprintendente) e présbyter (da cui la nostra parola prete, letteral¬mente: anziano) sono ancora usate molto indistintamente, emerge all’inizio del sec. II, in Siria e in Asia minore, l’episcopato monarchico con autorità su presbiteri e diaconi. Le prime testimonianze sono for¬nite dalle lettere del vescovo e martire Ignazio di Antiochia. L’autorità dell’ufficio episcopale viene incrementata dal fatto che i suoi titolari, dalla metà del sec. II spesso si radunano in sinodi per deliberare sulla difesa dalle eresie, che si diffondono minacciosamente. Il conferimento liturgico dell’ufficio attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera, di cui si parla già nel NT (cf. At 6, 6; 1Tm 4, 14; 2Tm 1, 6), viene descritto per la prima volta nella Tradizione apostolica di Ippolito di Roma attorno all’anno 215. Ivi viene anche rilevata espressamente la preghiera epicletica dell’assemblea. L’ordinazione episcopale era pre¬ceduta dalla scelta del candidato da parte della comunità .
Nei secoli seguenti questo semplice rito ha conosciuto un forte processo di accrescimento e di proliferazione, riguardo al quale un apprezzato studioso di liturgia annota: «… il segno sacramentale si è ampliato in una profusione di simboli, che conduce la liturgia fino alle soglie del dramma sacro. Il pericolo che l’accessorio prevalesse sull’essenziale era così grande che tale fatto si è verificato» .
Di significato storico fu il fatto che già Pio XII con la Costituzione apostolica «Sacramentum ordinis» del 30 novembre 1947 decise con un intervento di magistero che il rito essenziale in tutti e tre i gradi del sacramento consistesse nell’imposizione delle mani e nella preghiera di ordinazione . Il Vaticano II era consapevole della debolezza non solo del Rito dell’ordinazione, ma anche della teologia dell’ufficio episcopale. Mentre la Sacrosancum Concilium, come primo documento del Concilio, con chiaro riserbo, si limita a chiedere una rielaborazione del Rito dell’ordinazione e permette nella consacrazione episcopale l’imposizione delle mani di tutti i vescovi presenti (invece di tre soltanto come finora), la Lumen Gentium e la Christus Dominus (Decreto del Vaticano II sull’ufficio pastorale dei vescovi nella Chiesa [28 ottobre 1965]) pongono in modo più approfondito le basi teolo¬giche.
Della consacrazione episcopale s’insegna che attraverso d’essa viene conferita la «pienezza del sacramento dell’Ordine» e che «i ve¬scovi, in modo eminente e visibile, sostengono le parti dello stesso Cristo Maestro, Pastore e Pontefice, e agiscono in sua persona» (LG 21). Peraltro nei documenti vaticani le espressioni latine ordinatio e consecratio vengono usate indistintamente come già appare in SC 76. Al contrario di una insoddisfacente teologia scolastica dell’Ordine non si contemplano più «la serie ascendente e a senso unico degli ordini e la concezione dell’ordinazione episcopale come un supplemento ono¬rifico ma non essenziale dell’ordinazione presbiterale» . Piuttosto i vescovi, in forza della «pienezza del sacramento dell’Ordine» che hanno ricevuto, hanno «legittimamente affidato in vario grado, l’ufficio del loro ministero a vari soggetti nella Chiesa» (LG 28), così che l’unico ministero si dirama in linea discendente.
Il nuovo ordinamento dei riti di ordinazione, voluto dalla SC, fu pubblicato come parte del Pontificale romano nel 1968 approvato con la Costituzione apostolica Pontificalis Romani di Paolo VI del 18 giugno 1968; l’edizione italiana apparve il 25 novembre 1979, col titolo Ordinazione del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi . Tutte le ordinazioni hanno luogo nell’ambito di una celebrazione eucaristica, dopo il Vangelo e possibilmente in un giorno domenicale o festivo per facilitare una grande partecipazione di fedeli. Per motivi pastorali però può essere scelto anche un altro giorno come, per l’ordinazione di un vescovo, la festa di un apostolo.
Il rito dell’ordinazione di un vescovo prevede che il consacrante principale abbia come con-consacranti almeno altri due vescovi. Però anche tutti gli altri vescovi presenti possono opportunamente (decet) diventare consacratori compiendo l’imposizione delle mani. Il candidato all’ordinazione, che nei testi ufficiali è designato come “eletto”, è assistito da due presbiteri. Tutti coloro che sono stati citati prendono parte all’Eucaristia concelebrando. L’ordinazione inizia dopo il Vangelo e ha la seguente struttura:

a) Invocazione allo Spirito santo, presentazione e lettura del mandato del papa
Come invocazione allo Spirito Santo è previsto il Veni, creator Spiritus o un altro inno corrispondente. L’eletto s’avvicina al consacrante principale. Uno dei sacerdoti che l’assistono fa la domanda d’ordinazione episcopale per l’eletto. Quindi viene letto il mandato del papa, al termine del quale tutti rispondono «Rendiamo grazie a Dio».

b) Omelia del celebrante principale
Nell’omelia il celebrante principale prende lo spunto dall’invio di Cristo da parte del Padre, che trova la sua continuazione nella missione degli apostoli, che essi a loro volta trasmettono ai loro successori con l’imposizione delle mani. Grazie a essa è conferita «la pienezza del sacerdozio» e continua «l’ininterrotta successione dei vescovi», e con essa si ha la prosecuzione dell’opera della salvezza. Nel vescovo il Cristo stesso attualizza il suo triplice ufficio. Di qui l’esortazione ai fedeli ad accogliere e a onorare il vescovo come «ministro di Cristo e dispensatore dei misteri di Dio». Allo stesso candidato all’ordinazione viene ricordato con forza il carattere di servizio del suo nuovo ufficio: l’episcopato è «un servire e non un onore, poiché al vescovo compete più il servizio che il dominare…». Nella partecipazione al triplice ufficio di Cristo egli deve seguire «sempre l’esempio di lui, buon pastore». Egli deve amare coloro che gli sono affidati come un padre e un fratello «prima di tutto i presbiteri e i diaconi tuoi collaboratori nel ministero» e poi in particolare non deve dimenticare i poveri e i malati, gli esiliati e gli stranieri. Anche a quelli ancora lontani dalla Chiesa egli deve dedicare il suo amore, poiché anche di essi egli è responsabile. Egli deve invitare i fedeli a collaborare al suo servizio apostolico, nel tempo stesso ascoltandoli volentieri. Oltre a ciò deve sentire la sollecitudine di tutte le Chiese e aiutare quelle che sono nel bisogno.

c) Interrogazioni
Le interrogazioni, nelle quali il celebrante principale ritorna ancora una volta su questi importanti obblighi e amplia il discorso con la domanda sulla disponibilità a custodire puro e integro il deposito tradizionale della fede e a rimanere unito al papa nell’obbedienza e nella fedeltà. Davanti a tutta l’assemblea il candidato consente con le parole: «Sì, lo voglio».

d) Litanie dei Santi
Le successive litanie dei santi, quale preghiera dell’assemblea, sono concluse dal consacrante principale con la preghiera: «Ascolta, o Padre, la nostra preghiera: effondi su questo tuo figlio con la pienezza del sacerdozio la potenza della tua benedizione».

e) Imposizione delle mani e preghiera di ordinazione con imposizione del libro dei Vangeli
Ora il consacrante principale impone le mani - e dopo di lui anche tutti i vescovi presenti - sul capo dell’eletto senza dire nulla. Quindi gli viene imposto sul capo il libro dei Vangeli aperto, che due diaconi sorreggono fino al termine della preghiera di ordinazione. Questa cerimonia, già conosciuta in Oriente (Siria occidentale) nel sec. IV, doveva simboleggiare nel senso originario la discesa dello Spirito «come dono del Signore Gesù Cristo presente nel segno dell’evangeliario» . La preghiera d’ordinazione fin qui in uso è stata sostituita da quella di Ippolito, leggermente rimaneggiata, preghiera utilizzata anche nei patriarcati di Antiochia e di Alessandria della Chiesa orientale. Con questa soluzione si è tenuto conto del collegamento con la più antica tradizione e insieme di un aspetto ecumenico; un testo di nuova creazione avrebbe tuttavia offerto la possibilità di mettere a frutto la teologia dell’ordine del Vaticano II con le sue ricche affermazioni biblico-cristologiche. La Costituzione apostolica Pontificatis Romani considera come essenziali le parole: «Effondi ora sopra questo eletto la potenza che viene da te, o Padre, il tuo Spirito che regge e guida; tu lo hai dato al tuo diletto Figlio Gesù Cristo ed egli lo ha trasmesso ai santi apostoli che nelle diverse parti della terra hanno fondato la chiesa come tuo santuario a gloria e lode perenne del tuo nome».

f) Riti esplicativi: unzione crismale, consegna del libro dei Vangeli, consegna dell’anello, della mitra e del pastorale, insediamento
Poiché con l’imposizione delle mani e la preghiera d’ordinazione si è compiuto il sacramento, i riti che seguono devono essere considerati come riti esplicativi dell’ordinazione avvenuta. Ciò vale anche per l’unzione crismale del capo, già inserita nella preghiera di ordinazione e considerata come parte essenziale. Essa era stata accolta nel Rito d’ordinazione nell’area franco-gallicana del sec. VIII, con chiara ispirazione dall’unzione del sommo sacerdote dell’AT (Lv 8, 12). Ora essa è espressione della partecipazione del neo-ordinato al sommo sacerdozio di Cristo, e ciò è chiarito dalle parole che l’accompagnano.
La successiva consegna del libro dei Vangeli si riferisce alla partecipazione all’ufficio d’insegnamento di Cristo.
La consegna dell’anello episcopale, benedetto insieme con la mitra e il pastorale non più nella messa di ordinazione, ma prima, in un momento conveniente, simboleggia l’obbligo di fedeltà del vescovo verso la Chiesa, specialmente la Chiesa locale, che nelle parole di accompagnamento è designata come sposa di Cristo.
La mitra è imposta senza nessuna formula di accompagnamento. La formula di consegna del precedente rito, che la designava come elmo di difesa e di salvezza, e la poneva in connessione simbolica con i corni sul capo raggiante di Mosé, non è più sembrata adatta per la sensibilità attuale.
Un simbolo eloquente dell’ufficio di pastore del vescovo è il pastorale conosciuto anche dalla Chiesa orientale. Il consacrante principale lo consegna con le parole che si richiamano al discorso di addio di San Paolo a Mileto (At 20, 28): «Ricevi il pastorale, segno del tuo ministero di pastore: abbi cura di tutto il gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo ti ha costituito vescovo per reggere la Chiesa di Dio» .

g) Abbraccio di pace
A conclusione del Rito d’ordinazione il nuovo vescovo, se è stato ordinato nella sua cattedrale, viene condotto alla cattedra (seggio episcopale) e qui egli riceve da tutti i vescovi presenti l’abbraccio di pace.

h) Riti di conclusione al termine della celebrazione eucaristica
Detta l’orazione dopo la comunione, mentre si canta il Te Deum il neoordinato viene condotto attraverso la chiesa e imparte ai fedeli la sua prima benedizione episcopale. Può quindi rivolgere brevemente la parola al popolo e poi imparte la solenne benedizione conclusiva.

Uno sguardo retrospettivo al nuovo rito essenzialmente più conciso, e quindi anche più breve, e un confronto con quello fin qui in uso permette di riconoscere che si è realizzato un vero miglioramento anche se non tutte le attese sono state interamente adempiute.

5. Ordinazione dei presbiteri – cooperatori dei vescovi (CCC 1562-1568)
Da quanto detto finora già è emerso che anche il ministero dei sacerdoti deve essere visto solo come partecipazione ai tre uffici di Cristo e quindi come sviluppo dell’unico ministero che Cristo ha affidato alla sua Chiesa. Ogni derivazione da, o parallelo con i sacerdoti di Israele o della religione pagana, è fuori posto. Per questo fu anche molto grave il fatto che dalla fine dell’epoca antica e poi in misura accresciuta nel Medioevo si fossero introdotti nei riti di ordinazione degli elementi testuali, che ponevano in risalto l’ufficio dei sacerdoti e dei leviti dell’AT come modello ed esempio del sacerdozio cristiano.
Elementi fondamentali guanto all’essenza e al significato del ministero sacerdotale sono contenuti soprattutto in alcuni documenti del magistero del Vaticano II, specialmente in LG, CD e nel Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri (Presbyterorum ordinis = PO) del 7 gennaio 1965. «I Presbiteri, pur non possedendo l’apice del sacerdozio e dipendendo dai vescovi nell’esercizio della loro potestà, sono tuttavia a loro congiunti per l’onore sacerdotale e in virtù del sacramento dell’ordine, ad immagine di Cristo... sono consacrati per predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino, quali veri sacerdoti del Nuovo Testamento. Partecipi, nel loro grado di ministero, dell’ufficio dell’unico Mediatore Cristo (1Tm 2, 5) annunziano a tutti la divina parola. Ma soprattutto esercitano il loro sacro ministero nel culto eucaristico o sinassi... agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero...» (LG 28). Il discorso verte quindi sul loro servizio di riconciliazione dei peccatori e di sollievo dei malati. Nella partecipazione all’ufficio pastorale di Cristo essi portano le loro comunità per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo, al Padre. «I sacerdoti, saggi collaboratori dell’ordine episcopale e suo aiuto e strumento... costituiscono col loro vescovo un unico presbiterio, sebbene destinato a diversi uffici» (ivi). Per così dire essi rendono presente nelle loro comunità il vescovo, e nello stesso tempo rendono visibile la Chiesa universale.
Queste e simili affermazioni magisteriali esercitarono un favorevole influsso nella riforma dell’ordinazione sacerdotale. Tale rito, come quello dell’ordinazione episcopale, soprattutto sotto l’influsso della chiesa gallicano-franca era diventato un complesso di riti che per secoli aveva oscurato la visione dell’essenziale. Così per lungo tempo ci fu confusione nella questione di che cosa appartiene al segno essenziale (materia e forma, secondo la Scolastica) dell’ordinazione sacerdotale. Anche San Tommaso d’Aquino (†1274) e il Decretum pro Armenis (1439) influenzato dai suoi scritti (specialmente la Summa contra gentiles) sostennero l’opinione per cui segno essenziale dell’ordinazione presbiterale è la consegna della patena con le ostie e del calice con il vino insieme con le parole pronunciate in quel momento. Prima è stato già detto che Pio XII nel 1947 corresse questo e altri errori, e pose in rilievo come vero nucleo nel conferimento di tutti i gradi dell’ordine siano l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione. Rilevanti ricerche storico-liturgiche aprirono infine la strada per una fondamentale riforma dopo il Vaticano II. Il nuovo Rito dell’ordinazione sacerdotale è nella sua struttura molto simile a quello dell’ordinazione dei vescovi e dei diaconi . Anche l’ordinazione sacerdotale viene celebrata dopo il Vangelo di una celebrazione eucaristica, in giorno domenicale o festivo, e ha la seguente struttura:

a) Presentazione dei candidati ed elezione da parte del vescovo
I candidati, che hanno indossato amitto, camice, cingolo e stola diaconale, vengono chiamati per nome. Ciascuno risponde «Eccomi» e si avvicina al vescovo. Ad una domanda del vescovo il sacerdote responsabile della formazione dichiara che sono stati interpellati il popolo cristiano e coloro che hanno curato la formazione dei candidati, ed essi attestano che i candidati sono degni. Qui si intravede ancora come nell’epoca antica della Chiesa il conferimento degli ordini era fatto dipendere dalla previa scelta o consenso della comunità. A questa testimonianza il vescovo risponde: «Con l’aiuto di Dio e di Gesù Cristo nostro Salvatore, noi scegliamo questi nostri fratelli per l’ordine del presbiterato», e l’assemblea risponde «Rendiamo grazie a Dio».

b) Omelia del vescovo
Il successivo modello d’omelia del vescovo si ispira fortemente alle affermazioni di LG 28 (v. sopra).

c) Interrogazioni e promesse d’obbedienza dei candidati, che pongono le mani in quelle del vescovo
Le promesse dei candidati, in risposta a corrispondenti domande del vescovo, dichiarano la loro disponibilità ad assumere i doveri dell’ufficio di pastori, di sacerdoti e di maestri, e a dedicarsi a Dio in una unione sempre più stretta di se stessi col sommo sacerdote Cristo, per la salvezza degli uomini. Quindi ognuno s’inginocchia davanti al vescovo, pone le sue mani giunte in quelle del vescovo e promette a lui e ai suoi successori «rispetto e obbedienza». Questo gesto risale ad un antico uso germanico, per cui nella cerimonia con cui si dava in possedimento un feudo il vassallo poneva le sue mani giunte in quelle del re e così prometteva devozione e fedele obbedienza.

d) Litanie dei Santi
Dopo un invito del vescovo alla preghiera l’assemblea canta le litanie dei Santi in forma molto abbreviata; in esse si possono aggiungere determinati nomi di Santi (del titolare della chiesa, dei patroni del luogo e degli ordinandi) e invocazioni adatte alle circostanze. Secondo cognizioni recentemente acquisite questa preghiera dell’as¬semblea per i candidati all’ordinazione deve essere considerata un elemento importante del rito, in connessione con la preghiera di ordinazione del vescovo. «Poiché si è ordinati attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera della ekklesia radunata attorno al vescovo ordinante».

e) Imposizione delle mani e preghiera d’ordinazione
A questo punto il vescovo, senza dire nulla, impone le mani sul capo di ciascun candidato. Anche i sacerdoti presenti fanno lo stesso e rimangono schierati attorno al vescovo uno alla une della preghiera di ordinazione. Così è messo in evidenza che i neoordinati sono accolti come fratelli nel presbiterio. Purtroppo la preghiera d’ordinazione è rimasta ancora fortemente legata ai paralleli veterotestamentari della precedente formula. A quanto si dice sembra che anche qui nella progettata nuova edizione si prospetti una revisione. Anche sotto altri aspetti questa preghiera rimane indietro di fronte alla profondità e alla ricchezza della nuova teologia dell’ordine e dei ministeri. Come testo essenziale di questa preghiera la Costituzione apostolica Pontificalis Romani considera le frasi: “Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in loro l’effusione del tuo Spirito di santità; adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del secondo grado sacerdotale da te ricevuto e con il loro esempio guidino tutti a un’integra condotta di vita».

f) Riti esplicativi: vestizione degli abiti sacerdotali, unzione crismale delle mani, consegna del pane e del vino
Come segno del ministero sacerdotale ricevuto i neoordinati vengono rivestiti da alcuni sacerdoti con la stola sacerdotale (disponendo diversamente la stola diaconale) e con la casula. Quindi il vescovo unge la parte interna delle mani col Crisma pregando che Cristo, con¬sacrato dal Padre in Spirito Santo e potenza, voglia custodire e rafforzare i neoordinati nel loro compito sacerdotale. Durante questi riti esplicativi può essere cantato l’inno Veni, creator Spiritus o un Salmo o un canto. Quindi il vescovo consegna ad ogni ordinato le offerte sacrificali del pane e del vino (patena e calice) per l’Eucaristia che segue e dice: «Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, vivi il mistero che è posto nelle tue mani, e sii imitatore del Cristo immolato per noi». Così ciò che prima era considerato come segno essenziale si è conservato come simbolo esplicativo.

g) Abbraccio di pace
L’abbraccio di pace del vescovo, che anche i sacerdoti presenti possono scambiare con i neoordinati, conclude il rito di ordinazione.

Nella celebrazione eucaristica i neo ordinati concelebrano con il vescovo. Nella Preghiera eucaristica è possibile inserire un particolare testo d’intercessione.
Se si confronta il nuovo rito con quello finora in uso non si può negare un apprezzabile miglioramento; si può tuttavia sperare che la nuova edizione eliminerà le carenze che ancora si avvertono .

6. Ordinazione dei diaconi - «per il servizio» (CCC 1569-1571)
L’ufficio dei diaconi (dal greco diakonêin - servire) viene men¬zionato già negli scritti del NT (cf. Fil 1, 2; 1Tm 3, 8s.). Come pre¬cursori possono essere considerati quei sette uomini che, secondo il racconto di At 6, 1-6, furono scelti dalla comunità primitiva di Gerusalemme e furono costituiti dagli apostoli come loro collaboratori con la preghiera e l’imposizione delle mani. Anche se il loro primo compito fu il «servizio delle mense», e quindi un compito sociale - caritativo, però già presto vediamo questi sette anche nel servizio della predicazione e della conversione, compresa l’amministrazione del Battesimo (Stefano, Filippo). 1Tm 3, 8-12 avanza già determinate esigenze morali riguardo ai diaconi. All’inizio del sec. II essi compaiono nelle lettere del vescovo e martire Ignazio di Antiochia come un grado ben definito del ministero in seno alla direzione gerarchica della Chiesa. Mentre la Chiesa orientale conosce fino ad oggi il diaconato come ministero stabile che dura tutta la vita, in Occidente esso è stato praticato a partire dal Medioevo come grado di passaggio sulla via al sacerdozio. Si diventava diaconi non per rimanerlo, ma per poter diventare sacerdoti.
E’ vero che il Concilio di Trento aveva intrapreso un tentativo di ripristino del diaconato permanente, ma la decisione non si attuò . Ancora prima della seconda guerra mondiale ci furono analoghi sforzi, i quali dopo la guerra si rafforzarono considerevolmente e già prima del Vaticano II portarono alla formazione di comunità diaconali. L’esito fu raggiunto solo col Vaticano II. LG 29 definisce innanzitutto i compiti del diacono: «E’ ufficio del diacono, conforme gli sarà stato assegnato dalla competente autorità, amministrare solennemente il Battesimo, conservare e distribuire l’Eucaristia, in nome della Chiesa assistere e benedire il Matrimonio, portare il Viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacra¬mentali, dirigere il rito funebre e della sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carità e di assistenza...».
A questo punto però il documento continua con la frase più importante: «E siccome questi uffici, sommamente necessari per la vita della Chiesa, nella disciplina oggi vigente della Chiesa latina in molte regioni difficilmente possono essere esercitati, il diaconato potrà in futuro essere restituito come proprio e permanente grado della gerarchia. Spetterà poi ai competenti ceti episcopali territoriali di vario genere, decidere, con l’approvazione dello stesso sommo Pontefice, se e dove sia opportuno che tali diaconi siano istituiti per la cura delle anime. Col consenso del romano Pontefice questo diaconato potrà essere conferito a uomini di matura età anche viventi nel Matrimonio, e così pure a dei giovani idonei, per i quali però deve rimanere ferma la legge del celibato» (29).
Il decreto sull’attività missionaria della chiesa (Ad gentes, del 7 dicembre 1965) conferma questa decisione e la motiva con la convenienza «che uomini, i quali di fatto esercitano il ministero di diacono, o perché come catechisti predicano la parola di Dio, o perché a nome del parroco o del vescovo sono a capo di comunità cristiane lontane, o perché esercitano la carità attraverso appunto le opere sociali e caritative, siano confermati e stabilizzati per mezzo dell’imposizione delle mani, che è tradizione apostolica, e siano più saldamente congiunti all’altare, per poter esplicare più fruttuosamente il loro ministero con l’aiuto della grazia sacramentale del diaconato» (16).
A queste dichiarazioni d’intenzione seguì, dopo altre intense consultazioni, il ripristino ufficiale del diaconato stabile col Motu proprio «Sacrum diaconatus ordinem»  di Paolo VI, del 18 giugno 1967. In seguito si formarono in molti paesi cristiani delle comunità diaconali, le quali servono a preparare all’ordinazione sotto la guida di un incaricato del vescovo.
Le lettere apostoliche del 18 giugno 1967 (Sacrum diaconatus ordinem) e del 15 agosto 1972 (Ad pascendum)  diedero ulteriori precisazioni, per cui ad es. sia per i candidati al sacerdozio che per i candidati non sposati al diaconato permanente, l’ordinazione deve essere preceduta da un rito di accettazione del celibato. «Anche i diaconi coniugati, quando abbiano perduta la moglie, secondo la disciplina tradizionale della Chiesa sono inabili a contrarre un nuovo Matrimonio» . I candidati al sacerdozio assumono con l’ordinazione diaconale anche l’obbligo della liturgia delle ore, mentre per i diaconi stabili è indicato come altamente conveniente che essi «recitino quotidianamente almeno una parte della liturgia delle ore, quale sarà definita dalla Conferenza Episcopale» .
Il Rito d’ordinazione, dopo il Vangelo di una celebrazione eucaristica, è essenzialmente uguale nella sua struttura a quello dell’ordinazione presbiterale:

a) Presentazione dei candidati ed elezione da parte del vescovo
La presentazione e l’elezione dei candidati, che indossano amitto, camice e cingolo si svolgono come nell’ordinazione sacerdotale.

b) Omelia del vescovo
Il modello d’omelia del vescovo definisce innanzitutto la posizione e i compiti del diacono in forma generale: «Fortificato dal dono dello Spirito Santo, esso sarà d’aiuto al vescovo e al suo presbiterio nel ministero della Parola, dell’altare e della carità, mettendosi al servizio di tutti i fratelli»; vengono quindi enumerate le sue funzioni in particolare (cf. LG 29).

c) Interrogazioni e promessa d’obbedienza dei candidati, che pongono le mani in quelle del  vescovo
Anche la promessa d’obbedienza dei candidati (ad una corrispondente domanda del vescovo) e il porre le proprie mani in quelle del vescovo assomigliano a quelle dell’ordinazione presbiterale.

d) Litanie dei Santi
Tutto come nell’ordinazione presbiterale.

e) Imposizione delle mani e preghiera d’ordinazione
L’imposizione delle mani e la preghiera d’ordinazione formano anche qui il nucleo dell’azione sacramentale. La preghiera d’ordina¬zione contiene elementi di lode e di intercessione, soprattutto però l’epiclesi per la discesa dello Spirito Santo, che dalla Costituzione apostolica Pontificalis Romani è posta in rilievo come testo essen¬ziale: «Ti supplichiamo, o Signore, effondi in lui lo Spirito Santo, che lo fortifichi con i sette doni della tua grazia, perché compia fedel¬mente l’opera del ministero». L’assemblea conferma la preghiera d’ordinazione con il suo «Amen».

f) Riti esplicativi: vestizione della stola e della dalmatica, consegna del libro dei Vangeli
La vestizione degli abiti diaconali si compie con l’aiuto d’alcuni diaconi o sacerdoti. Quindi il vescovo consegna nelle mani d’ogni neoordinato il libro dei Vangeli e dice: «Ricevi il vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunciatore: credi sempre a ciò che proclami, insegna ciò che credi, vivi ciò che insegni».

g) Abbraccio di pace
A conclusione dell’ordinazione il vescovo scambia con ciascuno l’abbraccio di pace, il che fanno pure i diaconi presenti. In tal modo essi accolgono il neoordinato nel loro collegio .

7. Gradi preparatori al sacramento dell'Ordine
Sulla via al sacerdozio furono collocati nel corso di una lunga evoluzione storica vari gradi preparatori, che non potevano essere saltati. Per poter apprezzare meglio il nuovo ordinamento postconciliare viene ora descritto brevemente il precedente ordinamento della Chiesa cattolica romana.
   
a) Precedente ordinamento

a.1) Tonsura
L’ammissione nello stato clericale (e anche nello stato monastico) era unita già alla fine dell’antichità cristiana con il taglio dei capelli e si sviluppò nel rito della tonsura (dal latino tondere = tagliare). Questa doveva essere un segno che il candidato (come uno schiavo) passava al servizio di Dio. In questo rito d’ammissione, che non era un ordine minore, veniva consegnata la cotta come segno dell’abito clericale.

a.2) Quattro ordini minori
Tra essi si annoverano nella Chiesa latina gli ordini degli ostiari, dei lettori, degli esorcisti e degli accoliti; nella Chiesa orientale, solo i lettori e i suddiaconi. Nell’antichità si trattava di determinati servizi nelle comunità, in seguito essi divennero solo gradi di passaggio senza funzioni concrete. Il suddiaconato fu anche in Occidente sino al 1200 circa un ordine minore, allorquando sotto papa Innocenzo III fu contato tra gli ordini maggiori.
Gli ostiari (dal latino ostium = ingresso, porta) avevano il compito di tenere lontano gli estranei dalla casa di Dio e di vegliare sulla sua sicurezza. Nella precedente ordinazione essi ricevevano simbolicamente una chiave della chiesa e dovevano aprire e chiudere le porte e suonare una campana. Il loro ufficio è compiuto oggi dai sacrestani.
I lettori avevano il compito di proclamare le letture nelle celebrazioni liturgiche. Perciò nell’ordinazione veniva consegnato loro il lezionario. Oggi tuttavia ogni membro dell’assemblea è autorizzato a compiere questo servizio. Solo il Vangelo è riservato al diacono o al sacerdote.
Agli esorcisti toccò nell’antichità il compito di fare i cosiddetti esorcismi, soprattutto nel Battesimo. Per esorcismo s’intende lo sforzo per liberare, per mezzo di particolari preghiere, gli uomini dal potere di forze avverse a Dio. L’ufficio degli esorcisti si estinse ancora nell’antichità e si mantenne solo come ordine minore senza alcuna funzione. Nell’ordinazione fin qui in uso il segno esteriore era la consegna di un libro con le preghiere d’esorcismo, per lo più il Rituale.
Gli accoliti (letteralmente: persone del seguito) avevano il compito di prestare determinati servizi aiutando nelle celebrazioni liturgiche. Essi possono quindi essere equiparati agli odierni ministranti, i quali ne hanno ampiamente rilevato i servizi. Nel rito di ordinazione venivano consegnati a essi come segno esteriore i candelieri e le ampolle del vino e dell’acqua.
   
a.3) Ordinazione del suddiacono
Originariamente il suddiacono era l’aiuto del diacono, specialmente nella celebrazione dell’Eucaristia, nella quale toccava a lui ad es. la lettura dell’Epistola. Questo ordine conobbe una valorizzazione quando gli fu unito l’obbligo del celibato e della liturgia delle ore (inizio del sec. XIII), e venne annoverato tra gli ordini maggiori. Tuttavia il rito d’ordinazione non previde mai un’imposizione delle mani: una conferma che esso non è da considerare ordine maggiore o parte del sacramento dell’Ordine. Piuttosto, nell’ordinazione, il vescovo consegnava al candidato il calice e la patena (vuoti), le ampolle, il libro delle Epistole, e gli abiti liturgici: amitto, camice, manipolo e tunicella.

b) Ordinamento postconciliare
Il nuovo ordinamento, che già da molte parti era stato auspicato prima e durante il Vaticano II, venne instaurato dal papa Paolo VI con le due lettere apostoliche Ministeria quaedam e Ad pascendum, del 15 agosto 1972. Nella prima lettera è stato deciso che al posto dei quattro ordini minori fino allora in uso subentrano i due ministeri del lettore e dell’accolito. Nello stesso tempo essi assumono i compiti del suddiaconato, che da ora in poi decade. L’ammissione allo stato clericale si ha solo con il diaconato. I due servizi non sono riservati ai candidati al sacramento dell’Ordine, cioè essi possono essere affidati anche a laici, però, secondo la tradizione ecclesiastica, solo a uomini.
Nella seconda lettera Ad pascendum si stabilisce che la tonsura, come rito di ammissione nello stato clericale, decade. Al suo posto subentra un rito d’ammissione tra i candidati al diaconato e al presbiterato. Questi, dopo un certo tempo, devono ricevere l’istituzione di lettore e d’accolito per prepararsi attraverso questi ministeri al diaconato e al presbiterato.
La Congregazione per il Culto Divino preparò riti propri per la citata istituzione, l’ammissione tra i candidati alle ordinazioni e la pubblica accettazione del celibato (3 dicembre 1972) . Un’edizione italiana del Rito, con aggiunte la consacrazione delle vergini, la benedizione abbaziale, l’istituzione dei ministri straordinari della comunione e un’appendice di letture, preghiere e canti, fu pubblicata per ordine della Conferenza Episcopale Italiana il 29 settembre 1980 .

8. Chi può conferire questo sacramento? (CCC 1575-1576)
“E’ Cristo che ha scelto gli Apostoli e li ha resi partecipi della sua missione e della sua autorità. Innalzato alla destra del Padre, non abbandona il suo gregge, ma lo custodisce e lo protegge sempre per mezzo degli Apostoli e ancora lo conduce sotto la guida di quegli stessi pastori che continuano oggi la sua opera”. E’ dunque Cristo che stabilisce alcuni come apostoli, altri come pastori (cf. Ef 4, 11). Egli continua ad agire per mezzo dei vescovi (cf. LG 21).
Poiché il sacramento dell’Ordine è il sacramento del ministero apostolico, spetta ai vescovi in quanto successori degli Apostoli trasmettere “questo dono dello Spirito”, (cf. LG 21), “il seme apostolico” (cf. LG 21). I vescovi validamente ordinati, che sono cioè nella linea della successione apostolica, conferiscono validamente i tre gradi del sacramento dell’Ordine 

9. Chi può ricevere questo sacramento? (CCC 1577-1580)
“Riceve validamente la sacra ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile” (CIC 1024). Il Signore Gesù ha scelto degli uomini per formare il collegio dei dodici Apostoli (cf. Mc 3, 14-19; Lc 6, 12-16) e gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori (cf. 1Tm 3, 1-13; 2Tm 1, 6; Tt 1, 5-9) che sarebbero loro succeduti nel ministero. Il collegio dei vescovi, con i quali i presbiteri sono uniti nel sacerdozio, rende presente e attualizza fino al ritorno di Cristo il collegio dei Dodici. La Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso. Per questo motivo l’ordinazione delle donne non è possibile .
Nessuno ha un diritto a ricevere il sacramento dell’Ordine. Infatti nessuno può attribuire a se stesso questo ufficio. Ad esso si è chiamati da Dio (cf. Eb 5, 4). Chi crede di riconoscere i segni della chiamata di Dio al ministero ordinato, deve sottomettere umilmente il proprio desiderio all’autorità della Chiesa, alla quale spetta la responsabilità e il diritto di chiamare qualcuno a ricevere gli Ordini. Come ogni grazia, questo sacramento non può essere ricevuto che come un dono immeritato.
Tutti i ministri ordinati della Chiesa latina, ad eccezione dei diaconi permanenti, sono normalmente scelti fra gli uomini credenti che vivono da celibi e che intendono conservare il celibato “per il Regno dei cieli” (Mt 19, 12). Chiamati a consacrarsi con cuore indiviso al Signore e alle “sue cose” (cf. 1Cor 7, 32), essi si donano interamente a Dio e agli uomini. Il celibato è un segno di questa vita nuova al cui servizio il ministro della Chiesa viene consacrato; abbracciato con cuore gioioso, esso annuncia in modo radioso il Regno di Dio (cf. PO 16).

10. Effetti del sacramento dell’Ordine (CCC1568-1589)

10.a) Carattere indelebile
Questo sacramento configura a Cristo in forza di una grazia speciale dello Spirito Santo, allo scopo di servire da strumento di Cristo per la sua Chiesa. Per mezzo dell’ordinazione si viene abilitati ad agire come rappresentanti di Cristo, Capo della Chiesa, nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.
Come nel caso del Battesimo e della Confermazione, questa partecipazione alla funzione di Cristo è accordata una volta per tutte. Il sacramento dell’Ordine conferisce, anch’esso, un carattere spirituale indelebile e non può essere ripetuto né essere conferito per un tempo limitato .

10.b) La grazia dello Spirito Santo
La grazia dello Spirito Santo propria di questo sacramento consiste in una configurazione a Cristo Sacerdote, Maestro e Pastore del quale l’ordinato è costituito ministro.
Per il vescovo è innanzitutto una grazia di fortezza, la grazia di guidare e di difendere con forza e prudenza la sua Chiesa come un padre e un pastore, con un amore gratuito verso tutti e una predilezione per i poveri, gli ammalati e i bisognosi (cf. Christus Dominus, 13 e 16]. Questa grazia lo spinge ad annunciare a tutti il Vangelo, ad essere il modello del suo gregge, a precederlo sul cammino della santificazione identificandosi nell’Eucaristia con Cristo Sacerdote e Vittima, senza temere di dare la vita per le sue pecore. 
Il dono spirituale conferito dall’ordinazione presbiterale è espresso da questa preghiera propria del rito bizantino. Il vescovo, imponendo le mani, dice tra l’altro: “Signore, riempi di Spirito Santo colui che ti sei degnato di elevare alla dignità sacerdotale, affinché sia degno di stare irreprensibile davanti al tuo altare, di annunciare il Vangelo del tuo Regno, di compiere il ministero della tua parola di verità, di offrirti doni e sacrifici spirituali, di rinnovare il tuo popolo mediante il lavacro della rigenerazione; in modo che egli stesso vada incontro al nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo, tuo unico Figlio, nel giorno della sua seconda venuta, e riceva dalla tua immensa bontà la ricompensa di un fedele adempimento del suo ministero” .
Quanto ai diaconi, la grazia sacramentale dà loro la forza necessaria per servire il popolo di Dio nella “diaconia” della Liturgia, della Parola e della carità, in comunione con il vescovo e il suo presbiterio (cf. LG 29).

11. I servizi liturgici delle donne
Nella lettera apostolica Ministeria quaedam, dell’istituzione dei ministeri di lettore e d’accolito - ai quali a discrezione delle Conferenze episcopali possono essere aggiunti anche altri uffici - si dice che essi non sono più ordini minori, ma che coloro che sono incaricati rimangono laici. Nello stesso tempo si afferma che questi ministeri si basano sul sacerdozio universale dei fedeli, il che significa partecipa¬zione al sacerdozio di Cristo, anche se distinta dal sacerdozio ministeriale sacramentale .
Tanto più sorprendente risulta quindi la disposizione VII: «L’istituzione del lettore e dell’accolito, secondo la veneranda tradizione della Chiesa è riservata agli uomini» . Questa disposizione, sentita da molti come una penosa discriminazione delle donne, che tuttavia in forza del loro Battesimo e Confermazione partecipano pure al sacer¬dozio universale, appare difficilmente componibile con altre determinazioni dell’autorità romana. Così nella terza Istruzione “per l’esatta applicazione della Costituzione liturgica”, del 5 settembre 1970, viene permesso alle donne di proclamare le letture con eccezione del Vangelo; le Conferenze episcopali possono precisare maggiormente il posto adatto per tale proclamazione . Una disposizione simile si trova nella seconda edizione tipica del MR (1975) e in PNMR 70. Nella Istruzione Immensae caritatis della Congregazione dei Sacramenti, del 29 gennaio 1973, come ministri straordinari della comunione nella e fuori della Messa vengono ammesse anche le donne . Il CIC del 1983 ripete innanzi tutto che laici uomini possono essere costituiti stabilmente, con il rito previsto, nei ministeri del lettore e dell’accolito (can. 230§1); tutti i laici però, con un incarico temporaneo, possono assumere nelle azioni liturgiche il munus lectoris; «ugualmente tutti i laici possono esercitare gli uffici del commentatore, del lettore e altri uffici previsti dal diritto» (CIC 230§2). In caso di necessità e in mancanza di ministri, anche i laici possono, se pure non sono lettori e accoliti, svolgerne i compiti, e cioè celebrare liturgie della Parola, guidare la preghiera liturgica, amministrare il Battesimo e distribuire la Santa Comunione (CIC 230§3).
Se dunque donne in certi casi assumono gli uffici dei lettori e degli accoliti (distribuzione della comunione), ci si domanda perché non deve essere permessa la loro istituzione con un rito liturgico. «A dire il vero questa discriminazione ha nella Chiesa un’antica e veneranda tradizione - è l’unico argomento che viene addotto come motivazione - e tuttavia non si può dimenticare che la Chiesa primitiva ha conosciuto incarichi ufficiali di donne a uffici ecclesiali» .
Una discussione ancora più accesa si ebbe e tuttora si ha in certi paesi sulla questione se sia permesso alle ragazze o alle donne l’ufficio di ministranti nella celebrazione della Messa. L’Istruzione Inesti¬mabile donum del 3 aprile 1980 (Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino) aveva stabilito al nr. 18: «Non è permesso alle donne assumere gli uffici di un accolito o di un ministrante». D’altra parte l’Istruzione Immensae caritatis della Congregazione dei Sacramenti, del 29 gennaio 1973, aveva concesso alle donne l’ufficio essenzialmente più importante di ministro straordinario della comunione. Si era così in attesa di quale posizione avrebbe preso in questa questione il CIC 1983. Nel can. 906 esso rinuncia, senza proporre un’alternativa, alla disposizione del CIC 1917 can. 813§2, per cui il ministrante non può essere una donna. Invece del can. 813§1, che proibisce la celebrazione della messa sine ministro e quindi senza un inserviente uomo, la disposizione nel nuovo CIC can. 906 suona: «Al di fuori di un motivo giusto e ragionevole il sacerdote non può celebrare il sacrificio eucaristico senza la partecipazione almeno di un fedele» (fidelis, senza riferimento al sesso).
Per togliere ogni dubbio il (pro-) presidente della commissione per l’interpretazione del Codice, arcivescovo R.J. Castillo Lara, il 14 febbraio 1983 in una lezione pubblica dichiarò: «Quanto alla distinzione uomo-donna nell’ambito ecclesiale, oltre all’esclusione dall’ordine e dai ministeri istituiti non c’è alcun altra differenza tra l’uomo e l’altro sesso» .
Più difficile da chiarire sembra essere il problema della possibilità di una ordinazione delle donne al presbiterato e al diaconato sacra¬mentale. Si è fatto notare che le donne avevano assunto compiti importanti nella cerchia di Gesù e nelle comunità neotestamentarie, e che escono risultati di recenti ricerche «nelle chiese orientali e, du¬rante i primi secoli cristiani, sporadicamente, anche nelle Chiese del rito latino, delle donne vennero ordinate diaconesse». Inoltre si è attirato l’attenzione sul fatto che molte donne esercitano una quantità d’attività, che per sé spettano al diaconato. La loro attuale posizione nella Chiesa e nella società non permette di «escluderle da funzioni ufficiali nella Chiesa, teologicamente possibili e pastoralmente auspicabili» . Nello stesso tempo si sottolinea che la questione dell’ammissione della donna al diaconato sacramentale è diversa da quella del sacerdozio della donna. In questa prospettiva è stato anche avanzato il voto che «si esamini secondo le attuali conoscenze teologiche la questione del diaconato della donna e, considerata l’odierna situazione pastorale, se possibile, siano ammesse delle donne all’ordinazione diaconale» .
A Roma stessa la Pontificia Commissione Biblica approvò la dichiarazione unanime, per cui in base alla sola Scrittura non si può provare, chiaramente e una volta per tutte, che le donne possono essere ordinate oppure no . Contrariamente a ciò la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò una Dichiarazione «Inter Insigniores» circa la questione dell’ammissione delle donne al Sacerdozio ministeriale (15 ottobre 1976), la cui frase centrale suona: «la Chiesa, per fedeltà all’esempio del suo Signore, non si considera autorizzata ad ammettere le donne all’ordinazione sacerdotale» .
Infine, per l’ordine del papa Giovanni Paolo II, la questione fu approfondita e studiata. Il frutto di ciò fu la Lettera Apostolica ai Vescovi della Chiesa «Ordinatio sacerdotalis» sull’Ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini (22 maggio 1994) . In essa, si dice: “L’ordinazione sacerdotale, mediante la quale si trasmette l’ufficio che Cristo ha affidato ai suoi Apostoli di insegnare, santificare e governare i fedeli, è stata nella Chiesa cattolica sin dall’inizio sempre esclusivamente riservata agli uomini” (n. 1). E ancora: “…al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cf. Lc 22, 32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa” (n. 4). 


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